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lunedì 20 giugno 2016

TERRORISMO: UNA FONTE DI BUGIE E INGANNI



DI CHRISTOPHER  BLACK 

journal-neo.org

Come sta andando la vostra guerra al "terrorismo”? Io non sto facendo un granché dato che non ho idea di chi sia il nemico. Come il comico afroamericano Dick Gregory il quale, sentendo che il presidente Johnson aveva dichiarato guerra alla povertà, era corso in strada con una bomba a mano da lanciare contro qualche poveretto. Allo stesso modo io non ho idea di chi sia il vero nemico, verso chi lanciare una granata. E questo mi fa riflettere.

Ci è stato detto, in tutto il mondo, da ogni governo, che siamo di fronte a una "guerra contro il terrorismo". Ma il terrorismo è un'azione, una tattica, una strategia.


E 'un metodo e non una persona, un gruppo, un paese. Come può esistere una guerra contro un metodo di guerra? 
Vogliono farci  lottare contro un metodo senza permetterci di chiedere mai perché o contro chi dovremmo lottare. Ciò non sembra avere più importanza. Ci dicono di non interessarci al motivo per cui succede qualcosa, ma solo al modo in cui succede.

Ammettiamolo, gli americani, con tutte le capacità creative di Madison Avenue, sono riusciti a farci usare una frase che George Bush aveva precedentemente utilizzato nel 2001, dopo lo strano evento di New York, che ha tutte le caratteristiche di un attacco di Stato verso la propria popolazione per giustificare le invasioni in Afghanistan e poi in Iraq.
E 'diventato un eufemismo e una giustificazione per tutte le guerre che hanno intrapreso da allora. Le persone non hanno bisogno di sapere il motivo per cui esistono i "terroristi", o chi sono e ciò che li motiva, o addirittura se esistono davvero, perché si tratta semplicemente di "terroristi".


A volte la guerra è contro un "regime" che sta "terrorizzando" il proprio popolo, stando a quanto dice la “mafia della responsabilità di proteggere” che fa da coro ai principali attori in questo teatro, come è stato fatto per la Jugoslavia e la Libia; altre volte è contro un regime che "terrorizza il mondo", come abbiamo visto con l'Iraq. Altre volte ancora la guerra è una guerra fasulla contro "terroristi" che sono in realtà forze mercenarie che combattono per gli USA ed i loro alleati. Lo vediamo in Siria. Lo abbiamo visto in passato contro la Russia. Il risultato è lo stesso.

Quando gli americani dicono che stanno combattendo i "terroristi" in Iraq, in realtà significa che stanno combattendo la resistenza alla loro invasione e alla loro occupazione.
Quando fanno la stessa cosa in Afghanistan, vale la stessa scusa: stanno combattendo una resistenza nazionale. I russi, quando dicono che stanno combattendo il "terrorismo" in Siria, sanno che in realtà stanno combattendo gli Stati Uniti, i loro alleati e le forze che combattono per loro procura (proxy forces).

Gli attentati e le sparatorie in Europa, Asia, Stati Uniti e Russia sono tutti collegati alla guerra reale che viene condotta dagli Stati Uniti contro il mondo che vuole controllare. E può essere descritta ancor meglio come una guerra di terrore condotta da parte degli Stati Uniti e dei loro stati vassalli contro il resto di noi.


La guerra al terrorismo è, infatti, la guerra americana contro il mondo. Non è forse questo ciò a cui  stiamo assistendo, da parte degli Stati Uniti nei confronti dell'America Latina, dell'Africa, dell'Europa, dell'Asia? Guerre non-stop dalla fine della seconda guerra mondiale. Si può anche dire che la seconda guerra mondiale non ha mai avuto una vera fine. E' passata attraverso diverse fasi. Dalla sconfitta dell'impero tedesco e di quello giapponese nel 1945, alla guerra da parte dello stato corporativo americano contro tutti i governi socialisti (e a favore dei lavoratori) in tutto il mondo e contro qualsiasi paese, anche di orientamento capitalistico, che richiedeva o richiede un prezzo equo per le sue risorse o che non vuole obbedire agli ordini di Washington.


Gli atti di terrorismo da parte di elementi che agiscono per procura degli Stati Uniti (proxy elements) e le forze in Siria e in Ucraina, per esempio, sono un tipo di guerra che si può definire ibrida. Un tipo di guerra usata sia contro il paese preso di mira (per esempio la Siria, la Libia e la Russia) sia contro il proprio popolo e le popolazioni dei governi alleati, attraverso la propaganda necessaria per ottenere il loro sostegno a favore  di quelle stesse guerre delle quali sono anche le prime vittime. In altre parole, fanno in modo che le persone si taglino la gola da sole.

Il risultato è lo stesso: nuove leggi sulla sicurezza e sorveglianza opprimenti; l'aumentare delle richieste affinché si combattano delle guerre in Medio Oriente. L'uso di leggi di emergenza, come in Francia, che viene utilizzato per terrorizzare i lavoratori, minacciando condizioni di lavoro più dure a fronte di riduzioni della paga e a favore dell'aumento del profitto da parte degli industriali.
Non è forse una forma di terrorismo, di terrorismo di classe?


Ogni serie di "attentati terroristici" da Londra a Madrid, a Parigi e a Boston,  di sparatorie in cui i cosiddetti terroristi, invece di venire arrestati, finiscono per venire sempre uccisi (e in cui sembra che tutti i presunti aggressori abbiano qualche connessione con i servizi di intelligence dei paesi coinvolti), e di attacchi che spesso si verificano in concomitanza a periodi in cui la polizia sta conducendo esercitazioni "anti-terrorismo", fanno sì che molte persone si domandino se questi eventi siano organizzati dagli stati in prima persona o se ,quelli che chiaramente non lo sono, si avvalgano anche dell'operato dei servizi di intelligence di stato, come per il famoso attentato a Bologna, in Italia; l'attacco eseguito  dall'organizzazione incaricata dell'Operazione Gladio è stato un lavoro dei servizi segreti di stato per screditare la sinistra.

Le forze alimentate in Europa orientale dalla NATO che minacciano la Russia, non sono forse un tentativo di terrorizzare il popolo russo?
La concentrazione di forze americane intorno alla Cina, non è forse un tentativo di terrorizzare il popolo cinese con la minaccia di una guerra a meno che non si pieghi al presidente americano?


Il rinnovamento americano del proprio arsenale nucleare, la promessa britannica di fare lo stesso, le continue minacce di guerra mondiale provenienti dalle sudicie bocche della leadership in decomposizione durante la campagna presidenziale americana, le bugie e le distorsioni propagate dai mass-media occidentali alla propria popolazione per intimorirla al punto tale da aver paura della sua stessa ombra, non sono forse atti di terrorismo contro il popolo di tutto il mondo?


