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martedì 4 ottobre 2016

La Russia sta preparando enormi rifugi di fronte alla possibilità di una guerra termo nucleare con gli USA




In Russia si stanno realizzando enormi bunkers antinucleari a Mosca, capaci di ospitare fino a 12 milioni di persone, mentre Putin si prepara ad una possibile guerra nucleare con gli USA.
I giganteschi rifugi, la cui costruzione è stata rivelata il venerdì dai funzionari russi, sono una risposta alla recente escalation di tensioni ed accuse tra Mosca e Washington per causa del conflitto in Siria, come ha riferito oggi il giornale britannico Express.
In concreto, entrambi i paesi si sono scambiati accuse sul fallimento della tregua che era stata proclamata per una settimana in Siria. Secondo Washington, Mosca non aveva preso le misure adeguate per far cessare l’offensiva dell’Esercito siriano contro i terroristi in Aleppo, mentre la Russia denuncia che gli statunitensi non sono stati capaci di separare i terroristi dall’opposizione.
“La cooperazione in Siria è stato l’ultimo e migliore colpo dell’Amministrazione Obama per prevenire la spirale discendente delle relazioni bilaterali con la Russia”, ha stimato un vecchio esperto della Casa Bianca,  Andrew Wiess S..
Tuttavia il canale TV russo Zvezda ha avvisato i suoi cittadini che “gli schizofrenici dell’America stanno affilando le armi nucleari contro Mosca”, ha aggiunto il giornale britannico.

Il giornale commenta che il presidente della Russia, Vladimir Putin, avrebbe ordinato lo scorso mese la costruzione di una installazione di 400.000 miglia quadrate in una regione appartata dei Monti Urali, considerati la frontiera naturale tra l’Europa e l’Asia, da dove potrebbe dirigere il conflitto nucleare.
Putin ha firmato il Lunedì un decreto con cui ha sospeso il trattato sulla riconversione del plutonio militare in combustibile nucleare di uso pacifico nel considerare che Washington minaccia la stabilità strategica tra le due potenze e non ha intenzione di adempiere agli accordi precedenti.
Una guerra tra gli USA e la Russia potrebbe provocare una catastrofe, visto che la Russia mantiene nei suoi arsenali più armi nucleari che non gli USA, con 8.400 testate nucleari, di fronte alle 7.500 di cui dispongono gli USA.
Nota: Naturalmente una eventuale guerra USA- Russia coinvolgerebbe pesantemente l’Europa ed in particolare tutti i paesi dove vi sono numerose basi militari USA-NATO, in particolare i paesi dell’Est, la Romania, il Kosowo, la Bulgaria ed i paesi baltici, oltre alla Germania,  all’Italia, alla Francia ed alla Gran Bretagna, tutti paesi inclusi nell’alleanza NATO di cui gli USA si servono come proprio braccio militare per attuare le proprie politiche e finalità geopolitiche estese in varie regioni del mondo, dal Medio Oriente all’Afghanistan.
Il problema dell’appartenenza alla NATO e dei rischi che questo comporta non viene minimamente dibattuto nei paesi europei, visto che tutti i governi europei sono totalmente asserviti alle politiche dettate dagli USA e neanche le forze di (apparente) opposizione sono sensibilizzate al problema di una alleanza che, da difensiva (ai tempi della guerra fredda ed dell’URSS) ogi è divenuta strumento di espansionismo di una politica aggressiva degli USA, come dimostrato dalle ultime guerre volute da Washington in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, ecc…
Tutte guerre combattute con il pretesto della lotta al terrorismo che hanno ottenuto il risultato opposto: massima espnsione dei gruppi terorristi e destabilizzazione e caos portato in tutti i paesi dove vi è stato un intervento occidentale.
Traduzione, sintesi e nota: Luciano Lago

Da controinformazione.info

domenica 31 luglio 2016

Perchè gli Usa non sono più in grado di imporre le loro condizioni al mondo?




LONDRA (Pars Today Italian) – Gli Stati Uniti non hanno le risorse economiche e militari per dettare le loro condizioni alla comunità mondiale, le autorità statunitensi dovrebbero passare dalla prassi di “distribuzione dei comandi” alla pianificazione strategica della politica internazionale, scrive la rivista americana “The National Interest”.
Nel XXI secolo la natura e la portata delle sfide sono cambiate: la maggior parte dei conflitti e delle crisi si verifica all’interno degli Stati, non tra i Paesi come accadeva in passato, si afferma nell’articolo. Il terrorismo e le guerre civili sono il problema più sensibile degli obiettivi militari tradizionali. Per i governi diventa sempre più difficile prendere decisioni, dal momento che la situazione politica ed economica si sono complicate.
Gli Stati Uniti continuano ad essere una grande potenza, senza cui è impossibile risolvere i problemi globali, ma “abbiamo bisogno di leader che sappiano guidarci e capaci di sviluppare una strategia”, si afferma nell’articolo. E’ ovvio che da soli gli Stati Uniti non possono affrontare tutti i problemi, pertanto l’America ha bisogno di cercare alleati e di negoziare tenendo conto degli interessi dei partner. Per quanto riguarda la Russia, gli Stati Uniti dovrebbero usare la propria forza per costruire un nuovo rapporto. E’ ovvio che né le sanzioni né la pressione militare occidentale faranno recedere Mosca dalle sue posizioni.
Il nuovo accordo tra la Russia e gli Stati Uniti potrebbe essere vantaggioso per entrambe le parti: l’America riconosce lo status della Russia come “grande potenza”, collaborerà con con Mosca in Siria e in Iraq, così come contribuirà a ripristinare i legami economici con l’Occidente, a condizione che i Paesi Baltici e l’Ucraina non sentano più la minaccia da est, sostiene l’autore dell’articolo.
La Cina resta ancora una sfida per gli Stati Uniti, dal momento che l’influenza di Pechino in Asia è molto più forte rispetto a quella americana. Pechino è superiore ai suoi vicini in termini economici e il contenimento delle sue ambizioni politiche è ancora una sfida importante per Washington. “La triste verità è che è impossibile da non notare: non siamo capaci di usare le nostre capacità per affrontare efficacemente le ardue sfide del mondo moderno” — riassume “The National Interest”.
Fonte: Pars Today

