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martedì 4 ottobre 2016

La Russia sta preparando enormi rifugi di fronte alla possibilità di una guerra termo nucleare con gli USA




In Russia si stanno realizzando enormi bunkers antinucleari a Mosca, capaci di ospitare fino a 12 milioni di persone, mentre Putin si prepara ad una possibile guerra nucleare con gli USA.
I giganteschi rifugi, la cui costruzione è stata rivelata il venerdì dai funzionari russi, sono una risposta alla recente escalation di tensioni ed accuse tra Mosca e Washington per causa del conflitto in Siria, come ha riferito oggi il giornale britannico Express.
In concreto, entrambi i paesi si sono scambiati accuse sul fallimento della tregua che era stata proclamata per una settimana in Siria. Secondo Washington, Mosca non aveva preso le misure adeguate per far cessare l’offensiva dell’Esercito siriano contro i terroristi in Aleppo, mentre la Russia denuncia che gli statunitensi non sono stati capaci di separare i terroristi dall’opposizione.
“La cooperazione in Siria è stato l’ultimo e migliore colpo dell’Amministrazione Obama per prevenire la spirale discendente delle relazioni bilaterali con la Russia”, ha stimato un vecchio esperto della Casa Bianca,  Andrew Wiess S..
Tuttavia il canale TV russo Zvezda ha avvisato i suoi cittadini che “gli schizofrenici dell’America stanno affilando le armi nucleari contro Mosca”, ha aggiunto il giornale britannico.

Il giornale commenta che il presidente della Russia, Vladimir Putin, avrebbe ordinato lo scorso mese la costruzione di una installazione di 400.000 miglia quadrate in una regione appartata dei Monti Urali, considerati la frontiera naturale tra l’Europa e l’Asia, da dove potrebbe dirigere il conflitto nucleare.
Putin ha firmato il Lunedì un decreto con cui ha sospeso il trattato sulla riconversione del plutonio militare in combustibile nucleare di uso pacifico nel considerare che Washington minaccia la stabilità strategica tra le due potenze e non ha intenzione di adempiere agli accordi precedenti.
Una guerra tra gli USA e la Russia potrebbe provocare una catastrofe, visto che la Russia mantiene nei suoi arsenali più armi nucleari che non gli USA, con 8.400 testate nucleari, di fronte alle 7.500 di cui dispongono gli USA.
Nota: Naturalmente una eventuale guerra USA- Russia coinvolgerebbe pesantemente l’Europa ed in particolare tutti i paesi dove vi sono numerose basi militari USA-NATO, in particolare i paesi dell’Est, la Romania, il Kosowo, la Bulgaria ed i paesi baltici, oltre alla Germania,  all’Italia, alla Francia ed alla Gran Bretagna, tutti paesi inclusi nell’alleanza NATO di cui gli USA si servono come proprio braccio militare per attuare le proprie politiche e finalità geopolitiche estese in varie regioni del mondo, dal Medio Oriente all’Afghanistan.
Il problema dell’appartenenza alla NATO e dei rischi che questo comporta non viene minimamente dibattuto nei paesi europei, visto che tutti i governi europei sono totalmente asserviti alle politiche dettate dagli USA e neanche le forze di (apparente) opposizione sono sensibilizzate al problema di una alleanza che, da difensiva (ai tempi della guerra fredda ed dell’URSS) ogi è divenuta strumento di espansionismo di una politica aggressiva degli USA, come dimostrato dalle ultime guerre volute da Washington in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, ecc…
Tutte guerre combattute con il pretesto della lotta al terrorismo che hanno ottenuto il risultato opposto: massima espnsione dei gruppi terorristi e destabilizzazione e caos portato in tutti i paesi dove vi è stato un intervento occidentale.
Traduzione, sintesi e nota: Luciano Lago

Da controinformazione.info

martedì 19 luglio 2016

PER FAVORE, PROCESSATE TONY BLAIR





di Fulvio Scaglione

L'ex premier inglese che, con Bush, inventò la guerra contro l'Iraq e porta la responsabilità di 500 mila morti, dispensa lezioni e conferenze sulla pace e sull'islam moderato. Senza vergogna.

Lo so che si fa la figura del fanatico, con 'ste storie, anche di sabato... Però, uno se ne sta tranquillo a casa sua aspettando la partita in Tv quando gli cade l'occhio su un  grande e stimabile quotidiano nazionale che annuncia in prima pagina la pubblicazione di un discorso tenuto alla Biblioteca del Congresso di Washington da Tony Blair. E fin qui...

Ma sapete quale tema si era scelto Blair per l'occasione? Ecco il titolo del suo discorso: The Depth Of The Challenge: Why Force Alone Will Not Defeat Islamist Extremism (ovvero: La profondità della sfida: ecco perché la forza, da sola, non sconfiggerà l'estremismo islamista), liberamente tradotto dal giornale italiano in "Aiutiamo l'islam a sconfiggere la follia jihadista".E' un discorsetto banale, pare incredibile che a produrlo sia stato l'uomo che per dieci anni ha guidato il Regno Unito, ovvero una delle potenze europee, e che per otto anni è stato il rappresentante del Quartetto (Onu, Ue, Usa e Russia) per il Medio Oriente e le trattative di pace tra Israele e Palestinesi. Si capisce perché, della sua opera di pacificatore, si ricordano ora soprattutto le note spese, e quell'intero piano del prestigioso hotel American Colony, a Gerusalemme, riservato per anni a lui e al suo staff.