L'uso della parola "terrorismo" non dice nulla. Non contiene alcuna informazione utile che possa  condurre ad una comprensione degli eventi e delle circostanze. Si tratta di una parola usata per drogare la mente, paralizzare il pensiero, fiaccare la volontà. La lingua è un importante strumento di controllo delle persone. Accettare il linguaggio della propaganda usata dai poteri che vogliono controllarci significa arrendersi completamente ad essi perché, una volta che lo facciamo, perdiamo la capacità di pensare razionalmente, di analizzare, di mettere in discussione, di pensare per noi stessi.


Infine, il terrore è un'azione che viene utilizzata da coloro che non possono ottenere quello che vogliono legittimamente. Singoli atti di terrore, svolti da un terrorista solitario o da un piccolo gruppo, avvengono perché non hanno altro potere politico se non quello di cercare di spaventare la popolazione. Ma gli atti di terrorismo effettuati da quelle fazioni della società che detengono il potere statale dimostrano la consapevolezza di porsi obiettivi e utilizzare metodi criminali.
Questo è il motivo per cui devono ricorrere al terrorismo nei confronti della propria popolazione, per mantenere il controllo ed il dominio. E questo è lo stato delle cose a cui il mondo è stato ridotto dopo un secolo di guerra, a cominciare dalla “grande guerra”, la prima guerra mondiale, attraverso la seconda e la terza, eufemisticamente chiamata guerra fredda, e adesso la quarta, e finale, guerra, ora in corso, cominciata con il bombardamento terroristico, targato NATO, della Jugoslavia.

Se vogliamo eliminare il terrorismo in questo mondo, allora dobbiamo eliminare le condizioni che portano al potere coloro che sono disposti ad usare il terrorismo per governare.
Negli Stati Uniti, una rivoluzione democratica avrebbe dovuto aver luogo, ma la folla disorganizzata che è ora il popolo americano è più facilmente influenzata dai demagoghi del fascismo, come Donald Trump o Hillary Clinton, che da idee di giustizia sociale ed economica.

La situazione è preoccupante e sempre più oscura, giorno dopo giorno, con l'aumento della violenza, con i droni che assassinano a distanza, con il diritto internazionale fatto a brandelli, con il clima che continua a riscaldarsi e cambiare senza che vi sia un reale tentativo di porre fine a tali mutamenti, con la vita quotidiana sempre più precaria ogni giorno che passa.


Forse qualcuno là fuori ha la risposta a tutto questo. Io no. Ma non la troveremo, neanche la cercheremo, fino a che non cominceremo a chiamare le cose con il loro nome, e non "terrorismo”, fino a che non ridefiniremo i termini che utilizziamo e cominceremo a parlarci l'un l'altro in maniera reale, veritiera, invece di essere intrappolati nella matrice di menzogne e inganni che definisce il mondo moderno.



Christopher Black è un avvocato penalista internazionale che vive a Toronto, è un membro della Law Society of Upper Canada ed è conosciuto per una serie di casi di alto profilo riguardanti i diritti umani e i crimini di guerra, in particolare per la rivista online “New Eastern Outlook”.
Fonte: http://journal-neo.org
Link: 
http://journal-neo.org/2016/06/17/terrorism-a-matrix-of-lies-and-deceit/
1706.2016

Scelto e tradotto per www.comedonchiscioitte.org da DESASTRADO 



Fonte: comedonchisciotte.org

domenica 19 giugno 2016

ESCALATION DEL TERRORISMO, PRELUDIO DI SEI MESI CRUCIALI


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DI FEDERICO DEZZANI
federicodezzani.altervista.org


Sei mesi decisivi per l’egemonia atlantica
L’Occidente è entrato in una fase cruciale per il suo futuro. O meglio, considerato che l’Occidente in termini geografici sopravviverà imperturbabile fino alla notte dei tempi, è l’attuale architettura politica che controlla i due lati dell’Atlantico ad essere entrata in una fase cruciale: il sistema euro-atlantico, d’ora in avanti, lotta per la sua sopravvivenza.
L’angoscia che attanaglia le élite atlantiche è per certi versi simile a quella vissuta dalla classe dirigente europea tra la prima e la seconda guerra mondiale: si avverte chiaramente come un’epoca stia finendo ed un mondo, ancora funzionante dal punto di vista formale, sia in realtà in rapida decomposizione. Capita così che il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, uno dei massimi alfieri dell’atlantismo, evochi con riferimento alla Brexit la fine della civiltà occidentale, un tema già sviluppato dal filosofo tedesco Oswald Spengler tra gli anni ’20 e ’30 del XX secolo. Sono affermazioni, quelle di Tusk, del tutto autoreferenziali, perché il collasso dell’Unione Europea e dell’Alleanza Nord Atlantica implicherebbe la fine solo delle oligarchie cui appartiene l’ex-premier polacco, non certo dei popoli europei che, al contrario, potrebbero finalmente rifiatare e riacquistare spazi di manovra.
La crucialità del momento nasce dall’accavallarsi di una molteplicità di consultazioni elettorali e dal concomitante deteriorarsi dell’economia, negli USA come nell’eurozona: si comincia con il referendum inglese sulla permanenza nella UE e si termina con le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, mentre il rialzo del tassi da parte della FED è procrastinato sine die e l’eurozona si dibatte ancora nella deflazione, a distanza di 15 mesi dall’avvio dell’allentamento quantitativo della BCE. Una vittoria degli anti-europeisti al referendum inglese, un successo di Donald Trump alle presidenziali, il ritorno dell’eurozona in recessione, rischiano di infliggere il colpo di grazia alla già traballante impalcatura atlantica.
Le contromisure adottate dall’establishment in questi frangenti, benché apparentemente molto diverse fra loro, sono riconducibili ad unico, comune, denominatore: incutere paura. Si minaccia l’opinione pubblica inglese di recessione e pesanti sacrifici economici nel caso cui il Regno Unito uscisse dalla UE, si assaltano i mercati finanziari europei per scongiurare l’eventualità che altri Paesi indicano referendum analoghi, si dipingono scenari a tinte fosche qualora si affermassero  i candidati “populisti”.
Gli effetti sull’elettorato sarebbero però modesti senza l’apporto dell’ingrediente più esplosivo: il terrorismo. Bombardando l’opinione pubblica con notizie, immagini e video di stragi compiute nei luoghi della quotidianità (aeroporti, stazioni ferroviarie, discoteche, stadi, quartieri della movida, etc. etc.) si ottiene un duplice risultato: si distoglie l’attenzione dalle criticità economiche e si genera domanda di normalità e sicurezza, a discapito delle formazioni anti-establishment ed a vantaggio dei partiti tradizionali, difensori dell’ordine vigente.
Non è quindi un caso se l’inizio di questa fase delicatissima sia stato scandito da due attentati compiuti a distanza di nemmeno 48 ore l’uno dall’altro, il primo negli Stati Uniti ed il secondo in Francia, entrambi perpetrati ufficialmente dallo Stato Islamico. Dire “ISIS” equivale a dire “servizi israeliani ed angloamericani” e sul perché Tel Aviv, Washington e Londra svolgano un ruolo così attivo nella strategia della tensione che sta insanguinando l’Europa, già ci soffermammo in occasione degli attentati di Bruxelles: l’Unione europea rappresenta il “contenitore geopolitico” dentro cui è racchiuso il Vecchio Continente e la sua sopravvivenza è di vitale importanza per piegare i 28 membri ad unica volontà (quella atlantica), come hanno dimostrato in questi anni i casi delle sanzioni economiche all’Iran ed alla Russia.
L’attentato dell’11 giugno (firma inequivocabile) al locale omosessuale di Orlando, Florida, è la sanguinosa ouverture della strategia della tensione che accompagnerà l’Occidente per i prossimi mesi. Omar Mateen, cittadino 29enne americano di origine afgane, persona “non stabile” secondo l’ex-moglie, inserito dall’FBI in una lista di possibili simpatizzanti dell’ISIS, figlio di un predicatore estremista, già guardia giurata per la società di sicurezza G4S, chiama il 911 asserendo di aver giurato fedeltà all’ISIS, quindi, armato di una pistola e di un fucile mitragliatore AR-15, irrompe in una discoteca, seguendo il copione già sperimentato al Bataclan lo scorso novembre. Muoiono 50 persone, la peggiore strage con armi da fuoco negli Stati Uniti (il rapporto 7 attentatori per 130 vittime del Bataclan -1:18- raggiunge così l’incredibile livello di 1:50) e, distanza di poche ore, l’immancabile SITE diretto dall’israeliana Rita Katz scova la rivendicazione dello Stato Islamico.

