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lunedì 4 luglio 2016

L’attività cognitiva è influenzata dalla flora batterica intestinale alterata da diete ricche di zuccheri o di grassi



GRASSI E DOLCI DANNEGGIANO LA FLORA BATTERICA INTESTINALE E, DI CONSEGUENZA, È DANNEGGIATA LA FUNZIONE COGNITIVA. 



L’attività cognitiva è influenzata negativamente dalle diete ricche di grassi e/o di zucceri, che alternano la flora batterica intestinale. Uno studio condotto presso l’Università dello Stato dell’Oregon indica che sia le diete ricche di zucchero che quelle ricche di grassi, rispetto a una dieta normale, causano mutazioni nella flora batterica intestinale che sembrano connesse con una perdita significativa di “flessibilità cognitiva”, vale a dire della capacità di adattarsi al cambiamento di situazioni. Le più dannose sembrano essere le diete ad alto contenuto di zucchero, che danneggiano anche l’apprendimento giovanile per compromissione della memoria, sia a breve che a lungo termine.
La ricerca è stata condotta in Laboratorio sui topi che vennero nutriti in modo diverso e poi sottoposti a una serie di test, come quello del labirinto acquatico,  per monitorare i cambiamenti delle loro funzioni mentali e fisiche, e associati all’impatto su vari tipi di batteri. Le scoperte sono state pubblicate nella rivista Neuroscience.
Kathy Magnusson, professore presso l’OSU College of Veterinary Medicine and e ricercatore principale del Linus Pauling Institute, ha detto: “è sempre più chiaro che i batteri che vivono nel nostro intestino, o microbiota, possono comunicare con il cervello umano. I batteri possono rilasciare delle sostanze che agiscono come neurotrasmettitori, stimolare i nervi sensoriali o il sistema immunitario e influenzare un’ampia gamma di di funzioni biologiche. Non siamo certi di quali messaggi vengono inviati, ma stiamo rintracciando i percorsi e gli effetti.”
I topi si stanno rivelando assai utili come modello per studi rilevanti per gli umani – ha detto Magnusson – su temi come l’invecchiamento, l’obesità, la memoria spaziale e altro ancora.
Nella presente ricerca, dopo solo quattro settimane di dieta ricca di grassi o di zuccheri, la performance dei topi in vari tests su funzioni fisiche o mentali incominciò a decadere, rispetto agli animali a dieta normale. Il cambiamento più significativo si è avuto in quella che i ricercatori chiamano “flessibilità cognitiva”.
Magnusson ha commentato così: “ il decadimento della flessibilità cognitive in questo studio è stato forte.” Questo vuol dire che di fronte a un problema inatteso – anche piccolo – non si è in grado di trovare soluzioni efficaci a risolverlo.
Questo studio è stato condotto su animali giovani – ha detto Magnusson, i quali normalmente hanno un sistema biologico più integro e perciò più capace di resistere alle influenze patologiche del loro microbiota. Se ne può dedurre che i risultati dello studio sarebbero stati ancora più severi se lo studio fosse stato condotto su una popolazione anziana.
Quella che viene indicata come “dieta occidentale”, ricca di grassi e zuccheri semplici è stata messa in relazione con una varietà di malattie croniche negli Stati Uniti, includenti l’obesità sempre più diffusa e un’aumentata incidenza di malattia di Alzheimer. (Science daily, June 22, 2015)



lunedì 16 marzo 2015

La mente ci guarisce più dei farmaci


Di Dioni - Riccardo Lautizi


Lo scienziato Bruce Lipton milita in ambito medico dagli anni ’60 e ha impiegato gran parte delle sue energie per rispondere a una semplice domanda: “chi controlla il destino delle cellule?”. Tutte le cellule sono identiche, come spiega Bruce Lipton “se si prendono cellule sane e si collocano in un ambiente sfavorevole, le cellule si ammalano e muoiono”. Quando una cellula è malata i medici iniziano la loro opera di prescrizione.
Quando ingeriamo un farmaco questo scatena una serie di reazioni biochimiche che coinvolgono tutto il corpo e non solo la sezione anatomica da guarire. Quelli che noi chiamiamo “effetti collaterali” sono degli effetti diretti del farmaco, in farmacologia non esistono “effetti collaterali”, ma solo effetti diretti. Quando prendiamo un farmaco diamo per scontato che la sua efficacia circa il nostro scompenso possa creare più benefici rispetto ai danni che quel farmaco sta causando con gli altri effetti diretti.