Ma questo è ancor il meno. In realtà, il titolo del giornale italiano è più corretto e azzeccato. Perché il Tony, dette due robette sul fatto che bisogna sconfiggere il Daesh (alla lettera: "Il primo pilastro di una strategia a largo raggio è sconfiggere Daesh, non soltanto in Siria e in Iraq, ma ovunque". E questo è quanto, per l'aspetto militare), passa al resto: che è (vedi appunto il titolo) la necessità di appoggiare l'islam moderato contro quello jihadista.

Ora, che per avere successo in politica occorra un po' di faccia tosta lo sappiamo. Ma così tanta? Tony Blair, nel caso la cosa fosse già passata nel dimenticatoio, è quel distinto signore che un paio di mesi fa (due mesi, non due secoli), dopo la pubblicazione di alcune mail fino a quel momento secretate, ha dovuto ammettere che la guerra in Iraq del 2003 era stata combinata e decisa tra lui e George Bush addirittura un anno prima, nel 2002, fregandosene altamente delle ispezioni dell'Onu, dell'esistenza o meno delle armi di distruzione di massa che in effetti non esistevano, delle proteste di larga parte dell'opinione pubblica mondiale che, a differenza dei giornali, aveva capito benissimo che cosa bolliva in pentola.

I due, pochi mesi dopo l'attacco all'Afghanistan dei talebani, volevano far la guerra all'Iraq, avevano deciso che l'avrebbero fatta e la fecero, punto e basta. Una guerra che, secondo gli studi più recenti, ha provocato mezzo milione di morti, arrivati dopo un altro mezzo milione di morti (su una popolazione totale di 32,5 milioni di abitanti) causati dall'embargo durato 13 anni (1990-2003), che non scalfì di una virgola il potere di Saddam Hussein ma inflisse agli iracheni sofferenze indicibili. Va anche ricordato che nel 2003, dopo l'invasione dell'Iraq, le Nazioni Unite (buone pure quelle) affidarono a due Paesi la ricostruzione dell'Iraq. Indovinate quali? Usa e Regno Unito, perbacco!

La parte di Tony Blair, in quella porcheria, fu particolarmente penosa. Perché dalle mail l'allora premier inglese fa la figura della dama di compagnia della Casa Bianca, tanto da offrirsi a Bush come propagandista delle ragioni americane presso gli altri Paesi europei. Infine, per completare l'opera, Blair seminò di spie il suo stesso partito, per capire chi andava convinto e come.

Dopo la pubblicazione delle mail, Tony Blair ha chiesto scusa. Ma continua a rifilarci predicozzi come questo della Biblioteca del Congresso, in cui non si vergogna di dire cose come "in quel vuoto (il Medio Oriente, n.d.r) si faranno spazio individui i cui interessi e i cui valori potrebbero essere contrari ai nostri". Cioè, proprio ciò che è successo in Iraq con il terrorismo bombarolo prima e con l'Isis poi, grazie a quella guerra inventata da lui e Bush, che ha massacrato un popolo e ha trasformato il Paese  in una fucina di instabilità. A me è capitato di andare diverse volte in Iraq, tra il 2003 e il 2008: e ricordo benissimo il clima di terrore, le esplosioni improvvise, gli ospedali che rigurgitavano di morti e feriti, il settarismo che andava inesorabilmente crescendo.

Se vivessimo in un mondo civile, se le cosiddette "democrazie liberali" fossero davvero tali nell'intimo, personaggi come Bush e Blair sarebbero già finiti sotto processo, in una qualche Norimberga o Aja delle nostre, accusati di crimini di guerra come Milosevic e Karadzic. e a promuovere il processo sarebbero i loro stessi Paesi, perché i soldati inglesi e americani li hanno uccisi i miliziani di Al Qaeda ma a morire ce li hanno mandati loro, Bush e Blair. Invece noi li copriamo di denaro perché possano ancora spiegarci come funziona la democrazia, il diritto internazionale, i processi di pace.

Per favore, processate Tony Blair. Se non per altro, per impedirgli di parlare e scrivere.


Fonte: http://m.famigliacristiana.it/articolo/blair.htm


lunedì 11 luglio 2016

Il vice di Tony Blair: "La guerra in Iraq era illegale e deve chiedere scusa"



Il veterano del partito laburista britannico, John Leslie Prescott, ha ricevuto "con grande tristezza e indignazione", il rapporto Chilcot sull'invasione britannica dell'Iraq del 2003.


John Prescott, Vice Primo Ministro del Regno Unito e vice presidente del partito laburista durante il mandato di Tony Blair, ha definito "illegale" la guerra in Iraq iniziata nel 2003 con il suo allora capo dell'alleanza George W. Bush. Prescott ha rilasciato questa dichiarazione al quotidiano 'Sunday Mirror' dopo essere venuto a conoscenza in dettaglio del rapporto Chilcot.

"Nel 2004, il segretario generale Kofi Annan ha detto che posto che il cambio di regime è stato l'obiettivo primario della guerra in Iraq, questa fu illegale, ha ricordato. Con grande tristezza e indignazione, penso che ora aveva ragione" .
Prescott ha anche aggiunto che dopo il primo tentativo fallito di rovesciare Saddam Hussein dopo l'invasione del Kuwait, i leader degli Stati Uniti pensavano tutto il tempo a riprendere la questione. "John, questo è un lavoro incompiuto", disse a Prescott un senatore durante i colloqui sulla politica di Londra e Washington in Medio Oriente.