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Fonte: comedonchisciotte.org

martedì 14 giugno 2016

Il terrorista di Orlando collegato alla CIA?


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Omar Mateen era legato all’ex-guardia del corpo dell’agente della CIA shayq Umar Abdurahman
Kurt Nimmo, Infowars 12 giugno 2016 - Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
Omar Mateen era un seguace di Marcus Dwayne Robertson, ex-marine degli Stati Uniti e guardia del corpo dello “sceicco cieco” Umar Abdurahman.
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Fox News riferisce: “L’uomo che ha ucciso almeno 50 persone in una discoteca della Florida era un seguace di un controverso capo di rapinatori di banche (Marcus Dwayne Robertson) rilasciato dal carcere lo scorso anno nonostante gli avvertimenti dei procuratori che avrebbe reclutato persone per azioni violente, secondo le fonti di FoxNews.com. Abdurahman era un capo spirituale dei mujahidin appoggiati dalla CIA in Afghanistan. Negli anni ’80 “fu arruolato da funzionari dell’intelligence pakistana e statunitense che orchestravano la guerra in Afghanistan. Una sessantina di ufficiali delle Forze speciali e della CIA lo consideravano una ‘risorsa preziosa’, secondo uno di loro, trascurandone il messaggio anti-occidentale e l’incitamento alla guerra santa perché lo volevano aiutare ad unificare i gruppi dei mujahidin“, secondo The Atlantic Monthly. Dopo che il mentore di Usama bin Ladin, Abdullah Azam, fu assassinato nel 1989, la CIA collaborò strettamente con Abdurahman. L’agenzia lo portò negli Stati Uniti in numerose occasioni, nonostante fosse sulla lista di sospetti terroristi. Fu anche pagato dalla CIA per visitare Londra, dove radicalizzò i musulmani reclutandoli per la guerra contro i sovietici in Afghanistan (vedi Sean O’Neill, La fabbrica del suicidio, Abu Hamza e la moschea di Finsbury Park). A New York, secondo un “funzionario egiziano di grado molto elevato“, Abdurahman continuò a lavorare con la CIA. Abdurahman fu implicato nell’assassinio del rabbino sionista radicale Meir Kahane, ma la CIA bloccò l’indagine. “E’ un caso che lo sceicco ebbe il visto ed sia ancora nel Paese. È qui sotto le bandiere di Sicurezza nazionale, dipartimento di Stato, NSA e CIA“, disse un agente dell’FBI secondo The Village Voice. La CIA avrebbe poi bloccato le indagini sul coinvolgimento di Abdurahman nel complotto per bombardare il WTC e altre sedi nel 1993. Alla fine fu arrestato e accusato. Un documento della CIA concluse che l’agenzia era “parzialmente colpevole” per l’attentato del 1993 al World Trade Center, perché contribuì ad addestrare e supportare alcuni degli attentatori.
Marcus Dwayne Robertson, alias Abu Taubah, era un marine e membro di una banda di New York che lavorava con la CIA. “Anche se questa affermazione può sembrare fantastica, un memorandum sulla condanna emessa dai suoi avvocati, a fine aprile, afferma che il governo confermò una serie di affermazioni di Robertson sulle passate attività clandestine condotte per conto del governo“, scrive Murtaza Hussain per Intercept. Robertson, che fu anche informatore dell’FBI per 15 anni, venne arrestato, imprigionato e accusato di possesso di arma da fuoco di un criminale, e condannato nel 2011. Era l’imam del Seminario della Conoscenza Fondamentale Islamica di Orlando, al momento. Nei primi anni ’90 fu la guardia del corpo dello sceicco Umar Abdurahman. “Bill Warner, investigatore privato di Sarasota in Florida e attivista anti-islamista, che seguiva Marcus Robertson dal 2009, sostiene che oltre agli ultimi crimini Robertson ha ‘legami con al-Qaida risalenti almeno al 1993, a New York City, e in precedenza era legato ad Umar Abdurahman, il cosiddetto ‘sceicco cieco’ il cui gruppo estremista fu accusato del primo attentato al World Trade Center del 1993. Abdurahman, condannato per cospirazione sediziosa con altri nove, sconta l’ergastolo al Butner Federal Correctional Institution nel North Carolina“, riferiva Fox News a marzo. Fox News e gli altri media corporativi evitano l’ovvio. Abdul-Rahman, Robertson e si può ragionevolmente presumere Omar Mateen erano controllati della CIA e, probabilmente, dall’FBI. Questo, naturalmente, va contro la storia su Mateen lupo solitario ispirato dallo Stato Islamico, a sua volta variante di al-Qaida cresciuta sulla scia della guerra in Afghanistan contro i sovietici negli anni ’80 (i taliban anche derivano dai resti dei mujahidin).
Umar Abdurahman
Umar Abdurahman
Il padre di Omar Mateen aveva appena visito Congresso e dipartimento di Stato degli USA
Jack Phillips, Epoch Times,13 giugno 2016
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Il padre di Omar Mateen, il 29enne che ha compiuto la peggiore strage nella storia degli USA, è un attivista politico che concorre alle presidenziali dell’Afghanistan. Seddique Mateen, cittadino afghano, era stato a Washington DC di recente, cercando supporto presso dipartimento di Stato e Congresso, secondo The Independent Journal. Ha pubblicato le ultime immagini di se stesso su Facebook presso il dipartimento di Stato e gli uffici dei democratici del comitato dei servizi esteri. “Abbiamo il dovere di dire al mondo che il Pakistan uccide il popolo afghano“, ha scritto in un post, secondo The Journal. In un altro post ha parlato di incontri con il Comitato per le Relazioni Estere e della partecipazione a un’audizione sulla sicurezza in Afghanistan. Ha anche incontrato i deputati repubblicani Charlie Rangel, Dana Rohrabacher ed Ed Royce, secondo i suoi post su Facebook. Epoch Times ha contattato Seddique Mateen su Facebookper un commento. Il Washington Post ha riferito che cercava di concorrere alle presidenziali dell’Afghanistan. “Il video più recente sul canale youtube di Mateen lo mostra dichiarare la candidatura alla presidenza afghana. La tempistica del video è strana, avvenendo un anno dopo le elezioni presidenziali in Afghanistan“, riferisce il Post. Mateen ha anche inviato messaggi all’amministrazione Obama, tra cui una foto di lui con uno striscione che dice: “I taliban sono AFGHANI al 100%. Nessuno li controlla e vogliono distruggere la Linea Durand“. In un altro post ha scritto: “Oh Presidente Obama, il Pakistan è la capitale del terrorismo“, e un altro dice: “L’ISI del Pakistan uccide soldati statunitensi e afgani“. Parlando con la NBC News, Mateen ha detto che l’attacco di suo figlio “non ha nulla a che fare con la religione“. “Chiediamo scusa per l’incidente. Non sapevamo delle azioni che ha preso. Siamo scioccati, come tutto il Paese“, ha detto l’emittente.
I funzionari dicono che almeno 50 persone sono state uccise ed altre 53 ferite nella sparatoria nella discoteca, avvenuta il 12 giugno di prima mattina. Il sospettato di New York, Omar Mateen, veniva ucciso dalla polizia circa 3 ore dopo l’incidente. Ron Hopper, capo dell’FBI di Orlando, ha detto che il suo ufficio seguiva Omar nel 2013, quando fece dei “commenti infiammati” ai colleghi su possibili “legami terroristici”, secondo al-Jazeera. Nel 2014, i funzionari l’indagarono per “possibili legami” col kamikaze statunitense Moner Mohammad Abusalha. Il contatto di Omar con Abusalha era “minimo e non costituiva un rapporto sostanziale o una minaccia all’epoca“, ha detto Hopper all’emittente. Omar aveva legalmente acquistato le due armi che si ritiene abbia utilizzato nella sparatoria, pochi “giorni prima”, ha detto Trevor Velinor, portavoce del Bureau of Alcohol, Tabacco, and Firearms(ATF). Hopper rispose alle domande su come Omar abbia ottenuto le armi pur essendo indagato dall’FBI dicendo: “non c’era nulla per poter continuare le indagini“. Quando i giornalisti glielo chiesero ancora, rispose: “Ancora una volta, l’indagine è stata chiusa“.
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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora


domenica 12 giugno 2016

False flag: usano terroristi per ucciderci sotto falsa bandiera



Da sempre il potere proclama dei valori, attraverso i quali si legittima, ma li nega con una parte delle sue azioni, con le quali si rafforza. È una questione che si ripropone nel corso del tempo. Niccolò Machiavelli affermava del Principe che «è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell’uno de’ dua». Parlava di un potere che all’occorrenza non esitava a mostrare senza maschera la sua faccia più crudele, e guai ai vinti. Nella variante moderna il potere vuol farsi amare dal popolo promettendo la democrazia, ossia il potere del popolo, ma usa ugualmente la paura come strumento di governo, solo che ha bisogno di attribuire ad altri l’intento di causarla, attraverso atti spesso eclatanti. Ecco dunque le “false flag”, aggressioni ricevute sotto falsa bandiera, attentati terroristici da addossare a nemici veri o inventati, contro i quali scatenare l’isteria dei propri media, che a sua volta trascina interi popoli. Le false flag aiutano il nucleo più interno del potere a conquistare sufficiente consenso per imporre la disciplina dettata dalla paura. Gli diventa più facile restringere le libertà, neutralizzare e disperdere il dissenso, pur esibendo ancora agli occhi dei popoli i simulacri delle vecchie costituzioni.
Come diceva il maiale Napoleone nella “Fattoria degli animali” di Orwell: «Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri». E oggi i governanti sembrano dirci: «Tutte le libertà sono in vigore, ma alcune sono meno vigenti delle altre». Enrica PerucchiettiIl prezzo da pagare può essere altissimo. Il preavviso passa attraverso i secoli e ci viene da uno dei padri costituenti degli Stati Uniti d’America, Benjamin Franklin: «Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza». Il libro che avete in mano ricostruisce una serie impressionante di vicende diverse, attribuibili a differenti Stati e legate a circostanze storiche non sempre connesse direttamente fra di loro, ma accomunate da un metodo che sembra essere uno strumento essenziale della moderna “arte di governo”. Enrica Perucchietti entra in dettaglio sui misteri e le scoperte che rivelano da un’altra prospettiva decine di incidenti militari, attentati, azioni terroristiche: di fronte a tanti gialli politici per i quali i governi forniscono su due piedi spiegazioni piatte, sprovviste di profondità, riduttive, banali, riferite a killer solitari e a gruppi isolati che non godrebbero di indecenti connivenze dentro gli apparati dello Stato fra chi potrebbe bloccarli, l’autrice del saggio fa invece affiorare indizi, prove, collegamenti clamorosi, fino a raccontare le storie che la censura di tipo moderno aveva eclissato in mezzo alla sua immensa produzione di notizie inutili.
Perciò viene citato regolarmente il saggista statunitense Webster Tarpley, che ha coniato un concetto efficacissimo per descrivere questo sistema, ossia «terrorismo sintetico», che altro non è che «il mezzo con cui le oligarchie scatenano contro i popoli guerre segrete, che sarebbe impossibile fare apertamente. L’oligarchia, a sua volta, ha sempre lo stesso programma politico […] Il programma dell’oligarchia è di perpetuare l’oligarchia». In tante pagine il vostro sguardo potrà posarsi su un secolo intero di vicende storiche innescate o favorite dalle flase flag, fino a notare come queste diventino sempre più numerose. Episodi più lontani nel tempo, come l’affondamento del Lusitania, l’incendio del Reichstag, l’incidente del Tonchino, diventano – decennio dopo decennio – una prassi rodata e frequente, che si moltiplica nel corso degli ultimi 15 anni. E cosa ha inaugurato quest’ultimo periodo? Esattamente la più spettacolare e visionaria delle false flag, lo scenario apocalittico dell’11 settembre 2001. Quel che è venuto dopo – ossia la “guerra infinita”, la “guerra al terrorismo”, lo spionaggio totalitario coperto dal Patriot Act e altre leggi liberticide – una volta illuminato dalla luce terribile dell’11/9, si è avvalso di una sorta di “terapia di mantenimento” a base di Webster Tarpleyattentati piccoli e grandi, perpetrati da gruppi di terroristi presso i quali sono sempre riconoscibili l’ombra e l’impronta dei servizi segreti.
I servizi segreti sono il grande convitato di pietra, sempre più ingombrante eppure ancora sottovalutato nelle analisi politiche, storiche e giornalistiche. Anche se gli apparati di intelligence sono formalmente subordinati al potere politico ed esecutivo, hanno risorse enormi in grado di sfuggire ai deboli criteri di trasparenza che possono mettere in campo le eventuali commissioni parlamentari di controllo. Pertanto sono capaci di costruire reti di interessi che in tutta autonomia possono condizionare sia l’agenda politica sia l’agenda dei media. Settori interi di questi servizi giocano partite autosufficienti grazie a budget incontrollabili ed enormi, in grado di mettere in campo forze pervasive. All’interno di quello che certi politologi definiscono “lo Stato profondo” esistono settori ombra del governo, dotati di proprie catene di comando presso le forze armate, di budget non rendicontabili che uniscono risorse pubbliche e autofinanziamento in simbiosi con le attività criminali delle mafie, provvisti di idee proprie in merito al modo di intendere l’interesse nazionale, portati a costruire ogni tipo di rapporto con gruppi terroristici che poi manovrano con “leve lunghe” e irriconoscibili.
Le attività sono organizzate e adempiute mascherando ogni responsabilità riconducibile ai governi, tanto che immense risorse sono spese per depistare e neutralizzare le eventuali scoperte con il noto principio della «plausible deniability», ossia la smentita plausibile. Ove rimanesse ancora una notizia impossibile da smentire, la si potrà disinnescare grazie all’immenso arbitrio in mano ai dirigenti dei media più importanti, che hanno mille intrecci con il mondo dei servizi. Il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, che ha a lungo lavorato per la “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, uno dei principali quotidiani tedeschi, ha scritto un saggio bestseller, “Gekaufte Journalisten” (giornalisti venduti), in cui rivela che per molti anni la Cia lo aveva pagato per manipolare le notizie, e che questa è la consuetudine ancora attuale nei media germanici. Tutto fa pensare che la consuetudine sia identica Udo Ulfkotteanche altrove. Di certo non leggerete su “La Repubblica” una recensione sul libro di Ulfkotte, mentre leggerete le geremiadi dei suoi editorialisti su dove andremo a finire con questi complottisti, signora mia…
Come spiegarsi altrimenti il silenzio che circonda certe notizie, che vengono pur date per salvarsi la coscienza, ma non hanno un prosieguo, una campagna di inchieste, nessun impegno? Eppure perfino Human Rights Watch (Hrw) ha denunciato: «L’agenzia Fbi pagava dei musulmani per compiere attentati». Secondo un’indagine su 27 processi e 215 interviste, l’agenzia di intelligence interna americana «ha creato dei terroristi sollecitando i loro obiettivi ad agire e compiere atti di terrorismo». Notare bene: “creato dei terroristi”. In che modo? «In molti casi il governo, usando i suoi informatori, ha sviluppato falsi complotti terroristici, persuadendo e in alcuni casi facendo pressione su individui, per farli partecipare e fornire risorse per attentati», scrive Hrw. Per l’organizzazione, metà dei casi esaminati fa parte di operazioni portate avanti con l’inganno e nel 30% dei casi un agente sotto copertura ha giocato un ruolo attivo nel complotto. «Agli americani è stato detto che il loro governo veglia sulla loro sicurezza prevenendo e perseguendo il terrorismo all’interno degli Stati Uniti», ha detto Andrea Prasow, vice direttore di Hrw a Washington. «Ma se si osserva da vicino si scopre che molte di queste persone non avrebbero mai commesso crimini se non fossero state incoraggiate da agenti federali, a volte anche pagate». La notizia, se non la vogliamo ignorare, è semplice e terribile: gran parte degli attentati terroristici sul suolo Usa sono indotti dalla stessa organizzazione che li dovrebbe combattere, cioè l’Fbi.