Fonte: controinformazione.info

venerdì 17 giugno 2016

Bilderberg 2016: i membri del club temono il brexit



“Una storia d’amore col silenzio”, così il Guardian chiama la tradizionale segretezza intorno alla conferenza Bilderberg, un meeting annuale del quale un tempo si parlava assai poco sui media mainstream, ma che sta sentendo crescere, anno dopo anno, la pressione intorno a sé.
La ragione è semplice, vi partecipano alcuni fra i più potenti capi di Stato, vertici delle multinazionali, alcuni giornalisti, e ciascuno rigorosamente vincolato a tacere i contenuti dell’incontro. Questo garantirebbe la libertà di espressione dei partecipanti. Ma al pubblico, anche non solo a quello appassionato di complotti, tanta riservatezza sembra ingiustificata, se non sospetta.
Quest’anno, potrebbe essere tenuta una conferenza stampa dell’evento, fatto che in precedenza mai accaduto? Questa la domanda che l’inviato del Guardian ha posto a qualcuno degli invitati alla conferenza, una domanda legittima, “visto il numero di politici che vi prendono parte”. Fra gli interrogati c’è anche una vecchia conoscenza del Bilderberg e dell’alta finanza italiana, Franco Bernabé.
La sua risposta, dopo una risata: “Ci sono un po’ di vostri colleghi nella conferenza, membri della stampa. Giornalisti”. Vero, ma vincolati dall’omertà del Bilderberg; che farsene, del resto, di giornalisti che non possono esercitare il loro obbligo d’informare? “Pensavo fosse accettabile che almeno Nbc, Bloomberg e il Financial Times, che hanno giornalisti all’interno del Bilderberg, fossero a Dresda per coprire il summit”, scrive sconsolato il reporter del Guardian, “ma non ci sono”.
Le misure di sicurezza sono, come sempre, impressionanti, si parla di mille poliziotti impiegati per contenere 15 dimostranti, di telefoni che non funzionano per giorni, con pochi media tradizionali interessati a fare breccia in un evento apertamente ostile a ogni forma di trasparenza. Tuttavia, nota il Guardian, le cose stanno pian piano cambiando: “per cominciare le agenzie d’informazione hanno iniziato a venire. Getty Images e Reuters sono qui”.
La loquacità dei partecipanti resta pochissima, ma quest’anno almeno uno di loro, Peter Thiel, cofondatore di PayPal e fra i più giovani invitati alla conferenza, ha voluto offrire una spiegazione sulla folle ossessione per la privacy che avvolge il Bilderberg:

“Il libertarianismo non è sinonimo di trasparenza radicale. […] Penso che spessi si abbiano le migliori conversazioni in gruppi piccoli, dove non tutto è monitorato; questo è il modo di fare conversazioni molto oneste e di pensare al futuro nel modo migliore”.

Brexit: Bilderberg non lo permetterà mai
Le élite globali hanno paura che uno scenario di Brexit possa mandare in fumo 70 anni di alleanza atlantica. Come previsto da Stratfor tempo addietro, i nazionalismi si sarebbero inevitabilmente opposti alla creazione di un blocco statale monolitico e il progetto degli Stati Uniti d’Europa voluto dalla Germania è destinato a fallire, o per lo meno rimanere in fase di stallo.
L’agenzia di intelligence americana osserva come tutto sia iniziato quando nel 2004 Bilderberg ha votato per l’allargamento dell’Ue, che ha scatenato una prima grande ondata migratoria dalla Polonia al Regno Unito.
Nonostante le politiche di confini aperti dell’Europa, la crisi dei migranti e gliattentati terroristici di Parigi e Bruxelles, hanno costretto i leader politici dei singoli Stati membri dell’Ue a tentare di accontentare i cittadini, per ragioni ovvie di popolarità. Il risultato è un progressivo rafforzamento dei confini e innalzamento delle barriere anti migranti, con l’obiettivo di ridurre sia il numero di rifugiati in fuga da guerre come quella in Siria, sia la manodopera a basso costo in entrata.
Per quanto abbiano tentato di eliminare qualsiasi sovranità nazionale, le autorità politiche delle forze europee sono nazionali prima di tutto e mettono i propri interessi davanti a qualsiasi altra cosa. Se non altro per tentare di essere rielette.