Prescott si è detto soddisfatto per il fatto che l'attuale leader del partito laburista, Jeremy Corbyn, ha offerto le scuse a nome del partito ai parenti di coloro che sono morti e sono stati feriti nella guerra in Iraq.


venerdì 17 giugno 2016

Il Pakistan denuncia gli USA all’ONU: ” Basta con i vostri droni, state massacrando la nostra popolazione




Il Pakistan ha denunciato gli attacchi sistematici dei droni statunitensi contro il proprio territorio con il pretesto della lotta contro il terrorismo
La rappresentante permanente del Pakistan davanti all’Organizzazione delle Nazioni unite, Tehmina Yanyua,ha accusato il silenzio dei media occidentali e degli organismi internazionali davanti al massacro di civili che è stato causato dalle incursioni dei droni senza pilota.
Il comunicato della Cancelleria Pakistana ha richiesto una risposta dal Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU davanti alle violazioni dei diritti umani e la perdita di vite preziose causate dagli attacchi dei droni.
L’ambasciatrice ha esortato la comunità internazionale ed il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU a seguire da vicino le violazioni dei diritti umani che si producono  come risultato degli attacchi aerei illegali.
La diplomatica ha aggiunto che i sistematici attacchi di aerei senza pilota degli USA violano anche la carta dell’ONU ed il diritto internazionale.
Dall’invasione dell’Afghanistan avvenuta nel 2001, il Pentagono realizza, su ordine diretto di Obama (premio Nobel per la Pace), bombardamenti contro presunte posizioni del gruppo terrorista dei Talebani nel territorio pakistano, cosa che ha provocato le critiche delle autorità del paese ed il forte risentimento contro gli statunitensi   delle popolazioni colpite .
Islamabad ha qualificato come una violazione della sua sovranità territoriale i voli dei droni statunitensi nel suo spazio aereo, operazioni che hanno causato la morte di centinaia di civili inermi ed una forte reazione di odio da parte della popolazione delle aree interessate che hanno manifestato la loro rabbia e la loro condanna.
Proteste contro attacchi dei droni USA
Proteste contro attacchi dei droni USA
Proteste contro attacchi dei droni USA

I droni USA colpiscono indiscriminatamente qualsiasi assembramento di persone, come ad esempio feste di matrimonio o gruppi di bambini che giocano all’aperto. Come sostenuto anche da varie organizzazioni internazionali , queste azioni sono considerate veri e propri crimini di guerra la cui responsabilità ricade sulle autorità statunitensi ed in paticolare sul Presidente Obama (premio Nobel per la Pace) che ha autorizzato queste operazioni omicide.
Le operazioni dei droni USA vengono realizzate non solo in Pakistan ma anche in altri paesi come la Somalia, il Sudan, lo Yemen, la Siria, l’Iraq ed altri. Alcune di queste operazioni vengono dirette e partono da basi americane in Sicilia (Sigonella).
Fonte: Al Mayadeen
Traduzione esintesi: Luciano Lago