Gli organi di informazione che hanno lasciato appesa al nulla questa notizia impressionante, sono gli stessi che per anni – ad ogni attentato avvenuto o sventato – avevano ripetuto i comunicati dell’Fbi senza chiedere spiegazioni. Queste veline diventavano titoli urlati in prima pagina, notizie di apertura dei telegiornali. Quando la verità emerge, spesso molti anni dopo, non gode certo degli stessi spazi, rimanendo confinata in qualche insignificante pagina interna, in taglio basso. Chi aveva voluto raggiungere un certo effetto con i titoli cubitali, lo aveva già ottenuto. Resta viceversa la prima impressione dell’allarme, quando l’annuncio strillato e falso si deposita nella coscienza di lettori e spettatori. Ed è per responsabilità di questa informazione – che si è curata solo di aizzare (quando gli è stato comandato), o di “sopire e troncare” (quando era comodo) – che ogni giorno ci è stato depredato un pezzo di libertà, di sovranità, e infine imposto lo spionaggio totalitario della Nsa, l’agenzia che perfino di ciascun lettore di questo libro, in nome della sicurezza, possiede tutte le tracce delle sue comunicazioni, tutte le e-Edward Snowdenmail, i suoi orientamenti, i segreti personali. Ed è naturalmente in grado di ricattare ogni politico-maggiordomo occidentale, esposto al tempismo di qualche scandalo che lo potrebbe colpire e affondare se dovesse ribellarsi ai padroni dei segreti.
Enrica Perucchietti ricompone un vasto mosaico di “false flag” che nell’insieme disegnano un allarme sicurezza permanente che ha fatto da base giuridica e premessa politica delle guerre di aggressione intraprese dal 2001 in poi, nonché delle leggi che hanno consentito lo spionaggio di massa indiscriminato oltre ad aver reintrodotto gli arresti extralegali assieme alla tortura. In questo quadro emerge chiaramente che il terrorismo sintetico è un’interminabile catena di azioni in cui gli attori hanno sempre il fiato sul collo dell’intelligence, che li manipola per i propri fini. Quel che nel senso comune si chiama terrorismo è in prevalenza una forma di manipolazione di massa, coperta da entità statali e usata con l’accordo dei pochi proprietari della quasi totalità dei media mainstream, i quali sono adibiti a organizzare a comando gli isterismi collettivi e a rinfrescare la paura, ricordando certe vittime innocenti e dimenticandone altre.
Nel saggio si sottolinea ad esempio come ci sia una notevole compartecipazione tra servizi segreti e gruppi islamisti, compresa l’Isis/Daesh. Enrica Perucchietti pone la domanda che nella maggior parte dei nostri media è tabù: «Spuntando dal nulla nel giro di pochi mesi, l’Isis si è assicurata un gran numero di risorse, armi, attrezzature multimediali high-tech e specialisti in propaganda. Da dove provengono i soldi e le tecniche di guerriglia?». L’Isis, cioè lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Siria), è uno stato-non-stato che nel costituire per definizione un’entità terrorista si prende il “diritto” di non attenersi ad alcuna legalità, come se fossero i corsari dei giorni nostri. Nell’epoca dei paradossi, gli Usa – con buone ragioni – definiscono l’Isis e altre organizzazioni della galassia jihadista come “organizzazioni terroriste”; ma quando sentiamo vecchi astri della politica imperiale statunitense come Zbigniew Brzezinski e John McCain definire i jihadisti come «i nostri asset», sembra quasi che definirli terroristi implichi proprio il diritto-dovere di essere terroristi. Catalogarli così somiglia quasi a una “lettera di corsa” da Zbigniew Brzezinskiparte della superpotenza nordamericana, simile a quelle autorizzazioni con cui le potenze di un tempo abilitavano i corsari ad attaccare e razziare navi di altre potenze.
Mentre i soldati “normali” sarebbero in una certa misura esposti al dovere di rispettare le Convenzioni di Ginevra e altri elementi del diritto internazionale, i terroristi/corsari, viceversa, costituiscono una legione che infrange questi limiti nascondendo la catena delle responsabilità. Quelli dell’Isis condividono valori oscurantisti e l’uso delle decapitazioni con la dinastia saudita che li appoggia e foraggia. Ma siccome l’Arabia Saudita è «un’Isis che ce l’ha fatta», come dice il “New York Times”: il ruolo della canaglia rimane comodamente attaccato solo alla manovalanza di assassini che si rifà al jihadismo, senza estendersi ai mandanti occulti. Ma poi è arrivato l’intervento in Siria dell’aeronautica russa. Gli aerei di Mosca hanno distrutto quasi tutte le migliaia di autobotti con cui il petrolio razziato dai nuovi corsari veniva smerciato in un paese Nato, la Turchia, proprio con il consenso di Ankara (altro grande sponsor dell’Isis). La mossa strategica di Mosca ha perciò aperto una nuova fase che spinge molti paesi a porsi un semplice problema: che rapporto devo avere adesso con la Russia di Vladimir Putin, ora che i miei alibi sono stati bruciati? Non è un caso che dopo l’intervento russo gli attentati jihadisti, con tutto il loro tipico fumo di false flag, si stiano intensificando drammaticamente, aumentando la pressione e il ricatto sui sistemi politici di mezzo mondo e mostrandosi come una presenza ormai permanente della scacchiera internazionale. Una scacchiera che possono demolire.
Sarebbe il momento giusto per fare chiarezza, ma le istituzioni si chiudono a riccio, come nel caso dell’inchiesta sulla strage di Charlie Hebdo: mentre emergevano particolari inquietanti su quell’attentato e i suoi torbidi contorni, il ministro degli interni francese, Cazeneuve, ha deciso che l’inchiesta doveva essere subito insabbiata. Perché? “Segreto militare”. Il che implica – come il lettore vedrà poi in dettaglio in questo saggio – che l’evento terroristico, ancora una volta, andava oltre l’attentato “islamico”, perché erano coinvolti organi di Stato che agivano da complici, se non da pianificatori dell’atto, corresponsabili quindi di un delitto che sacrificava propri cittadini. Le nuove norme eccezionali approvate in Francia si presentano come l’annuncio di una Pino Cabrastendenza generale, e già ci sono le avvisaglie del fatto che queste norme saranno usate per restringere le libertà e i diritti, ad esempio di lavoratori o cittadini che manifestino per rivendicare migliori condizioni di vita.
Gran parte degli intellettuali – freschi reduci di un’indigestione retorica di “Je suis Charlie” – non leva una sola voce contro le restrizioni della libertà, nemmeno quando toccano in modo massiccio un paese Nato come la Turchia, che ha praticamente schiacciato un’intera generazione di giornalisti che osavano indagare sulle complicità del governo con il terrorismo. Per colmo, accusandoli di terrorismo. Occorre un risveglio intellettuale e morale che accompagni un rinnovamento politico, occorre spostare il pendolo del potere dalle istituzioni modellate dall’«eccezione» e dalla paura verso le istituzioni ispirate alla sovranità popolare e alla corretta informazione. Smascherare il sistema fondato sulle false flag non è una condizione sufficiente per questo risveglio (che ha bisogno anche di coraggio e partecipazione di massa). Ma rivelare ai molti cittadini obnubilati dalla bolla mediatica dominante la verità sugli inganni che hanno subito è una condizione necessaria per difendere e ampliare le proprie libertà. Questo è un buon punto di partenza.
(Pino Cabras, prefazione al libro “False flag. Sotto falsa bandiera”, di Enrica Perucchietti, pubblicata sul blog di Cabras. Il libro: Enrica Perucchietti, “False flag. Sotto falsa bandiera”, Arianna Editrice, 256 pagine, euro 12,50).