Per grande dispiacere dei potenti del mondo delle conferenze Bilderberg – imprenditori, banchieri, politici, commentatori – dopo 70 anni di tentativi, il progetto per sopprimere le sovranità nazionali per creare un unico blocco europeo è per il momento è in serio pericolo. Una vittoria del fronte dei ‘Leave’ darebbe il definitivo colpo di grazia a tale progetto. E il gruppo dei Bilderberg non lo permetterà.
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giovedì 16 giugno 2016

Referendum, Renzi e Jp Morgan ci cedono alle multinazionali



Ridurre i costi della politica e accelerare i tempi di decisione. Sono i due obiettivi agitati da Renzi in vista del referendum sulla “rottamazione” della Costituzione, ma in realtà – ricorda Guglielmo Forges Davanzati – sono la traduzione perfetta dei diktat enunciati nel 2013 da un colosso finanziario come la Jp Morgan, che condanna l’impronta ancora “socialista” della nostra Carta, laddove lascia allo Stato anche funzioni di programmazione economica. Da Renzi, solo propaganda. Tagliare i costi della politica? «Non si capisce per quale ragione non farlo – in modo estremamente più semplice – attraverso l’attuazione delle numerosissime proposte di riduzione degli stipendi e degli emolumenti di chi ci rappresenta». I futuri senatori non saranno più pagati in qualità di membri del Senato? Vero, però «le medesime indennità le percepiranno dalle istituzioni da cui sono espressi». Costi, peraltro, «assolutamente marginali rispetto ai costi che i cittadini italiani (in particolare, i lavoratori dipendenti e le piccole imprese) sostengono per una tassazione che serve solo in misura marginale a pagare il ceto politico».
L’attuale super-tassazione, continua Davanzati in una riflessione su “Micromega”, «serve semmai a generare avanzi di bilancio», prescritti dall’euro-politica Ue (pareggio di bilancio) che, di questo passo, “amazza” lo Stato impedendogli di investire Renzi Jp Morgane, di conseguenza,  stronca l’economia privata, aziende e famiglie. Tuttavia, nel confronto con la media europea, «ci troviamo di fronte al paradosso per il quale siamo maggiormente tassati per pagare più di altri una classe politica che, nella sua espressione governativa, ci somministra dosi di austerità fiscale (riduzioni di spesa combinate con aumenti della pressione fiscale) superiori a quanto accade altrove», scrive Davanzati. Quanto al secondo argomento sventolato da Renzi – la rapidità decisionale («apparentemente inoppugnabile: chi vorrebbe maggiore lentezza delle decisioni?») è quello più rilevante, «giacché attiene ai rapporti fra dimensione economica e sfera delle decisioni politiche». La Costituzione che si intende ridisegnare è «finalizzata a rendere l’economia italiana più attrattiva per gli investitori esteri», in coerenza con la logica della globalizzazione, che però «è in radicale contrasto con la tutela dei diritti, in particolare dei diritti sociali».
Ecco dunque «la base teorica della riforma che si intende attuare: il passaggio, niente affatto neutrale, da un modello costituzionale pensato per la tutela dei diritti sociali, attraverso un incisivo intervento pubblico in economia, a un modello costituzionale pensato in una logica di perseguimento di obiettivi di efficienza economica, da perseguire mediante il minimo intervento pubblico in economia (si pensi, a riguardo, alla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio)». Governabilità ed efficienza? «Non è affatto scontato che una maggiore rapidità dei tempi della decisione politica implichi un aumento dell’efficienza di sistema, obietta Forges Davanzati. «In altri termini, appare discutibile l’idea che, se anche il superamento di una Costituzione basata sulla tutela di diritti sociali si renda necessario per garantire la ‘governabilità’, quest’ultima produca Guglielmo Forges Davanzatibenessere per tutti». Anche perché il decisore politico sarebbe facilmente “catturato” da gruppi di interesse, interessati al proprio business e non al benessere della comunità nazionale.
Attenzione: «Esiste un’ampia letteratura economica che mostra come un fondamentale presupposto per la crescita risieda esattamente nella tutela dei diritti sociali e, a questi connessi, a una più equa distribuzione del reddito». Certo, si tratta di una letteratura «marginalizzata dal pensiero dominante e palesemente non funzionale all’attuale modello di sviluppo, basato semmai su crescenti diseguaglianze distributive e su quella che Luciano Gallino, nei suoi ultimi scritti, definiva la ‘lotta di classe dall’alto’». In questo senso, conclude Davanzati, il referendum di ottobre ha una notevole implicazione economica, visto che «pone in evidenza il fondamentale discrimine fra una visione della carta costituzionale come strumento di tutela delle fasce deboli della popolazione e una visione della stessa come dispositivo finalizzato alla governabilità per l’efficienza, laddove quest’ultima passa attraverso il superamento del modello di democrazia economica delineato nella Costituzione attualmente vigente».