Fonte: controinformazione.info

martedì 7 giugno 2016

Un senatore americano (legalmente) in Siria



Il senatore della Virginia Richard Black è fin dall’inizio della crisi siriana uno dei pochissimi politici americani a parlare in difesa della Siria e del suo popolo contro l’aggressione che questa nazione del Medio Oriente sta subendo da quasi sei anni.
Pochi giorni fa ci ha concesso una video intervista di cui qui riportiamo una sintesi.
Il senatore Black ha raggiunto la Siria attraverso il Libano in un suo recente viaggio ed ha incontrato personalità politiche e militari di entrambi i Paesi nel corso di una serie di incontri informali ma non per questo meno importanti. E’ opinione del senatore che sia tempo che il popolo americano sappia che sono stati gli Stati Uniti ad aver iniziato questa guerra di cui in Occidente si conosce solo la versione ufficiale. Non si è trattato di una insurrezione spontanea come i grandi media cercano di farci credere ma di una operazione segreta e codarda lanciata dal governo Americano per sovvertirne un altro, quello siriano, che non era nemico degli Stati Uniti.
E’ rischioso affermare questa ed altre verità connesse, come testimoniano gli strani ma mortali incidenti capitati in Turchia ad alcuni giornalisti coraggiosi o l’incarcerazione di altri più fortunati, ma è una cosa che deve essere fatta.
Riguardo Palmira, che Black ha visitato accompagnato dai militari siriani,  il senatore è stato chiaro: la cosiddetta “coalizione” occidentale non ha fatto nulla per impedire la presa dell’antica città né ha fatto qualcosa dopo per liberarla o difenderla. Così, uno dei più grandi tesori della civiltà umana ha rischiato di essere cancellato via dalla follia distruttiva delle milizie islamiste. Parole molto dure sono state dette dal senatore nei riguardi della Turchia, definita una vera e propria cleptocrazia [presente nel video al min. 5:30] essendo la Turchia ed il governo del dittatore Erdogan[presente nel video al min. 5:50] coinvolti non solo nella guerra ma anche nel furto continuo del petrolio siriano, dei tesori archeologici della Siria e nel traffico di organi umani.
Parole commoventi sono invece state riservate per il soldato russo Alexander Prokhorenko che si è sacrificato durante un’azione militare e per Khaleed al-Asaad, il vecchio archeologo di Palmira che è stato decapitato dagli islamisti dopo un mese di prigionia. E’ stato un grande onore per Richard Black poter stringere la mano al figlio di quest’uomo.
Tra le personalità incontrate dal senatore Black nel corso del suo viaggio, ci sono il generale libanese Aoun, futuro presidente del Libano, ma soprattutto il presidente Assad e sua moglie Asma: una donna incantevole ed amabile, a tratti perfino timida.  L’impressione che Black si è fatto di entrambi è che siano più vicini all’Occidente di quanto si pensi, in totale contrasto con altre coppie presidenziali di quell’area. E’ facile demonizzare qualcuno prima di conoscerlo, difficile dopo averne fatto la conoscenza.
L’intervento russo ha cambiato le carte in tavola, riconosce Black, e lo ha fatto in meglio, per esempio distruggendo tutte le cisterne con le quali i miliziani trasportavano in Turchia il petrolio rubato ai siriani. Non esiste più l’Unione Sovietica con il suo comunismo e quindi l’atteggiamento Occidentale nei confronti della Russia deve cambiare: la NATO, che in origine è stata un’alleanza ammirevole, ora è diventata uno dei più grandi pericoli per la pace [presente nel video al min. 19:00]. La cosiddetta “coalizione”, continua Black, si coordina con l’Arabia Saudita che è uno dei più grandi sponsor sulla Terra del terrorismo internazionale e con la Turchia il cui presidente ha detto di volere il potere di Adolf Hitler [presente nel video al min. 19:35].
Il senatore Black non si capacita di tutto questo: ironicamente, la Russia è diventata il difensore della civiltà umana e dei valori Occidentali. Di più, Assad must not go dice il senatore perché altrimenti in Siria si scatenerà il caos, come in Libia. La Turchia è poi il principale ostacolo ad ogni processo di pace per questa crisi ed il principale sostenitore dei gruppi terroristi. Non ci sono, continua Black, “ribelli moderati”: sono tutti jihadisti viscidi e violenti.
Con le prossime elezioni presidenziali americane vi è la possibilità di un nuovo inizio per gli Stati Uniti e quindi la possibilità di correggere le scelte passate. Ma di certo non con Hillary Clinton alla presidenza: per il senatore Black, la signora Clinton è una dei leader più assetati di sangue che l’America abbia mai avuto [presente nel video al min. 32:30]. Richard Black ricorda il comportamento di Hillary Clinton all’aeroporto di Tripoli, poco dopo la morte di Gheddafi:  “We came, we saw, he died”  e poi è scoppiata a ridere come fosse una strega [presente nel video al min. 33:00].
Gheddafi è stato un problema per l’America, molti anni fa, ma negli ultimi tempi era un buon amico del governo statunitense. Abbatterlo è stato più che un errore e lo stesso sarebbe con il presidente siriano Assad.
La scelta politica obbligatoria per Richard Black sembra quindi essere Donald Trump nella cui agenda trova spazio la normalizzazione dei rapporti tra Occidente, Russia e  Medio Oriente.
L’ultima domanda non poteva che essere sulla Turchia ed il suo presidente, Recep Tayyip Erdoğan che secondo Black è uno degli uomini più pericolosi della Terra, l’uomo che vuole far risorgere l’impero Ottomano, da sempre nemico dell’Europa e della sua cultura.
Vogliamo concludere con una nota personale: l’intervista dura circa quaranta minuti. Non sono pochi e tuttavia pensiamo meriti di essere vista per intero. Riteniamo che essa non sia solo un insieme di suoni ed immagini ma un documento, storico benché recente, di chi poteva tacere di fronte ad una ingiustizia e non lo ha fatto, di chi poteva voltarsi dall’altra parte ed invece ha preferito guardare ed assumersi delle responsabilità.

Video su YouTube: https://youtu.be/wRRB5TKYZJA
Costantino Ceoldo – Pravda freelance


lunedì 30 maggio 2016

BOMBARDARE HIROSHIMA HA CAMBIATO IL MONDO, MA NON HA POSTO FINE ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE





DI OLIVER STONE E PETER KUZNICK
latimes.com

La visita del Presidente Obama lo scorso venerdì ad Hiroshima ha fatto riaffiorare il dibattito circa il bombardamento atomico degli USA contro il Giappone – ampiamente insabbiato da quando lo Smithsonian aveva cancellato la sua mostra Enola Gay nel 1995. Obama, conscio che i suoi critici non aspettano altro che attaccarlo in caso sollevi il minimo dubbio sulla rettitudine della decisione del Presidente Truman di sganciare le bombe, ha preferito starsene zitto sulla questione. Un ravvedimento nazionale è fuori tempo massimo.