Fonte: libreidee.org 

mercoledì 1 giugno 2016

Allarme terrorismo : sono già in circolazione 5.000 terroristi del Daesh in Europa


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L’ex capo dei servizi di intelligence della Bulgaria ha lanciato l’allarme sulla presenza in massa di terroristi salafiti, appartenenti al gruppo dell’ISIS (Daesh in arabo) che si sono infiltrati in Europa attraverso la Turchia.
“Tra 4000 e 5000 componenti delle organizzazioni estremiste dell’ISIS circolano nel territorio dell’Europa”, ha avvisato il generale Kircho Kirov, nel corso di una intervista rilasciata il Lunedì attraverso il canale radio romeno Radio Focus.
Il generale ha spiegato che i terroristi sono riusciti ad infiltrarsi in Europa tanto mescolandosi nei flussi migratori come anche attraverso i canali di spostamento standard, per poi sottolineare che la estensione dei visti d’ingresso per i cittadini turchi comporterebbe serie minacce per i paesi dell’Unione Europea.
Con l’abolizione dei visti, ha aggiunto che dalle 300.000 alle 350.000 persone circa, quelle che hanno ottenuto passaporti o carnet di identità turchi, avranno l’opportunità di attraversare la frontiera con la Bulgaria.
Secondo Kirov, “in questa enorme massa di cittadini turchi di origine estera senza dubbio vi sono persone coinvolte in organizzazioni terroriste come lISIS. il Fronte Al Nusra (filiale di Al Qaeda) ed altre di queste”.
L’ex capo dei servizi di intelligence ha dichiarato che sarà un problema urgente di esercitare la vigilanza su queste persone, sarebbe questo un compito prioritario di tutti i servizi di intelligence degli Stati membri della UE, in specie la Francia, l’Italia e la Bulgaria, alla luce dei prossimi eventi dell’Eurocoppa del 2016.
Nota: La Federica Mogherini, assieme alla Angela Merkel, a Donald Tusk, a Jean C. Junker ed agli altri funzionari europei, sta metttendo a punto il piano per consentire al Governo turco di far entrare liberamente i cittadini turchi in Europa senza visti di ingresso, oltre a far pervenire alle autorità turche il pagamento di sei miliardi che lo stesso premier Erdogan ha sollecitato all’Unione Europea ed accelerare le procedure di ingresso della Turchia nella UE.
Erdogan ha fretta di concludere, già l’anno scorso aveva promesso ai suoi cittadini che “si avvicina la conquista dell’Europa da parte dell’Islam attraverso l’emigrazione di massa….. “, vedi: Erdogan auspica in pubblico il ritorno dell’Impero Ottomano
Il turco non vuole deludere i suoi sostenitori e preme sulle autorità europee per ottenere quanto concordato. D’altra parte i funzionari della UE sanno che, non ottemperando le richieste di Erdogan, questi è capace diinondare l’Europa con due milioni di pofughi attualmente accampati nei campi per rifugiati allestiti in Turchia, dove nel frattempo fa lavorare come schiavi i cittadini siriani rifugiati, inclusi i bambini. Vedi:  “….Bimbi schiavi nelle fabbriche”.
Alfano e Renzi sono stati anche loro informati del prossimo pericolo incombente sull’Europa ma hanno risposto a modo loro: Renzi ha dichiarato che “non bisogna prestare fede ai gufi” ed Alfano ha fatto seguito dicendo che “non è una emergenza e non ci sono problemi di sorta”. Gli italiani potranno dormire sonni tranquilli e continuare a seguire le “appassionanti” polemiche sulle riforme costituzionali  e le prossime cronache dei “mondiali  di calcio”.
Fonte: Hispan Tv