Fonte: libreidee.org

martedì 7 giugno 2016

Eva Golinger denuncia in Russia le manovre golpiste degli USA



(Prensa Latina) L’investigatrice e giornalista Eva Golinger ha denunciato oggi, nel corso del Forum internazionale sul giornalismo, organizzato da Rossiya Segodnya, le manovre portate a compimento dagli Stati Uniti per sovvertire l’ordine istituzionale ed abbattere i governi progressisti in America Latina, con l’esempio del Brasile, Ecuador e Venezuela.

In qualità di conferenziera durante la sessione inaugurale del Forum, la Golinger ha esposto nei dettagli la tecnologia usata da Washington con l’appoggio della grande stampa statunitense e mezzi locali per abbattere in primo luogo lo scomparso presidente venezuelano, Hugo Chavez nel 2002.
La Golinger ha Indicato senza indugio i milioni di dollari stanziati dal governo nordamericano, attraverso l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (Usaid), al fine di finanziare le nuove tecnologie dell’informazione per le reti sociali (social media) ed esercitare la sua influenza direttamente sui gruppi giovanili, in questione.
Nel caso del Venezuela, secondo Golinger, gli USA hanno sborsato più di tre milioni di dollari per fomentare movimenti antigovernativi attraverso le reti sociali con fini di sobillazione, di destabilizzare la situazione sociale e di provocare un golpe .
L’esperta ha ricordato che questa stessa tecnologia era stata usata contro Chavez nel 2002, era stata messa alla prova contro il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, con un tentativo di golpe di Stato attraverso Twitter in tempo reale, ma non aveva funzionato grazie all’unità di tutti gli alleati nel continente che avevano vigilato per evitare questo complotto.
La Golinger ha detto con sicurezza che il giudizio politico intavolato contro la presidentessa del Brasile, Dilma Rousseff, è stato incoraggiato dall’estero con appoggio dei grandi media privati (come Rete Globo) che rappresentano gli interessi dell’oligarchia locale.
Gli Stati Uniti dedicano circa 50 milioni di dollari del budget per la guerra propagandistica, compreso l’aggressione contro la Russia, oltre ai programmi di sovversione interna che continuano vigenti come quelli diretti contro Cuba, ha affermato.
Ha sottolineato la Golinger il ruolo del canale multinazionale latinoamericano Telesur che si distingue in questi scenari di lotta per la verità e per un giornalismo obiettivo e di impegno in America Latina e nei Caraibi, così come 57 anni fa è stata concepita l’Agenzia Latinoamericana Prensa Latina, come mezzo alternativo di fronte al monopolio nordamericano utilizzato per le campagne di disinformazione.
L’esperta conviene , infine, nella necessità di difendere un giornalismo di qualità, tollerante e responsabile col riflesso della realtà.
Al rispetto è stato unanime tra i conferenzieri durante la prima giornata del Forum la necessità di un equilibrio tra la professionalità e la responsabilità etica dei giornalisti e comunicatori, soprattutto quando sono in gioco la vita ed il destino di popoli e di milioni di persone.
*Eva Golinger è un avvocato, giornalista di investigazione, statunitense ma nazionalizzata in Venezuela, risiede a New York. Si è dedicata all’nvestigazione sull’ingerenza degli USA in America Latina ed in particolare in America Latina, in Venezuela ed in Ecuador. Autrice  d ” El código Chávez” (2005) e ” Bush vs. Chávez: la guerra de Washington contra Venezuela”, i suoi libri sono stati tradotti  in  inglese, francése, tedesco e italiano.


Fonte: controinformazione.info

lunedì 30 maggio 2016

FRANCIA: La foto rivoluzionaria che sta emozionando il Mondo





Un immagine che passerà alla storia 
o è la storia stessa che si ripete? 

Un ragazzo "armato" di un mazzo di fiori va incontro alla Polizia pronta a caricare con un messaggio carico d'Amore.
Negli anni 60 succedeva lo stesso con gli Hippie, una corrente di giovani occidentali "NON OMOLOGATI" che mettendo i fiori nei fucili dei militari, davano una lezione di umanità, Amore e compassione al mondo intero...

Oggi quei fiori sembrano dire:

"Ehi, poliziotti, voi che difendete il potere criminale che ci vuole tutti zitti e schiavi, disposti a sgobbare 8 ore al giorno, 12 mesi l'anno in cambio di uno stipendio che ci permette a malapena di sopravvivere, ma lo sapete che dentro le vostre armature, da qualche parte si nasconde ancora l'essere umano che eravate un tempo? L'amico che giocava a pallone con noi? Il compagno di classe con cui ci si faceva i dispetti? Il bambino che guardava il mondo con immenso stupore e non avrebbe schiacciato nemmeno un insetto?

Perché ora sei pronto a colpirmi?

Perché mi odi così tanto quando cerco di far valere i miei diritti?

Perché non ti accorgi che così facendo, ostacoli anche il futuro dei tuoi stessi figli?