Alla maggior parte degli Statunitensi è stato inculcato che l’uso dell’atomica contro Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945 fosse giustificato dal fatto che aveva posto fine alla guerra nel Pacifico, evitando una costosa invasione statunitense del Giappone. Questa visione fuorviante è esposta nei libri di testo scolastici ancora oggi e, più pericolosamente, dà l’idea di come la pensino gli ufficiali governativi e militari, i quali operano in un mondo nel quale esistono ancora più di 15.000 armi nucleari.
Truman aveva esultato al bombardamento di Hiroshima, definendolo “il più grande evento della storia”. I leader militari statunitensi non avevano lo stesso entusiasmo. Sette degli otto più alti ufficiali del 1945 – i generali Eisenhower, Douglas MacArthur e Henry Arnold e gli ammiragli William Leahy, Chester Nimitz, Ernest King e William Hasley – hanno definito poi i lanci delle atomiche o militarmente non necessari, o moralmente deprecabili, o entrambe le versioni. Per di più le bombe non sono riuscite ad ottenere il risultato secondario per le quale erano state sganciate, intimidire i Russi.
Leahy, il Capo dello Staff di Truman, ha scritto nelle sue memorie che “I Giapponesi erano già stati sconfitti e pronti ad arrendersi... l’uso di queste armi barbare ad Hiroshima e Nagasaki non era di nessun aiuto nella guerra contro il Giappone”. MacArthur si è spinto più in là, ha detto all’ex presidente Hoover che se gli USA avessero garantito ai Giapponesi che avrebbero lasciato l’Imperatore al suo posto, questi si sarebbero tranquillamente arresi in maggio.
Non è stata la distruzione atomica di Hiroshima e Nagasaki a terminare la guerra nel Pacifico. In realtà è stata l’invasione sovietica della Manciuria e di altre colonie giapponesi, iniziata l’8 agosto 1945 – tra le due bombe.
Per mesi l’intelligence degli alleati aveva sostenuto nei suoi rapporti che un’invasione sovietica avrebbe eliminato il Giappone dalla guerra. L’11 aprile, per esempio, lo Staff delle Intelligence Congiunte dei Capi degli Staff Congiunti aveva previsto che “se in un qualsiasi momento l’Unione Sovietica dovesse entrare in guerra, tutti i Giapponesi si renderebbero conto che il loro annientamento sarebbe inevitabile”.
Gli USA, decifrati i codici giapponesi, erano a conoscenza della loro disperata necessità di negoziare una pace con gli USA prima dell’invasione russa. Truman stesso ha descritto un cablogramma intercettato del 18 luglio 1945 come “il telegramma dell’imperatore giapponese che chiedeva la pace”. Truman, però, si presentò al summit di metà luglio a Postdam per essere sicuro che i Sovietici mantenessero la loro promessa di Yalta di entrare in guerra. Quando Stalin gli diede la garanzia il 17 luglio, Truman scrisse nel suo diario “Entrarà in guerra in Giappone il 15 agosto. Quando accadrà sarà la fine dei Giapponesi”. Truman ribadì il concetto in una lettera a sua moglie del giorno successivo “Finiremo la guerra entro l’anno e penso ai ragazzi che non verranno uccisi”.
Sbaragliando velocemente l’armata giapponese del Kwantung, i Sovietici rovinarono i piani militari e diplomatici del Giappone: continuare ad infliggere perdite agli USA ed utilizzare Stalin per ottenere migliori condizioni di pace.
I bombardamenti atomici, per la loro disumanità, hanno giocato un ruolo modesto nei calcoli dei leader giapponesi circa la resa. Dopotutto, gli USA avevano già raso al suolo con bombardamenti tradizionali più di 100 città giapponesi. Hiroshima e Nagasaki erano solo due città in più distrutte, che l’attacco fosse effettuato con una bomba o migliaia poco cambiava. Come più tardi disse durante alcuni interrogatori il generale Torashiro Kawabe, vice capo dello staff, l’entità della distruzione portata a Hiroshima e Nagasaki si è scoperta “in maniera graduale”, ma “se paragonate, l’entrata della Russia in guerra fu uno shock maggiore”.
Quando è stato chiesto al Primo Ministro Kentaro Suzuki il 10 agosto perchè il Giappone avesse voluto arrendersi così impèrovvisamente, la spiefazione fu “l’Unione Sovietica non si prenderà solo la Manciuria, la Korea, Karafuto, ma anche Hokkaido. Questo distruggerebbe le fondamenta del Giappone. Dobbiamo terminare la guerra finchè possiamo ancora negoziare con gli USA”. I leader giapponesi temevano anche la diffusione del comunismo russo e sapevano che i Russi non avrebbero visto di buon grado la loro preoccupazione primaria – difendere l’imperatore e mantenere il sistema imperiale.
Truman conosceva i rischi. Sapeva che l’invasione russa avrebbe posto fine alla guerra. Sapeva che le rassicurazioni circa l’imperatore avrebbero avuto lo stesso effetto. Tuttavia decide di usare le bombe atomiche.
Mentre era a Postdam, Truman aveva ricevuto un report circa la potenza della bomba testata il 16 luglio a Alamogordo, New Mexico. Immediatamente dopo era “un’altra persona”, secondo le parole di Winston Churchill. Iniziò a dare ordini a Stalin e autorizzò l’uso delle bombe contro il Giappone. Truman pensò che se la decisione mostrata a Postdam non avesse dimostrato a Stalin chi comandava, sicuramente l’avrebbe fatto Hiroshima.
Stalin comprese il messaggio. Le bombe atomiche erano ormai parte integrante dell’arsenale statunitense e non solo un’ultima spiaggia. Ordinò agli scienziati sovietici di profondere tutti i loro sforzi nello sviluppo di una bomba sovietica. La corsa era iniziata. Alla fine i due schieramenti avrebbero accumulato l’equivalente di un milione e mezzo di bombe di Hiroshima. Come il fisico del Progetto Manhattan I. I. Rabi osservò con arguzia “All’improvviso il giorno del giudizio era diventato il domani e così sarebbe stato da allora in poi”.
Oliver Stone è un regista e scrittore, vincitore di Premi Oscar. Il professore di storia Peter Kuznick è direttore dell’ Istituto di Studi Nucleari dell’American University. Sono co-autori della serie di documentari e libri “La storia mai raccontata degli Stati Uniti”

Oliver Stone e Peter Kuznick
Fonte: http://www.latimes.com/
Link: http://www.latimes.com/opinion/op-ed/la-oe-stone-kuznick-hiroshima-obama-20160524-snap-story.html
26.05.2016

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l'autore della traduzione FA RANCO


giovedì 5 maggio 2016

COME RUSSIA E CINA STANNO PENSANDO DI REAGIRE ALLA GUERRA ECONOMICA USA

DI ALISTAIR CROOK
russia-insider.com

Non c’è miglior esempio di “guerra ibrida” della guerra economico-finanziaria di Washington contro Mosca.
Questa domenica la guida suprema dell’Iran Ali Khamenei ha dichiarato ad una vasta folla riunita nella città santa di Mashad che “Gli americani non hanno agito come promesso nell’accordo sul nucleare (JCPOA); essi non hanno fatto ciò che avrebbero dovuto. Secondo il ministro degli esteri (Javad Zarif), essi hanno messo nero su bianco ma alla fine hanno impedito il concretizzarsi degli obiettivi della Repubblica Islamica per mezzo di svariati diversivi.”