Traduzione e niota; Luciano Lago

Fonte: controinformazione.info

mercoledì 4 maggio 2016

Armi biologiche? Sotto il controllo di nessuno

L’impiego di armi chimiche da parte del Daesh dimostra la disponibilità di un arsenale in mano ai terroristi. Si tratta di un pericolo limitato alle regioni sotto controllo del Daesh o rappresenta una minaccia globale?

Le notizie riguardanti attacchi chimici a firma dei tagliagole non possono che incutere terrore fra l'opinione pubblica e assumere toni eclatanti nei media, ma quanto è probabile un attacco terroristico di tipo chimico in Europa? Secondo il professore Trifirò non si tratterebbe di un pericolo globale, bensì limitato a determinate regioni in mano ai terroristi.
"Le armi chimiche sono sotto controllo dell'OPAC, mentre le armi biologiche non sono sotto il controllo di nessuno, come quelle nucleari. Lì ci vedo un grande pericolo",
sottolinea in un'intervista rilasciata a Sputnik Italia il chimico Ferruccio Trifirò, professore emerito all'Università di Bologna, unico esperto italiano nel Comitato scientifico dell'Organizzazione per la proibizione di armi chimiche, l'OPAC.
— Professore Trifirò, le armi chimiche a suo avviso oggi sono una vera minaccia per il mondo?
— No, non credo che siano una minaccia. Innanzitutto la gran parte delle armi chimiche, un 90%, è già stato distrutto. Per i terroristi fare armi chimiche non è così facile, quindi non la vedo come una grande minaccia in questo momento. Le industrie chimiche devono essere sotto controllo come lo sono oggi.
— I terroristi del Daesh però sono in possesso di armi chimiche. C'è chi non esclude il rischio di attacchi chimici anche in Europa. Secondo lei non è un rischio reale?

mercoledì 6 aprile 2016

Il terrore, per farci ingoiare l’Ue che fabbrica crisi e guerre

Samuel Johnson alla fine del 1700 affermò: il patriottismo è l’ultimo rifugio dei mascalzoni. Oggi penso che il peggiore e più pericoloso dei nazionalismi sia il patriottismo europeista. Ne stanno spargendo a piene mani tutti i governi e le élites del potere europeo dopo la strage di Bruxelles. Dopo anni nei quali l’Europa era apparsa solo come il vincolo feroce che faceva sprofondare nella fame la Grecia, dopo le miserie e le infamie sui migranti, dopo i colpi a tutti i diritti sociali e alle costituzioni democratiche sferrati nel nome dell’Euro, quasi non pare vero che si possa di nuovo proclamare la santità dell’Europa. Le stragi terroriste sono contro l’Unione Europea, proclamano i governanti. La nostra civiltà è minacciata aggiungono tutti i componenti del coro. Guai a votare contro l’Europa minaccia un ministro britannico. La malafede di tutte queste affermazioni è però mostrata da tutte le proposte che seguono subito dietro ai proclami. Ci vuole una polizia europea, ci vogliono carceri europee, ci vuole un esercito europeo, ci vuole una guerra europea.
L’escalation delle proposte europeiste va in una sola direzione, quella del ferro e del fuoco. Non c’è un solo accento autocritico verso tutte le guerre terroristiche che l’Europa ha scatenato nel mondo. Non c’è una sola richiesta di maggiore democrazia e Giorgio Cremaschigiustizia sociale. Anzi l’europeismo guerrafondaio spiega ai popoli del continente che per avere sicurezza a qualche diritto bisognerà pure rinunciare, qualche altro intervento militare lo si dovrà pure fare. L’europeismo vuole bruciare le tappe per diventare come gli  Stati Uniti, ma di quel paese pare invidiare soprattutto Guantanamo e i droni. E naturalmente le multinazionali. Se si dovessero spiegare gli eventi solo con la categoria del “a chi giova” le stragi terroriste di questi due anni avrebbero un solo beneficiario: l’europeismo guerrafondaio. Ma anche se non si volesse leggere lo stragismo europeo con le stesse lenti con cui alla fine abbiamo visto quello italiano. Se anche si considerassero irripetibili su scala europea quei legami tra terroristi fascisti, servizi segreti, poteri occulti che hanno tracciato la via delle stragi italiane, da piazza Fontana alla stazione di Bologna. Se anche davvero non ci fossero mai stati rapporti tra il terrorismo jihadista, L’Isis e le potenze occidentali ed europee, in ogni caso la reazione europeista alle stragi è un aggravamento del male.

sabato 2 aprile 2016

Finanziato con centinaia di milioni di dollari, l’Esercito Libero siriano è svanito nel nulla

Gli ultimi eventi in Siria sono coincisi con la scomparsa della milizia che rispondeva agli ordini dell’Opposizione “moderata”. Sponsorizzato e armato con centinaia di milioni di dollari dai governi occidentali e dalle monarchie arabe, l’Els non è mai stato protagonista. A combattere contro l’esercito governativo erano e sono solo le tante organizzazioni jihadiste –
– Nella rapida catena di eventi che riguardano la Siria, tra gli slogan, le ostentazioni e l’esibizionismo di varia natura, i media e gli intellettuali che parlano a nome dell’opposizione siriana non sono riusciti a spiegare all’opinione pubblica la conseguenza più significativa e importante della tregua entrata in vigore qualche settimana fa: ovvero, il totale ritiro dell’Els (Esercito libero siriano) dalla guerra contro il regime.
La tregua prevede che, d’ora in poi, le fazioni dell’Els potranno concentrarsi nella lotta contro l’ISIS e il Fronte al Nusra, ma perderanno il diritto di sparare anche un solo colpo contro l’esercito siriano o di avanzare verso le zone tuttora sotto il controllo statale.
È questo il vero significato della tregua, un cessate il fuoco incondizionato e a tempo indeterminato. L’Els,dunque, ha consapevolmente e deliberatamente acconsentito a rinunciare al confronto militare contro il regime in cambio di una sua rappresentanza nel futuro governo. Ma nessuno, tra le fila dell’opposizione, ha presentato i fatti con questa chiarezza all’opinione pubblica.