Io chiedo solo di essere rispettato, di lavorare per vivere e non di vivere per lavorare. Ma ora la mia rabbia è tale che sono sceso in piazza, incurante di quello che mi succederà, e sono qui, di fronte a voi a sfidarvi con un mazzo di fiori, l'arma più innocente che esista al mondo, i miei colpi non vi provocheranno dolore, non vi faranno sanguinare ne perdere i sensi, ma vi assicuro che vi scuoteranno la coscienza, i miei colpi vi colpiranno dritto al cuore, per dirvi la stessa cosa che volevano dirvi gli Hippie 60 anni fa: Tornate ad essere "Esseri Umani", ascoltate sempre e solo il vostro cuore.

Infondo, noi siamo qui anche per voi, per i vostri e i nostri diritti, per il nostro e il vostro futuro e quello dei vostri figli...

Pace...

ANNI 60 - I FIGLI DEI FIORI protestano contro le guerre nel Mondo...




Fonte: ilnuovomondodanielereale.blogspot.com


BOMBARDARE HIROSHIMA HA CAMBIATO IL MONDO, MA NON HA POSTO FINE ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE





DI OLIVER STONE E PETER KUZNICK
latimes.com

La visita del Presidente Obama lo scorso venerdì ad Hiroshima ha fatto riaffiorare il dibattito circa il bombardamento atomico degli USA contro il Giappone – ampiamente insabbiato da quando lo Smithsonian aveva cancellato la sua mostra Enola Gay nel 1995. Obama, conscio che i suoi critici non aspettano altro che attaccarlo in caso sollevi il minimo dubbio sulla rettitudine della decisione del Presidente Truman di sganciare le bombe, ha preferito starsene zitto sulla questione. Un ravvedimento nazionale è fuori tempo massimo.


Alla maggior parte degli Statunitensi è stato inculcato che l’uso dell’atomica contro Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945 fosse giustificato dal fatto che aveva posto fine alla guerra nel Pacifico, evitando una costosa invasione statunitense del Giappone. Questa visione fuorviante è esposta nei libri di testo scolastici ancora oggi e, più pericolosamente, dà l’idea di come la pensino gli ufficiali governativi e militari, i quali operano in un mondo nel quale esistono ancora più di 15.000 armi nucleari.
Truman aveva esultato al bombardamento di Hiroshima, definendolo “il più grande evento della storia”. I leader militari statunitensi non avevano lo stesso entusiasmo. Sette degli otto più alti ufficiali del 1945 – i generali Eisenhower, Douglas MacArthur e Henry Arnold e gli ammiragli William Leahy, Chester Nimitz, Ernest King e William Hasley – hanno definito poi i lanci delle atomiche o militarmente non necessari, o moralmente deprecabili, o entrambe le versioni. Per di più le bombe non sono riuscite ad ottenere il risultato secondario per le quale erano state sganciate, intimidire i Russi.
Leahy, il Capo dello Staff di Truman, ha scritto nelle sue memorie che “I Giapponesi erano già stati sconfitti e pronti ad arrendersi... l’uso di queste armi barbare ad Hiroshima e Nagasaki non era di nessun aiuto nella guerra contro il Giappone”. MacArthur si è spinto più in là, ha detto all’ex presidente Hoover che se gli USA avessero garantito ai Giapponesi che avrebbero lasciato l’Imperatore al suo posto, questi si sarebbero tranquillamente arresi in maggio.
Non è stata la distruzione atomica di Hiroshima e Nagasaki a terminare la guerra nel Pacifico. In realtà è stata l’invasione sovietica della Manciuria e di altre colonie giapponesi, iniziata l’8 agosto 1945 – tra le due bombe.
Per mesi l’intelligence degli alleati aveva sostenuto nei suoi rapporti che un’invasione sovietica avrebbe eliminato il Giappone dalla guerra. L’11 aprile, per esempio, lo Staff delle Intelligence Congiunte dei Capi degli Staff Congiunti aveva previsto che “se in un qualsiasi momento l’Unione Sovietica dovesse entrare in guerra, tutti i Giapponesi si renderebbero conto che il loro annientamento sarebbe inevitabile”.