Questa dichiarazione rilasciata durante il Nowruz (discorso di fine anno) va colta in maniera cristallina: non c’era nessun intento retorico. E non era una semplice stoccata agli Stati uniti (come qualcuno potrebbe pensare). Era forse più un garbato avviso al governo iraniano di preoccuparsi delle possibili conseguenze politiche.
Quello che sta accadendo è significativo: qualunque sia il motivo, il tesoro Usa è occupato a svuotare di ogni contenuto la revoca delle sanzioni del JCPOA (e i motivi di ciò meritano grande attenzione). Il Leader Supremo ha sottolineato inoltre che l’Iran incontra difficoltà nel far rientrare i suoi capitali esteri, precedentemente bloccati.
Fin dal momento dell’ “implementazione”, i funzionari del Tesoro Usa, durante gli incontri, hanno avvertito le banche europee che le sanzioni Usa all’Iran sarebbero rimaste in vigore, e che esse non avrebbero dovuto pensare, neanche per un secondo, di attingere al mercato dei bond in dollari o in euro al fine di finanziare il commercio con l’Iran, o di partecipare ai progetti di finanziamento di infrastrutture in Iran.

Libia. Per piegare l'opinione pubblica alla guerra manca solo una strage in Italia?


Una strage in Italia per fare accettare ad una riluttante opinione pubblica una ennesima guerra in Libia? Anche perché - state pur certi - poche ore l’attentato, già “filtrerebbero” sui mass media “notizie” sulla identità degli attentatori e, sopratutto, delle loro postazioni in Libia. Subito dopo, il decollo dei cacciabombardieri. Nessuna “guerra” per carità: solo una “operazione chirurgica” contro i covi degli assassini. Poi, da cosa nasce cosa. Altri bombardamenti di qua e di là. E per “bonificare” il terreno dai terroristi ancora in circolazione, un numeroso contingente militare italiano in Libia. Roba da manuale di guerra psicologica, altro che “Tripoli, bel suol d’amore” o l’omicidio di qualche nostro connazionale (magari, in un davvero strano assalto) o un davvero improbabile assalto alla nostra Guardia Costiera.
Certo, per organizzare una tale operazione ci vorrebbe la perfetta collaborazione di molte strutture dello Stato. Che non c’è stata nemmeno in Francia (ricordate la storia della carta di identità “dimenticata” in taxi da Said Kouachi?). Figuriamoci in Italia dove i servizi di Sicurezza – pare – remino contro il Governo dopo le epurazioni imposte da Renzi.

domenica 1 maggio 2016

Marò uccisi in agguato in Libia? Roma smentisce. Tutto previsto.

Convoglio militare italo-britannico cade in agguato in Libia
Lo ha affermato il sito ebraico DEBKA, notoriamente vicino al Mossad.
Rapida traduzione:
“Il convoglio di Marines italiani,  con le forze speciali britanniche e le truppe libiche era in viaggio dalla città nord-occidentale di Misurata verso la roccaforte ISIS di Sirte, che si trova 273 chilometri a sud-est, quando è caduto in un’imboscata e duramente colpito dalle forze ISIS.
“Ci sono stati uccisi e feriti fra le  truppe italiane, mentre  mancano informazioni se ci sono state vittime inglesi. Alcuni rapporti dicono che membri delle forze occidentali sono stati fatti prigionieri da ISIS, ma devono ancora essere identificati.
E ‘possibile che eventuali ostaggi  siano in mano alle  “Forze Armate libiche”, una milizia comandata dal generale Khalifa Belqasim Haftar, un libico che ha la cittadinanza americana”.
 [vero che Haftar è americano.  La frase di DEBKA è ambigua, vuole incolparlo.  Può avere i suoi motivi. Nota di Blondet]
“Secondo le informazioni delle fonti di DEBKAfile,  veicoli imbottiti di esplosivo  si sono affiancati al convoglio che trasportava  le truppe italiane e britanniche e si sono fatti esplodere. Poi kamikaze hanno attaccato  il gruppo ed altri combattenti ISIS il convoglio,   tempestandolo di colpi di mortaio e di mitragliatrice pesante. Le forze occidentali sono riuscite a svincolarsi solo dopo l’intervento di aerei ed elicotteri italiani ed inglesi.

venerdì 29 aprile 2016

Le armi chimiche dell'ISIS minacciano l’Europa?

I terroristi del Daesh potrebbero colpire l’Europa con le armi chimiche. Stando alle fonti dell’intelligence marocchina, si tratterebbe di una minaccia sempre più concreta.