lunedì 9 marzo 2015

Le cinque azioni che fanno lavorare meglio il cervello

E’ possibile migliorare radicalmente la nostra agilità mentale. Non è una boutade da rotocalco ma la conclusione cui è giunto lo psichiatra Norman Doidge, autore del libro fresco di stampa, The Brain’s Way of Healing: Stories of Remarkable Recoveries and Discoveries (Allen Lane).

di Giovanni Fez - Il Cambiamento 

Si è soliti pensare che il cervello sia “cablato” e che, a differenza degli altri organi, non posso auto-ripararsi o ripristinare funzioni perdute una volta subìto un danno o una malattia. Ora sappiamo invece che il cervello è neuroplastico, che l’attività e l’esperienza mentale possono essere usate per modificare la strutture delle connessioni che il cervello contiene. Questi principi innovativi vengono usati per migliorare in maniera evidentissima, a volte anche per curare, disturbi cerebrali prima ritenuti irreversibili. E se ne può fare tesoro anche nella vita di ogni giorno per migliorare la salute del nostro cervello e le sue performance. Ecco cinque cose da provare, tratte dal libro di Norman Doidge.

Camminare tre chilometri al giorno
L’esercizio fisico regolare, come camminare, ha dimostrato di essere un fattore chiave nella riduzione del rischio di demenza, fino al 60%. Una delle ragioni potrebbe essere legata al fatto che quando gli animali compiono lunghi tragitti solitamente esplorano e scoprono territorio inesplorati dove vivere. Il cervello, anticipando il fatto che l’animale deve imparare parecchio sul nuovo territorio, rilascia fattori di crescita che agiscono come “fertilizzanti” che favoriscono la crescita del cervello, permettendogli di costruire più facilmente connessioni tra le cellule. La camminata prolungata ha lo stesso effetto su di noi, mette il nostro cervello in uno stato neuroplastico. Non è necessario compiere esercizio fisico brutale, basta camminare per tre chilometri o percorrere 15 chilometri in bicicletta per contribuire ad abbassare il rischio di demenza.

lunedì 24 novembre 2014

Masticate preferibilmente da un lato? Non state usando appieno il cervello

masticazioneMASTICATE PREFERIBILMENTE DA UN LATO?
Sappiate che non state usando il cervello al massimo delle vostre potenzialità. La masticazione monolaterale oltre a causare squilibri nei muscoli masticatori che poi causano contratture sui muscoli del collo, che a loro volta portano a spostamenti delle spalle, della colonna, del bacino sino ad influenzare tutta la postura, stimola preferibilmente l’attività dell’emisfero cerebrale opposto. Chi mastica preferibilmente a destra quindi, stimola prevalentemente l’emisfero sinistro, logico, razionale, analitico, mentre chi mastica soprattutto a sinistra stimola l’emisfero destro, ovvero quello artistico, emozionale, intuitivo. In entrambi i casi c’è una prevalenza di un emisfero a discapito dell’altro.
Quale emisfero usiamo di più?
Un’indicazione sul lato che mastica di più ci viene dato dalla linea mediana, ovvero la linea che passa tra gli incisivi centrali.
masticazione2
Masticazione spostata a destro e quindi predominanza dell’emisfero sinistro
Se tutto è equilibrato, a bocca chiusa quella superiore coincide con quella inferiore. Il mascellare che si muove è quello inferiore, mentre quello superiore è fisso. Quindi se la linea mediana inferiore è spostata a destra, come nella foto, questo indica una masticazione prevalente sul lato destro. Se è spostata a sinistra si mastica preferibilmente a sinistra. La linea mediana spostata indica già uno squilibrio dei muscoli masticatori. E’ consigliabile quindi riabituarsi a masticare su entrambi i lati sia per un uso equilibrato di entrambi gli emisferi cerebrali, sia per favorire una postura più corretta dell’intero corpo.
Perche’ si mastica solo da un lato?
Le funzioni della bocca sono di tipo cosciente, ma in parte condizionate da meccanismi involontari mediati a livello subcorticale o dal sistema nervoso autonomo.
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