Gli USA, decifrati i codici giapponesi, erano a conoscenza della loro disperata necessità di negoziare una pace con gli USA prima dell’invasione russa. Truman stesso ha descritto un cablogramma intercettato del 18 luglio 1945 come “il telegramma dell’imperatore giapponese che chiedeva la pace”. Truman, però, si presentò al summit di metà luglio a Postdam per essere sicuro che i Sovietici mantenessero la loro promessa di Yalta di entrare in guerra. Quando Stalin gli diede la garanzia il 17 luglio, Truman scrisse nel suo diario “Entrarà in guerra in Giappone il 15 agosto. Quando accadrà sarà la fine dei Giapponesi”. Truman ribadì il concetto in una lettera a sua moglie del giorno successivo “Finiremo la guerra entro l’anno e penso ai ragazzi che non verranno uccisi”.
Sbaragliando velocemente l’armata giapponese del Kwantung, i Sovietici rovinarono i piani militari e diplomatici del Giappone: continuare ad infliggere perdite agli USA ed utilizzare Stalin per ottenere migliori condizioni di pace.
I bombardamenti atomici, per la loro disumanità, hanno giocato un ruolo modesto nei calcoli dei leader giapponesi circa la resa. Dopotutto, gli USA avevano già raso al suolo con bombardamenti tradizionali più di 100 città giapponesi. Hiroshima e Nagasaki erano solo due città in più distrutte, che l’attacco fosse effettuato con una bomba o migliaia poco cambiava. Come più tardi disse durante alcuni interrogatori il generale Torashiro Kawabe, vice capo dello staff, l’entità della distruzione portata a Hiroshima e Nagasaki si è scoperta “in maniera graduale”, ma “se paragonate, l’entrata della Russia in guerra fu uno shock maggiore”.
Quando è stato chiesto al Primo Ministro Kentaro Suzuki il 10 agosto perchè il Giappone avesse voluto arrendersi così impèrovvisamente, la spiefazione fu “l’Unione Sovietica non si prenderà solo la Manciuria, la Korea, Karafuto, ma anche Hokkaido. Questo distruggerebbe le fondamenta del Giappone. Dobbiamo terminare la guerra finchè possiamo ancora negoziare con gli USA”. I leader giapponesi temevano anche la diffusione del comunismo russo e sapevano che i Russi non avrebbero visto di buon grado la loro preoccupazione primaria – difendere l’imperatore e mantenere il sistema imperiale.
Truman conosceva i rischi. Sapeva che l’invasione russa avrebbe posto fine alla guerra. Sapeva che le rassicurazioni circa l’imperatore avrebbero avuto lo stesso effetto. Tuttavia decide di usare le bombe atomiche.
Mentre era a Postdam, Truman aveva ricevuto un report circa la potenza della bomba testata il 16 luglio a Alamogordo, New Mexico. Immediatamente dopo era “un’altra persona”, secondo le parole di Winston Churchill. Iniziò a dare ordini a Stalin e autorizzò l’uso delle bombe contro il Giappone. Truman pensò che se la decisione mostrata a Postdam non avesse dimostrato a Stalin chi comandava, sicuramente l’avrebbe fatto Hiroshima.
Stalin comprese il messaggio. Le bombe atomiche erano ormai parte integrante dell’arsenale statunitense e non solo un’ultima spiaggia. Ordinò agli scienziati sovietici di profondere tutti i loro sforzi nello sviluppo di una bomba sovietica. La corsa era iniziata. Alla fine i due schieramenti avrebbero accumulato l’equivalente di un milione e mezzo di bombe di Hiroshima. Come il fisico del Progetto Manhattan I. I. Rabi osservò con arguzia “All’improvviso il giorno del giudizio era diventato il domani e così sarebbe stato da allora in poi”.
Oliver Stone è un regista e scrittore, vincitore di Premi Oscar. Il professore di storia Peter Kuznick è direttore dell’ Istituto di Studi Nucleari dell’American University. Sono co-autori della serie di documentari e libri “La storia mai raccontata degli Stati Uniti”