Il 29 aprile 1997 veniva fondata l'OPAC, l'organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, che per il suo grande contributo nella distruzione di tali armi, è stata insignita nel 2003 del Nobel per la pace.
"Distruggere le armi chimiche non vuol dire eliminare tutto ciò che può diventarlo", sottolinea l'esperta Maria Rita Gismondo e "il pericolo di utilizzo di sostanze biologiche o chimiche esiste comunque e dovunque".
Come dimostra un recente attacco ai Peshmerga curdi nel nord dell'Iraq, il Daesh è in possesso di armi chimiche e secondo diversi analisti non è da escludere il rischio di un attacco biologico anche in Europa. Dopo l'allarme lanciato dagli 007 marocchini, l'accoppiata Daesh e armi chimiche rappresenta un pericolo importante a livello mondiale. Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione in merito Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologica clinica, Virologia e bio-emergenza dell'Ospedale Sacco di Milano.

— L'OPAC è stata fondata il 29 aprile del 1997. Oggi come oggi le armi chimiche sono una minaccia per il mondo?
— Nel mondo sarà sempre possibile usare armi chimiche ed armi biologiche. Non è possibile eliminare ogni sostanza chimica o ogni microbo. Tutto dipende dalle intenzioni. Distruggere le "armi" chimiche non vuol dire eliminare tutto ciò che può diventarlo. Le stesse sostanze che si utilizzano a fini pacifici, industriali, possono essere utilizzate come armi chimiche. La ricerca, quasi per intero, può essere usata per il benessere, ma anche per la distruzione.

lunedì 25 aprile 2016

L'oscura previsione di Brzezinski


di Gianni Petrosillo
Gli Stati Uniti non sono più una potenza assoluta anche se mantengono il dominio del cielo, del mare e della terra. Per ora. Tuttavia, la supremazia americana si è indebolita, in virtù dell’emergere di nuovi player geopolitici che, almeno a livello regionale, iniziano a tenerle testa. Per un quindicennio, dall’implosione dell’URSS fino ai primi anni del XXI secolo, gli Usa hanno coltivato il sogno dell’impero e lo hanno giustificato con un apparato ideologico di mascheramento chiamato globalizzazione.
La globalizzazione, benché si presentasse, teleologicamente, come un destino inevitabile per tutti i popoli che accedevano alla civiltà (economica, finanziaria, politica, culturale e sociale) era la proiezione di questa supremazia occidentale sullo scenario internazionale. La grande narrazione idealistica si è però sfilacciata con il venir meno del sostrato geopolitico sulla quale si basava: la suddetta egemonia americana.

sabato 23 aprile 2016

La Siria nella geopolitica: cinque anni dopo


Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

E’ ampiamente noto come Washington e Londra videro l’ascesa di Hitler in Germania con speranze antisovietiche. L’avvicinamento della Cina aveva motivazioni antisovietiche orchestrate dalla Casa Bianca. È nota la posizione degli Stati Uniti nel conflitto iraniano-iracheno, e il loro sostegno ai terroristi islamici in Afghanistan contro l’Armata Rossa è storia abbondantemente nota. Questi pochi esempi (ve ne sono altri) aiutano a capire il ruolo degli Stati Uniti quando pianta gli stivali su terreni scomodi. Allo stesso modo, dobbiamo capire cosa succede oggi in Siria, Paese da decenni ostacolo ai piani di Israele e Stati Uniti ed anche delle fratricide petromonarchie della regione.
Perché la Siria?88706259_SiriyaLa proposta panaraba di sostegno alla causa palestinese e della resistenza anti-sionista, i rapporti con l’URSS e i concetti di organizzazione sociale e costruzione dello Stato dei leader siriani si scontrarono sempre con gli interessi geopolitici degli Stati Uniti, assetati di petrolio e bloccati nella Guerra fredda; di un Israele sionista dalle mire espansionistiche e delle monarchie tribali che videro crescere il loro potere con il boom della produzione di petrolio. L’invasione degli Stati Uniti di Afghanistan e Iraq, con la scusa della lotta al terrorismo, fu il culmine della loro egemonia, ma evidenziò l’esaurimento dell’uso della forza. Mentre gli Stati Uniti si bloccarono nei territori afgani e iracheni, la ricomposizione globale prendeva una piega inaspettata con l’ascesa cinese, la ripresa russa e l’inizio di una nuova era in America Latina. Allo stesso tempo, in Medio Oriente l’Iran rafforzava le posizioni anche con decine di migliaia di soldati statunitensi ai confini est ed ovest; la Siria affrontava la crisi con le riforme economiche; in Libano le forze della resistenza divenivano interlocutori indispensabili; e nei territori palestinesi occupati, Hamas vinse le elezioni per la prima volta. Così fu creato l’asse della resistenza formato da Iran, Siria, Hezbollah e Hamas. Da allora, l’Iran e i suoi alleati regionali sono un ostacolo strategico agli interessi regionali di Washington assieme a quelli di Tel Aviv e delle monarchie locali. L’asse Teheran-Damasco è alle porte dell’Asia centrale e dell’Oriente, dove Cina e Russia sono ancora l’obiettivo finale.

lunedì 18 aprile 2016

John Pilger: "è cominciata una guerra mondiale. Rompete il silenzio"

pilger

"I giornalisti non devono vedersi solo come messaggeri, senza comprendere i programmi nascosti del messaggio e i miti che lo circondano". Dove sono quelli che manderanno in frantumi il silenzio? Oppure stiamo aspettando che il primo missile nucleare venga lanciato? 

