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venerdì 10 giugno 2016

Ex sindaco di Londra: ricchi parassiti, felici di restare nell’Ue



Alla conferenza del partito Tory dell’anno scorso ho attirato l’attenzione su di una statistica preoccupante sul modo in cui sta cambiando la nostra società. È la proporzione tra lo stipendio medio dei top manager del Ftse100 e quello del suo dipendente medio – ribadisco, medio – in azienda. Questa proporzione sembra in fase di esplosione a un ritmo straordinario, inspiegabile e francamente sospetto. Platone diceva che nessuno dovrebbe guadagnare più di cinque volte di chiunque altro. Be’, Platone si sarebbe stupito dalla crescita della disuguaglianza aziendale odierna. Nel 1980 la proporzione era 1 a 25. Nel 1998 era salita a 47. Dopo 10 anni di Tony Blair e Peter Mandelson – e del loro atteggiamento “intensamente rilassato” nei confronti degli “schifosamente ricchi” – i massimi dirigenti delle grandi aziende britanniche guadagnavano 120 volte la retribuzione media dei dipendenti di basso livello. Lo scorso anno la proporzione è arrivata a 130.
Quest’anno – stappando una bottiglia di champagne – i pezzi grossi hanno sfondato la barriera magica di 150. Il Ceo medio del Ftse100 si porta a casa 150 volte lo stipendio del suo dipendente medio – e in alcuni casi molto di più. Non usiamo mezzi Boris Johnsontermini: queste persone guadagnano così tanti più soldi degli altri nella stessa società, che volano su jet privati e costruiscono piscine sotterranee, mentre molti dei loro dipendenti non possono nemmeno permettersi di acquistare alcun tipo di casa. C’è un signore là fuori che guadagna 810 volte la media dei suoi dipendenti. Cosa sta succedendo? È solo avidità, o favori reciproci dei comitati di remunerazione? Non c’è dubbio che ci racconteranno, come sempre, che questi sono “i prezzi di mercato”. Ma ho notato un’altra cosa di questi uomini del Ftse100 (e ho paura che siano quasi sempre uomini): che sono sempre felicissimi di sfilare per Downing Street e dichiarare la loro eterna devozione verso l’Ue. Firmano entusiasticamente lettere ai giornali, spiegando come sia fondamentale che restiamo nell’Ue. Credono che l’Ue faccia bene al loro business.
Ma come, esattamente? Il mercato unico è un microcosmo di bassa crescita. E’ cronicamente affetto da un elevato tasso di disoccupazione. I paesi dell’Ue sono gli ultimi della fila in quanto a crescita tra i paesi dell’Ocse; ed è incredibile che ci siano 27 paesi extracomunitari che hanno goduto di una crescita più veloce delle esportazioni di merci verso l’Ue della Gran Bretagna, a partire dall’avvio del mercato unico nel 1992, mentre 20 Paesi hanno fatto meglio di noi nell’esportazione di servizi. Far parte dell’Ue non è poi così conveniente per le aziende britanniche. Perciò che cosa piace dell’Ue a questi pezzi grossi? Sostanzialmente due cose. A loro piace l’immigrazione incontrollata, perché aiuta a mantenere bassi i salari dei lavori meno qualificati, e quindi aiuta a controllare i costi, e quindi ad assicurarsi che vi sia ancora più grasso da spartirsi per quelli che comandano. Un rifornimento costante di solerti lavoratori immigrati significa non doversi preoccupare più di tanto delle Commissione Uecompetenze o delle aspirazioni o della fiducia in sé stessi dei giovani che crescono nel loro paese.
