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giovedì 12 marzo 2015

TORNARE ALLA MONETA DI STATO ECCO LA SOLUZIONE CHE COSTÒ LA VITA AD ALDO MORO



di Marco Saba

Se recuperassimo l’idea di Aldo Moro di emettere biglietti di stato a corso legale senza bisogno di chiedere banconote in prestito via Bankitalia-Bce, potremmo non soltanto assolvere i vari bisogni del popolo italiano, ma anche varare un bel corso gratuito di criminologia monetaria e bancaria.
Fu infatti così che i governi Moro finanziarono le spese statali, per circa 500 miliardi di lire degli anni ‘60 e ‘70, attraverso l’emissione di cartamoneta da 500 lire “biglietto di stato a corso legale” (emissioni “Aretusa” e “Mercurio”). La prima emissione fu normata con i DPR 20-06-1966 e 20-10-1967 del presidente Giuseppe Saragat per le 500 lire cartacee biglietto di Stato serie Aretusa, (Legge 31-05-1966). La seconda emissione fu regolata con il DPR 14-02-1974, del Presidente Giovanni Leone per le 500 lire cartacee biglietto di stato serie Mercurio, DM 2 aprile 1979.

Questa moneta di stato tra l’altro aveva l’importante funzione di immettere denaro senza debito che rendeva solvibile – almeno in parte – il sistema usuraio poiché serviva per pagare gli interessi per i quali il sistema bancario NON emetteva moneta e strozzava il paese (come invece ora fa).

mercoledì 21 gennaio 2015

Moro, i Servizi sul luogo del sequestro, il caso si riapre…

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Italia dagli eterni segreti e dai segreti di Stato perseveranti. Ma forse nel caso Moro ci potrebbero essere dei colpi di scena. E’ prevista per il prossimo 20 marzo, davanti al gip di Roma Donatella Pavone, l’esame dell’opposizione alla richiesta di archiviazione della tranche d’inchiesta sul rapimento e l’omicidio di Aldo Moro avocata lo scorso anno dalla procura generale e riguardante, tra l’altro, la presenza di una moto Honda in via Fani il giorno del sequestro dello statista Dc e l’eccidio della sua scorta. A proporre opposizione non è stato lo… Stato, per sapere come è andata. A muovere le acque è stato l’avvocato Valter Biscotti, legale dei familiari degli agenti morti nell’agguato delle Brigate Rosse. Quelli che sono vittime inconsapevoli di una strategia e che hanno pagato per tutti.

martedì 25 marzo 2014

Caso Moro, rivelazione clamorosa di ex poliziotto: “Servizi segreti scortarono le Br”

Aldo Moro, rivelazione clamorosa di un ex poliziotto: “Servizi Segreti scortarono le Br”
Enrico Rossi, ispettore di polizia in pensione, riapre il caso della strage di via Fani e il sequestro dello statista Dc del 16 marzo 1978: “Sulla moto che quel giorno bloccò il traffico c’erano due agenti dei servizi”
 
Aldo Moro, rivelazione clamorosa di un ex poliziotto: “Servizi segreti scortarono le Br”
E’ il 16 marzo del 1978. Siamo a Roma, in via Fani. Un giorno destinato a rimanere scolpito nella storia e nella memoria degli italiani. Le Brigate Rosse sequestrano il leader della Dc Aldo Moro e uccidono gli agenti della scorta. A 36 anni di distanza, il caso Moro si riapre, grazie alle rivelazioni di Enrico Rossi, ispettore di polizia in pensione. Ecco il suo racconto all’Ansa:
“I servizi segreti scortavano le Br il giorno del rapimento di Aldo Moro. Sul posto c’era anche una moto con a bordo due persone. Dipendevano dal colonnello del Sismi Camillo Guglielmi, che era in via Fani quella mattina. Dovevano proteggere le Br da ogni disturbo”
LA LETTERA ANINIMA - Rossi parla di una lettera scritta da uno degli uomini che il 16 marzo ’78 si trovava a bordo della moto Honda che bloccò il traffico tra via Stresa e via Fani durante il rapimento. La lettera fu inviata a un quotidiano nell’ottobre 2009. L’anonimo forniva elementi per rintracciare il guidatore della Honda: il nome di una donna e di un negozio di Torino. “Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più”. Il quotidiano all’epoca passò alla Questura la lettera per i dovuti riscontri, ma della missiva non si seppe più nulla. A Rossi, che ha sempre lavorato nell’antiterrorismo, la lettera arriva sul tavolo nel febbraio 2011 in modo casuale. Non è protocollata e non sono stati fatti accertamenti, ma ci vuole poco a identificare il presunto guidatore della Honda di via Fani che secondo un testimone ritenuto molto credibile era a volto scoperto e aveva tratti del viso che ricordavano Eduardo De Filippo.

giovedì 20 marzo 2014

Omicidio di Aldo Moro. La trappola di via Fani

strage via fani misteri
A FINE ARTICOLO VEDI GLI APPROFONDIMENTI
SULL'OMICIDIO DI ALDO MORO
di G.C.- articolotre.com
Era il 16 marzo del 1978 e, alla Camera dei deputati, era previsto il dibattito e il voto di fiducia per il quarto governo presieduto da Giulio Andreotti. Doveva trattarsi di un momento di fondamentale importanza sia per il segretario della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, che per l'Italia tutta: per la prima volta nella storia repubblicana, il Partito Comunista Italiano, infatti, avrebbe concorso direttamente alla maggioranza parlamentare che avrebbe sostenuto il nuovo esecutivo. Una manovra politica tutt'altro che semplice e guidata proprio da Moro, grazie ad uno scrupoloso lavoro di mediazione con il segretario del Pci Enrico Berlinguer. 
Le cose, però, andarono diversamente. Moro uscì dalla sua casa, in viale del Forte Trionfale, poco prima delle 9.00 e salì su una Fiat 130, assieme a Domenico Ricci e Oreste Leonardi, due uomini della sua scorta. A seguire l'auto, un'Alfetta, con a bordo altri tre agenti: Giulio Rivera, Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi. Il percorso più semplice per giungere a Montecitorio, dall'abitazione di Moro, era quello che prevedeva il passaggio in via Trionfale. Eppure, Moro e la sua scorta, quel giorno, presero un'altra strada: via Mario Fani, recandosi ignari all'appuntamento con la morte.
Una volta imboccata la strada, infatti, le due auto vennero prese in trappola, attraverso una tecnica denominata "a cancelletto": quattro vetture posizionate in punti strategici della via bloccarono il traffico, permettendo ad un nucleo armato di brigatisti procedere con quella che passò alla storia come"strage di via Fani".
Istanti di orrore e sangue: da dietro alcune siepi, sbucarono quattro uomini vestiti con uniformi del personale Alitalia, armati di pistole mitragliatrici, che aprirono il fuoco: si trattavano di Valerio Morucci, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari e Franco Bonisoli.
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