Oliver Stone e Peter Kuznick
Fonte: http://www.latimes.com/
Link: http://www.latimes.com/opinion/op-ed/la-oe-stone-kuznick-hiroshima-obama-20160524-snap-story.html
26.05.2016

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l'autore della traduzione FA RANCO


DALL’EUROPEISMO AL TTIP: UN PIANO DEGLI USA PER IL DOMINIO



di Marco Della Luna
Nel Regno Unito, dove vige maggiore libertà di informazione che da noi, il corrente dibattito sul referendum del 23 giugno sull’uscita dall’Unione Europea ha reso noto all’opinione pubblica ( vedi ad es. : The European Union always was a CIA project, as Brexiteers discover ), il fatto, censurato sul continente europeo, che il progetto dell’unificazione europea è un progetto di Washington varato alla fine degli anni ‘40 per assicurare agli USA il controllo politico finanziario del continente europeo a scopi geostrategici ed economici[i] e la sua permanenza nell’impero del dollaro, cioè tra i paesi che continuano ad accettare il dollaro anche se super inflazionato e vacillante e a comperare bonds in dollari anche se spazzatura e a partecipare a guerre e sanzioni volute da Washington anche se contrarie agli interessi nazionali.
Notoriamente da decenni gli USA sono un paese che vive essenzialmente sulla spalle degli altri, comprando a debito beni, materie prime e servizi, e facendo continue guerre per imporre l’accettazione di questo sistema di pagamento. E fra qualche tempo emergerà anche come gli USA si stanno impegnando per soffocare lo sviluppo e la industrializzazione di fonti alternative e pulite di energia, che soppianterebbero il petrolio, il dollaro come moneta obbligatoria per comprarlo, e le guerre per il petrolio, che sostengono l’elefantiaca industria statunitense degli armamenti.
Il progetto ha visto e vede in azione personaggi presentati come padri dell’Europa ma in realtà pagati e diretti da Washington, innanzi tutti Jean Monet e Robert Schuman. L’idea di unione europea viene inizialmente proposta come comunità del carbone, dell’acciaio e dell’atomo, allo scopo di ingranare tra di loro le economie di Francia e Germania così da prevenire fantomatici futuri conflitti tra esse. Poi quel primo organismo sviluppa una rovinosa politica agricola comune, diventa un’area di libero scambio; poi assume poteri legislativi e di controllo sempre più ampli sugli stati nazionali; poi si fa Schengen, la BCE, l’euro, il trattato di Lisbona che impegna a una crescente integrazione politico-istituzionale, poi il controllo centralizzato dei bilanci e delle banche, e via discorrendo, verso la creazione di un superstato europeo a direzione non democratica, non trasparente e irresponsabile (non accountable), con soppressione delle democrazie nazionali parlamentari in quanto “causa di guerre”.
Il tory Boris Johnson, ex sindaco di Londra, nel suo intervento pro brexit,  visibile a youtube.com/watch,  spiega che i due veri padri dell’Unione Europea, Monet e Schumann, intendevano creare un senso di identità-solidarietà europea con un metodo della psicologia comportamentale, applicando un principio che era già stato osservato come efficace in altri contesti, cioè – nella fattispecie europea – forzando permanentemente e crescentemente i diversi popoli europei a tenere comportamenti simili tra loro attraverso l’imposizione di regolamentazioni comuni, la moneta comune, l’inno comune, la bandiera comune, etc.: imporre un agire comune per far nascere un sentire comune. Decenni dopo, constatiamo che questo metodo ha chiaramente fallito, e ha anzi risvegliato contrapposti nazionalismi, poggianti su oggettive contrapposizioni di interessi soprattutto economici. Risorgono le frontiere, le economie divergono, crescono i movimenti anti-UE.
Ma persino davanti a tali fallimenti, l’oligarchia massonico-finanziaria, liberal-cosmopolita, insiste nel suoprogramma di unificazione forzata, imponendo crescenti cessioni di sovranità e crescenti sacrifici. Questa evoluzione sta comportando (senza che lo si dica e che si permetta ali popoli di decidere) radicali e surrettizie trasformazioni costituzionali nei vari paesi aderenti, che perdono la loro sovranità a quote crescenti e a vantaggio delle burocrazie centrali, non democratiche e non responsabili, dell’Unione Europea – burocrazie oscenamente strapagate, e tanto corrotte, parassitarie e inefficienti, che da vent’anni l’organismo europeo di revisione dei conti non firma i loro bilanci. L’unica volta che si è fatto un controllo, è scoppiato lo scandalo della Commissione Santer con la commissaria Edith Cresson. Poi hanno deciso che era meglio non controllare più!
Incidentalmente: il potere legislativo, come praticamente ogni potere dell’UE, risiede nella Commissione, non eletta e irresponsabile, che discute e decide in segreto, a porte chiuse, altroché fascismo!
Ogni cessione di sovranità a questa burocrazia viene richiesta come condizione per sviluppo e sicurezza, ma l’Unione Europea è sempre più in crisi e sempre più in fondo alla graduatoria dell’OCSE in fatto di crescita – stanno meglio solo i paesi che non hanno aderito all’euro. Questo il bilancio dell’unione e della sua moneta. Un bilancio che dovrebbe svegliare anche le menti più torbide e sognatrici.
Solo gli idioti non riconoscono, a questo punto, che il progetto dell’Unione Europea non è mai stato rivolto al progresso e al benessere delle nazioni europei, bensì ad altri fini, a fini di dominazione, di controllo sociale.
Informandoci, anche grazie ad articoli come quello sopra linkato, scopriamo che esso serviva e serve al dominio degli Stati Uniti sull’Europa attraverso un processo col quale il vassallo Germania è stato posto in una condizione di egemonia in Europa soprattutto mediante gli effetti dell’euro e delle politiche fiscali, che hanno prodotto e stanno producendo un forte e crescente indebitamento dei paesi periferici verso la Germania e hanno dato quindi a questa l’iniziativa politica, il controllo delle istituzioni comunitarie e il diritto di veto. La Germania impone, col pretesto di prevenire l’inflazione e di risanare i bilanci dei paesi PIGS, misure recessive, che generano un avvitamento fiscale con conseguenti calo del pil, aumento del debito, accrescimento della sottomissione a Berlino, che diventa sempre più dominante.