E in quanto clienti di Learjets e frequentatori di salotti esclusivi, essi non sono solitamente esposti alle tipiche pressioni causate dall’immigrazione su larga scala, come quelle sull’intrattenimento, sulla scuola o sugli alloggi. Ma poi c’è una ragione ancor più sottile – il fatto che l’intero sistema di regole Ue è così lontano dai cittadini e opaco che i pezzi grossi possono volgerlo a loro vantaggio, al fine di mantenere le loro posizioni oligarchiche e, tenendo lontana la competizione, spingere la propria busta paga ancora più in alto. Nel loro ottimo libro “Perché le Nazioni falliscono”, Daron Acemoglu e James A. Robinson spiegano come istituzioni politiche trasparenti siano essenziali per l’innovazione e la crescita economica. Distinguono tra le società “inclusive”, dove le persone si sentono coinvolte nelle loro democrazie ed economie, e società “esclusive”, dove il sistema è sempre più manipolato da una élite per proprio esclusivo vantaggio. L’Ue sta cominciando ad assumere alcune caratteristiche delle società “esclusive”. E’ dominata da un gruppo di pochi politici internazionali, lobbisti e affaristi.
Queste persone si conoscono a vicenda. Essendo parti di grandi aziende, possono permettersi di assumere qualcuno per seguire le complesse regole che vengono da Bruxelles. Possono fissare appuntamenti coi responsabili delle Commissioni. Possono perfino incontrarli alle conferenze o agli eventi – il più famoso di questi è Davos. In questo senso, hanno un immenso vantaggio rispetto alla maggioranza delle aziende del paese. La maggior parte delle aziende (e in effetti la maggior parte degli inglesi) non hanno alcuna idea di chi lavori per la Commissione, o di come mettersi in contatto con queste persone, e non saprebbero distinguere i loro euro-parlamentari da dei marziani. Solo il 6% delle aziende britanniche in realtà esportano in Ue, e ciò Merkel e Schaeublenonostante il 100% di esse deve sottostare al 100% delle leggi Ue, che si tratti di aziende piccole o grandi – un peso normativo che costa circa 600 milioni di sterline alla settimana.
La scorsa settimana ho visitato la Reid Steel, un’azienda britannica di successo a Christchurch, nel Dorset. Esportano acciaio per costruire ponti in Sudan, alberghi alle Mauritius, hangar di aerei in Mongolia. L’unica cosa che li frena, dicono, sono le regole Ue – generate attraverso un incomprensibile processo che coinvolge i lobbisti di grosso calibro, le grosse multinazionali e i governi di paesi stranieri. Non vedono l’ora di uscire dall’Ue, e hanno ragione. Pensano che le altre nazioni Ue stringerebbero rapidamente nuovi trattati commerciali. E che le aziende britanniche, liberate dalle catene europee, finirebbero per esportare in Europa di più anziché meno di quanto facciano ora.
Naturalmente, i pezzi grossi del Ftse100 firmeranno per poter rimanere in Ue: a livello personale stanno diventando sempre più ricchi – sfruttando manodopera immigrata per le loro aziende e manipolando le regole Ue a vantaggio dei grandi attori, gli unici a poterle comprendere – mentre i meno fortunati hanno invece visto una diminuzione in termini reali delle loro retribuzioni. Questa è una delle ragioni per le quali la Ue ha una bassa innovazione, bassa produttività e bassa crescita. Se volete sostenere gli imprenditori, i faticatori, gli innovatori, i lavoratori, le imprese dinamiche e fiorenti dell’Inghilterra – allora votate per uscire dalla Ue il 23 giugno, e date a questi parassiti il calcio nel sedere che si meritano.
(Boris Johnson, “L’Ue, uno strumento dei forti per sfruttare i deboli”, appello agli inglesi pubblicato su Facebook il 16 maggio 2016. Parlamentare inglese eletto tra i conservatori, Johnson è l’ex sindaco di Londra).