Ho trovato interessante, istruttivo ed informativo questo pezzo del giornalista indipendente John Pilger australiano,  di cui avevo già tradotto qui: Giornalisti, propaganda e guerra mediatica. E' ora che la gente sappia la verità.  Cosi ho deciso di proporlo tradotto e con un po' di sintesi, dato che il pezzo è un po' lungo. Pilger ci offre pezzi di storia moderna difficilmente leggibili in libri di testo, nonchè un panorama agghiaccinate di questa "civiltà d'occidente", che nessun tg o talk show italico (e non solo) raccontano. La lettura di queste notizie dovrebbe indurre disincanto e "divino distacco", non disperazione. Dovrebbe servire ad allontanare da sè illusioni e "credi" malvagi e menzogne ed aiutare a riacquistare il vero senso di sè, del Sè e del mondo.  I giornalisti  e il giornalismo maistream di nuovo ne escono pesti. Sta succedendo sempre piu' spesso, a scoperchiare il vaso... 
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Ho fatto dei film alle isole Marshall, che sono a nord dell'Australia, nel mezzo dell'Oceano Pacifico. Ogni volta che dico alla gente dove sono stato, mi chiedono: “dov'è quel posto?” Se offro un suggerimento e dico “Bikini”, mi dicono “Vuoi dire il costume da bagno, immagino”
Pochi sembra che sappiano che il costume bikini ha preso questo nome per celebrare le esplosioni nucleari che distrussero l'isola di Bikini. 66 dispositivi atomici, furono fatti esplodere dagli Stati Uniti alle Isole Marshall, tra il 1946 e il 1958: l’equivalente di 1,6 bombe di Hiroshima, sganciate ogni giorno per 12 anni.

mercoledì 13 aprile 2016

La guerra al contante si intensifica: il Giappone inizia a testare le impronte digitali come “valuta”

La guerra al contante inizia a diventare seria con il governo del Giappone che, a partire da questa estate, metterà alla prova un sistema che permetterà alle persone di comprare nei negozi utilizzando solo le loro impronte digitali - consentendo in tal modo un monitoraggio completo (e controllo inevitabile) della spesa ( o del risparmio) .


 
Il governo spera di aumentare il numero di turisti stranieri, utilizzando il sistema per prevenire la criminalità e evitare che le persone abbiano la necessità di portare contanti o carte di credito .
 
L'esperimento prevede che i turisti in arrivo registrino le loro impronte digitali e altri dati, come le informazioni della carta di credito, negli aeroporti e altrove.
 
I turisti saranno quindi in grado di condurre le procedure di esenzione fiscale e fare acquisti dopo aver verificato la loro identità mettendo due dita su dispositivi speciali installati nei negozi. 

martedì 12 aprile 2016

La NATO gioca alla guerra fredda, truppe ai confini russi


Gli Stati Uniti continuano a mostrare i muscoli a Mosca, infatti per febbraio 2017 è previsto uno schieramento di uomini e mezzi sui confini est della NATO che non si era mai visto dalla fine della guerra fredda.

Il piano del Pentagono, come è emerso recentemente dalle pagine del Wall Street Journal, prevede lo stanziamento in modo permanente di 4200 uomini e mezzi corazzati in Lituania, Estonia, Lettonia, Bulgaria, Romania e Polonia. Questo bel piano dovrebbe, secondo i generali americani, tranquillizzare i Paesi dell'Est europeo spaventati dalle possibili aggressioni di Mosca. Si sa, per gli Stati Uniti il vero problema è la Russia, non i tagliagole del Daesh.
Sembra che l'Europa non abbia niente di più serio a cui pensare che difendersi dalla Russia. Mentre la NATO continua la sua guerra fredda, il Daesh uccide e semina terrore, le sanzioni antirusse provocano danni enormi all'economia europea e italiana. Quanto può durare ancora questo teatrino? Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione in merito il sociologo Francesco Alberoni, autore del libro "Tradimento. Come l'America ha tradito l'Europa e altri saggi" (Leima edizioni).
— Perché secondo lei la NATO vuole creare questa tensione ai confini con la Russia?

sabato 2 aprile 2016

Finanziato con centinaia di milioni di dollari, l’Esercito Libero siriano è svanito nel nulla

Gli ultimi eventi in Siria sono coincisi con la scomparsa della milizia che rispondeva agli ordini dell’Opposizione “moderata”. Sponsorizzato e armato con centinaia di milioni di dollari dai governi occidentali e dalle monarchie arabe, l’Els non è mai stato protagonista. A combattere contro l’esercito governativo erano e sono solo le tante organizzazioni jihadiste –
– Nella rapida catena di eventi che riguardano la Siria, tra gli slogan, le ostentazioni e l’esibizionismo di varia natura, i media e gli intellettuali che parlano a nome dell’opposizione siriana non sono riusciti a spiegare all’opinione pubblica la conseguenza più significativa e importante della tregua entrata in vigore qualche settimana fa: ovvero, il totale ritiro dell’Els (Esercito libero siriano) dalla guerra contro il regime.
La tregua prevede che, d’ora in poi, le fazioni dell’Els potranno concentrarsi nella lotta contro l’ISIS e il Fronte al Nusra, ma perderanno il diritto di sparare anche un solo colpo contro l’esercito siriano o di avanzare verso le zone tuttora sotto il controllo statale.
È questo il vero significato della tregua, un cessate il fuoco incondizionato e a tempo indeterminato. L’Els,dunque, ha consapevolmente e deliberatamente acconsentito a rinunciare al confronto militare contro il regime in cambio di una sua rappresentanza nel futuro governo. Ma nessuno, tra le fila dell’opposizione, ha presentato i fatti con questa chiarezza all’opinione pubblica.
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