Invero l’’euro non è una moneta unica, con un unico debito pubblico sottostante, ma un sistema di cambi fissi tra le precedenti valute, con debiti pubblici divisi, nel quale il regolamento delle transazioni internazionali si fa sostanzialmente mediante il rilascio di promesse di pagamento, cioè mediante indebitamento, delle singole banche centrali nazionali dei paesi a deficit commerciale verso quelli con attivo commerciale. I cambi fissi, impedendo l’aggiustamento fisiologico, cioè di mercato, dei rapporti valutare tra paesi con deficit e paesi con un surplus di bilancia commerciale, determinano un crescente deficit e un crescente indebitamento dei paesi meno efficienti soprattutto verso la Germania, ma anche una fuga di imprese, di capitali, di lavoratori e tecnici qualificati, così che la Germania si ritrova con enormi crediti che usa per comprarsi i pezzi più interessanti dei patrimoni e delle economie dei paesi indebitati – cioè trasforma i propri interessi attivi in beni reali dei paesi sottomessi. E l’Italia si ritrova non solo sempre più indebitata, ma sempre più deindustrializzata e sempre più abbandonata da giovani qualificati. Il crollo dei brevetti italiani è solo l’ultima riconferma di questo processo ultraventennale e strutturale di declino.
Tale era il disegno europeista reale dietro l’europeismo di facciata concepito dai padri nobili per i figli scemi, dai padri che facevano leva su supposti sentimenti di fratellanza e solidarietà tra i popoli degli Stati europei, quando anche gli idioti sanno che, nella politica, soprattutto quella internazionale, le decisioni vengono prese per convenienza e calcolo, alla ricerca del vantaggio e della sopraffazione. Se teniamo presente questa realtà, non avremo alcuna difficoltà a capire per quale ragione tutte le innovazioni europeiste hanno avuto effetti contrari alle promesse. E per quale ragione ad ogni crisi causata da tali effetti, si è risposto che la cura era “più europa”, più cessione di sovranità all’Unione, cioè a Berlino. Chi obietta, è estremista e populista, forse pazzo, quindi i suoi argomenti sono invalidi a priori, senza esame del merito, anzi non è nemmeno legittimato a parlare. Stile Stalin.
La prossima innovazione, già in avanzato stadio di elaborazione, è il famoso TTIP, il trattato transatlantico di libero commercio, negoziato in segreto, senza che nemmeno i parlamentari possono fare copie delle bozze, e possono consultarle solo per due ore, sorvegliati dai Carabinieri, senza poterne trascrivere brani, come recentemente denunciato dal sen. Tremonti.
Perché questa segretezza ultra-dittatoriale? Per coprire gli interessi economici retrostanti e i loro progetti:col TTIP le multinazionali statunitensi potrebbero prendersi larghe fette dei mercati nazionali europei (soprattutto in Italia, ai danni dei milioni di piccole imprese che danno il grosso della ricchezza e dei posti di lavoro, e con vantaggio solo di quelle pochissime imprese, perlopiù grandi, di cui gli USA importano i prodotti. Ossia: il TTIP sarà tutto a vantaggio delle esportazioni americane verso l’Europa e soprattutto verso l’Italia, e a danno dei piccoli produttori europei dai quali dipende il nostro livello di redditi e di occupazione.
Le multinazionali americane potrebbero imporre la vendita in Europa senza etichette distintive di loro prodotti OGM e in generale a rischio, potrebbero richiedere risarcimenti agli Stati che ponessero limiti allora affarismo quand’anche detti limiti siano giustificati da esigenze di tutte era della salute pubblica. Col TTIP disporrebbero anche, ciliegina sulla torta, di un tribunale sovranazionale praticamente organizzato da esse stesse, davanti a cui citare gli Stati dalle cui politiche e legislazioni si ritenessero danneggiate, per farli condannare a risarcire i danni da mancato profitto, e far pagare il risarcimento ai contribuenti. Anche quanto resta di libera ricerca e informazione medico-scientifica sarebbe tolto, perché contrario agli interessi del profitto. Molti economisti e giornalisti e politici in carriera, ipocritamente, dichiarano che il TTIP va bene, a condizione che la politica regolamenti l’affarismo. Ma ciò è proprio quel che il TTIP proibisce. E anche se non lo proibisse, la potenza di questo affarismo già controlla la politica.
Se il TTIP passerà, e credo che passerà perché non vi sono in campo dinamiche capaci di contrastarlo, sarà la totale eliminazione, da parte del grande capitale finanziario, di ogni limite e di ogni valore che si opponga ai suoi calcoli e alle sue speculazioni, cioè la fine pratica dell’esistenza del principio politico e del principio legalitario, oltre che dei diritti dell’uomo. Rimarranno solo quelli degli investitori, come li chiama il TTIP, ossia del capitale finanziario. Sarà una riforma non semplicemente dell’economia, ma della società e dello stesso concetto di uomo, il quale sarà ridotto e considerato esclusivamente come componente dei processi finanziari.
Il dominio USA sull’Europa attraverso il processo di unificazione europea sotto il vassallo germanico serve ultimamente a questo.


lunedì 25 aprile 2016

L'oscura previsione di Brzezinski


di Gianni Petrosillo
Gli Stati Uniti non sono più una potenza assoluta anche se mantengono il dominio del cielo, del mare e della terra. Per ora. Tuttavia, la supremazia americana si è indebolita, in virtù dell’emergere di nuovi player geopolitici che, almeno a livello regionale, iniziano a tenerle testa. Per un quindicennio, dall’implosione dell’URSS fino ai primi anni del XXI secolo, gli Usa hanno coltivato il sogno dell’impero e lo hanno giustificato con un apparato ideologico di mascheramento chiamato globalizzazione.
La globalizzazione, benché si presentasse, teleologicamente, come un destino inevitabile per tutti i popoli che accedevano alla civiltà (economica, finanziaria, politica, culturale e sociale) era la proiezione di questa supremazia occidentale sullo scenario internazionale. La grande narrazione idealistica si è però sfilacciata con il venir meno del sostrato geopolitico sulla quale si basava: la suddetta egemonia americana.
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