Fonte: libreidee.org

mercoledì 4 febbraio 2015

Le 80 persone che hanno la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone che vivono in povertà


LA RICCHEZZA DI QUESTE 80 PERSONE È RADDOPPIATA MENTRE QUELLA DEL 50 % DELLA POPOLAZIONE MONDIALE È CALATA COL TEMPO. OXFAM

La definizione di oligarca non riguarda solo il denaro, spiega Michael Krieger sul suo blog.
“Mentre molti oligarchi sono molto ricchi (o hanno accesso alla ricchezza estrema), non tutte le persone con estrema ricchezza sono oligarchi. Il termine oligarca è riservato per le persone con estrema ricchezza chevogliono anche controllare il processo politico, le leve politiche e molti altri aspetti della vita dei cittadini in modo tirannico e antidemocratico. Loro pensano di sapere di più su praticamente tutto, e credono che  tecnocrati non eletti che condividono la loro visione del mondo dovrebbero avere il potere in modo da prendere  unilateralmente tutte le decisioni importanti della società. Nelle loro menti, le masse sono inutili distrazioni alle quali deve essere detto cosa fare. Mangiatori inutili che hanno bisogno di un lavaggio del cervello per indurli ad adorare la mentalità oligarca, o per essere trasformati in automi apatici incapaci o non disposti a impegnarsi in pensieri critici. Entrambi i risultati sono ugualmente accettabili e altrettanto incoraggiati”.
FiveThirtyEight aggiunge:
Ottanta persone hanno la stessa quantità di ricchezza di 3,6 miliardi di persone che vivono in uno stato di povertà, secondo un’analisi appena rilasciata da Oxfam. Il rapporto dell’ organizzazione rileva che dal 2009, la ricchezza di quelle 80 persone più ricche è raddoppiata in termini nominali – mentre la ricchezza del più poverp 50 per cento della popolazione mondiale è diminuita”.

sabato 31 gennaio 2015

Grazie alla crisi, l’1% sta per superare in ricchezza il 99%

La ricchezza oggi è insaziabile. Premia sempre di più coloro che hanno già tutto, e toglie ancora di più a coloro che non hanno quasi niente. Alla vigilia del World Economic Forum di Davos, la Ong Oxfam ha pubblicato il rapporto annuale “Grandi disuguaglianze crescono”, che aggrava lo scenario tracciato solo un anno fa. All’inizio del 2014 Oxfam aveva calcolato che 85 persone possedevano la ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale, un dato choc che è stato ultra-citato in questi mesi a controprova del livello di estrema diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza e che oggi la lotta di classe esiste, e l’hanno vinta i ricchi. Le nuove stime, effettuate sui dati del Credit Suisse, ricalcolano il numero dei miliardari che nel 2013 possedevano la stessa ricchezza del 50% più povero, e attesta che oggi il loro numero esatto è 92 e non più 85. Oxfam fa una previsione: nel 2016 la ricchezza dell’1% della popolazione mondiale supererà quella del 99%, rendendo obsoleto persino lo slogan del movimento di Occupy Wall Street.
L’1% dei super-ricchi possiede oggi il 48% della ricchezza globale e lascia al restante 99% il 52% delle risorse. Questo 52% è, a sua volta, posseduto da 20% di “ricchi”. Il restante 80% si deve arrangiare con il 5,5% delle risorse. Dal 2010, spiega il Bill Gatesrapporto, gli 80 ultra-miliardari della lista stilata da “Forbes” (primo Bill Gates, secondo Warren Buffett, terzo Carlos Slim, quindicesimo Mark Zuckerberg; primo tra gli italiani Michele Ferrero e famiglia) hanno visto le loro ricchezze moltiplicarsi con l’esplosione della crisi globale. Cinque anni fa detenevano una ricchezza netta pari a 1.300 miliardi di dollari. Oggi contano su 1.900 miliardi di dollari. Un aumento di 600 miliardi di dollari, il 50% in termini nominali. Oxfam segnala inoltre una lotta tra i ricchi, visto che il loro numero è diminuito dai 388 del 2010 agli attuali 92 che detengono il volume equivalente alla ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale. Tre miliardi e mezzo di persone si dividono dunque il totale della ricchezza posseduta da queste persone.

lunedì 26 gennaio 2015

80 persone detengono metà della ricchezza mondiale

80 persone detengono metà della ricchezza
Negli ultimi anni è in atto uno “strano” fenomeno: i ricchi diventano sempre ricchi e i poveri sempre più poveri. Non tutti sanno che 80 uomini detengono la ricchezza del 50% della popolazione più povera(3,5 miliardi di persone). A dirlo è il rapporto “Wealth: Having it all and wainting more” dell’Oxfam.
Lo scorso anno, ricorda l’associazione, erano 85 i “paperon de’ paperoni”. Una diminuzione impressionante dai 388 del 2010. Alla vigilia del “World Economic Forum 2015” di Davos, il rapporto denuncia il fatto che “l’esplosione della disuguaglianza frena la lotta alla povertà in un mondo dove oltre un miliardo di persone vive con meno di 1,25 dollari al giorno, e 1 su 9 non ha nemmeno abbastanza da mangiare”. Dal rapporto emerge che emerge che l’1% della popolazione ha visto la propria quota di ricchezza mondiale crescere dal 44% del 2009 al 48% del 2014 e che a questo ritmo si supererà il 50% nel 2016. Gli esponenti di questa “elite” avevano una media di 2,7 miliardi di dollari pro capite nel 2014.