lunedì 28 marzo 2016

I SOLITI SOSPETTI: CRIMINALI E POI TERRORISTI. E NEL MEZZO RECLUTATI



Di FEDERICO DEZZANI
federicodezzani.altervista.org

È stato dato un nome ed un’identità a quasi tutti gli attentatori di Bruxelles e si possono, di conseguenza, trarre le prime conclusioni: come nel caso della strage del 13/11 non si tratta di sconosciuti alle forze dell’ordine, ma di piccoli criminali noti alle forze dell’ordine per reati comuni, caduti, come il franco-algerino Mohammed Merah, in quella zona grigia tra islamismo e servizi segreti. Sorge l’interrogativo in che misura i “kamikaze” del 22 marzo fossero “martiri” consapevoli ed in quale semplici rotelle di un meccanismo di cui non afferravano il funzionamento: il testamento audio trovato tra i rifiuti in strada stona, come pure il terzo, superfluo, uomo all’aeroporto poi dileguatosi. Come nel romanzo “Dieci piccoli indiani” i terroristi della nidiata franco-belga sono eliminati uno ad uno, cancellando così ogni collegamento con i servizi segreti: l’unica incognita è Salah Abdeslam, vivo ed in carcere. Occhio al caffè!

domenica 19 aprile 2015

Senatore della Virginia: perché stiamo dalla parte dei barbari contro la Siria?

The Saker intervista il senatore della Virginia che contesta la politica di Obama di sostegno ai terroristi in Siria ed è stato dichiarato “nemico pubblico”dai terroristi dello Stato Islamico.
Nota: la politica di Saker è sempre stata quella di dare voce agli interventi interessanti, intelligenti e che possano offrire una prospettiva diversa rispetto a quella convenzionale trasmessa dal frame mediatico. L’intervista al Senatore dello Stato di Virginia Richard Hayden, “Dick” Black, che vi proponiamo lo è senza dubbio. Questo ovviamente non significa che noi concordiamo con tutto quello che l’intervistato ha fatto e detto nella sua carriera.
Anche se alcune sue opinioni espresse in passato su questioni interne sono piuttosto eccentriche e discutibili sulle questioni medio orientali il Senatore parla come uomo di pace, da soldato che ha sperimentato la guerra, e non vogliamo privarvi del suo interessante parere. Vi segnaliamo che il senatore era già intervenuto a sostegno della Siria nello scorso dicembre e ancora prima, nell’aprile 2014, aveva scritto una lettera al Presidente Assad per ringraziarlo della sua difesa dei cristiani di Siria. Vedi: English.pravda.ru

I resoconti quotidiani che ci giungono dalla Siria dimostrano come sia lungi dall’essere conclusa la Guerra contro le varie formazioni terroriste che operano sul territorio di questa antica Nazione. Non passa giorno che non vengano commessi atti la cui atrocità non ha nulla a che vedere con la legge della guerra, già spietata di suo. Uccisioni brutali, sparizioni, perfino la distruzione di monumenti antichi e considerati dal resto del mondo come tesori dell’Umanità. In Occidente pochi uomini politici hanno il coraggio di denunciare apertamente quanto accade in Siria per mano delle falangi terroriste. Tra questi pochi, vi è l’Onorevole Senatore Richard Black, del Senato statale della Virginia.

venerdì 27 marzo 2015

INAUDITO! Legge antiterrorismo, lo Stato ora potra' entrare nei nostri computer!

...con l'emendamento all'Art.266bis, comma 1 del Codice di procedura penale, altro che intercettazioni telefoniche. Potranno entrare nei nostri computer, in remoto, con captatori occulti (Trojan - Keylogger - Sniffer...) e frugheranno a loro piacimento. Ossia IL PHISHING DI STATO... 

Il provvedimento antiterrorismo modifica il codice di procedura penale così:

All’articolo 266-bis, comma 1, del codice di procedura penale, dopo le parole: «è consentita l’intercettazione del flusso di comunicazioni relativo a sistemi informatici o telematici ovvero intercorrente tra più sistemi», sono aggiunte le seguenti: anche attraverso l’impiego di strumenti o di programmi informatici per l’acquisizione da remoto delle comunicazioni e dei dati presenti in un sistema informatico.

con questo emendamento l’Italia diventa, per quanto a me noto, il primo paese europeo che rende esplicitamente ed in via generalizzata legale e autorizzato la “remote computer searches“ e l’utilizzo di captatori occulti da parte dello Stato!

il fatto grave è che questo non lo fa in relazione a specifici reati di matrice terroristica (come fa pensare il provvedimento), ma per tutti i reati “commessi mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche” (art.266 bis).

se non interveniamo, da domani per qualsiasi reato commesso a mezzo del computer -dalla diffamazione alla violazione del copyright o ai reati di opinione o all’ingiuria- sarà consentito violare da remoto in modo occulto il domicilio informatico dei cittadini. 

domenica 15 marzo 2015

ISIS. ex jihadista rivela: "ecco perché gli ostaggi sono così calmi prima di morire"


Avete mai fatto caso con quanta "dignità" muoiono i condannati a morte dell'Isis? Insomma, non è certo una morte facile e poco dolorosa. C'è chi viene arso vivo, chi decapitato. Molti si sono stupiti di tutto il "contegno" tenuto dalle vittime nei video diffusi dall'organizzazione, nei quali nessuna delle vittime si ribella o prova a interrompere o a rovinare la macabra sceneggiata. La spiegazione del fenomeno sembra abbastanza semplice e confermata da diverse testimonianze, tra le quali anche quella di un jihadista pentito che ha lasciato l’organizzazione, intervistato da Sky News. Ecco il video.



Secondo queste testimonianze le vittime non danno segno di ribellione perché non sanno che stanno per essere uccise.

mercoledì 11 marzo 2015

Kosovo: offerti anche 30mila euro a chi si unisce ai jihadisti dell’Isis




Il segretario della comunità islamica in Kosovo, Resul Rexhepi, ha dichiarato che alcuni emissari-reclutatori del califfato offrono ai giovani disoccupati kosovari cifre tra i 20.000€ ed i 30.000€ per recarsi a combattere la jihad in Siria e Iraq.

Secondo Rexhepi la povertà e la precarietà sono fattori determinanti che contribuiscono alla radicalizzazione dei giovani. Il salario medio in Kosovo non supera i 200 euro mensili e la disoccupazione è superiore al 50%




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