Quota di ricchezza globale

lunedì 5 gennaio 2015

Ecco i 5 paesi dove trasferirsi costa meno o rende di più

Ecco i 5 paesi dove trasferirsi costa meno o rende di più.
La classifica dei Paesi migliori per espatriare per quanto riguarda costo della vita e possibilità di carriera

Da tempo ormai gli italiani sono tornati ad essere popolo di migranti soprattutto a causa della crisi economica e occupazionale del Paese, ma quali sono le mete dove in  assoluto risulta più conveniente emigrare o almeno rende di più? Secondo l’Expat Index, l’indice dei Paesi migliori per espatriare calcolato in base ad sondaggio tra gli immigrati all’estero, sono cinque: Ecuador, Thailandia, Cina, Norvegia e Olanda. Molto dipende però da cosa si cerca all’estero quando si lascia il proprio Paese e quindi dalla disponibilità di tempo e soldi. Se quindi per molti pensionati il tutto si riduce al lato economico connesso al risparmio per poter vivere meglio, per i giovani è più importante la carriera e il lavoro. Ecco che Ecuador e Thailandia vanno bene per il costo della vita, Cina e Norvegia per il lavoro e la carriera, mentre l’Olanda per la disponibilità di tempo libero.
Per quanto riguarda l’Ecuador certamente trasferirsi in Sudamerica non è semplice ma ben l’85% degli intervistati dà una valutazione economica positiva del Paese. Lo stato in effetti è il ritiro preferito dai pensionati Usa che preferiscono vivere da signori lontano da casa. Nel Paese in effetti un’abitazione costa meno della media europea e americana, e in generale il 94% di quelli che vi si sono trasferiti ritiene quello che guadagna sufficiente al proprio futuro, mentre il 47% incassa “anche più di quello che gli servirebbe” per le spese quotidiane.

sabato 27 dicembre 2014

Benigni, un patrimonio tra società, case, terreni e latte in polvere

Benigni, un patrimonio tra società, case, terreni e latte in polvere
Fa ascolti, incassi e soldi Roberto Benigni. Soldi che sa anche investire molto bene. Perché il comico/attore/regista ha un ottimo senso degli affari. Con la moglie Nicoletta Braschi, infatti, Roberto Benigni ha un piccolo impero: riporta il Giornale che il bilancio 2013 della Melampo Cinematografica, società più importante della famiglia, al 50% di Roberto e al 50 di Nicoletta, attraverso la quale passano anche i contratti con laRai ha chiuso con un utile di 2.741.828 euro (più del doppio del bilancio precedente). E alla voce "ricavi delle vendite e delle prestazioni" si trova l'importo di oltre sei milioni di euro che è molto probabilmente riconducibile al cachet pagato dalla tv di Stato al premio Oscar.
La Hollywood umbra - Tant'è. Un altro affare che hanno fatto i Benigni riguarda la vendita della Spitfire alla Cinecittà Studios. La Spitfire si chiamava Cinecittà Papigno dal nome del borgo umbro dove Benigni creò il lager de La vita è bella. Il progetto era di farne poi una piccola Hollywood ma, nonostante i finanziamenti degli enti locali, non è mai decollato e oggi gli studi sono abbandonati. Ma i coniugi sono riusciti a venderli lo stesso per 1 milione e 400mila euro.
Case e latte - Ma non solo. Oltre alla Melampo e ad altre società, fra cui laTentacoli Edizioni musicali che detiene i diritti delle colonne sonore dei film, i Benigni hanno anche una società immobiliare, ventuno case, ventiterreni, una villa esclusiva nell'arcipelago della Maddalena, e persino una società, la Sicura srl di Cesena che vende latte in polvere per neonati e che ha fatturato un milione e mezzo di euro. 


Fonte: liberoquotidiano.it


giovedì 6 novembre 2014

Come è divisa la ricchezza nel mondo

http://youtu.be/GnhAKCp7ikE


L'1% dei più ricchi al mondo ha accumulato il 43% di tutta la ricchezza mondiale.

Di Massimo Mazzucco

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