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lunedì 24 novembre 2014

La pillola dei 5 giorni dopo si potrà comprare senza ricetta


Quella che viene definita "pillola dei 5 giorni dopo", efficace come contraccettivo fino a 120 ore dopo il rapporto sessuale, potrebbe essere venduta in tutti gli Stati europei a partire dall'anno prossimo senza ricetta, liberamente. Lo prevede un parere favorevole del Comitato per i prodotti medicinali per uso umano (Chmp) dell'Agenzia europea del farmaco (Ema). Il Comitato, informa l'Ema, "ha raccomandato un cambiamento di stato di classificazione da soggetto a non soggetto a prescrizione per il contraccettivo d'emergenza ellaOne (ulipristal acetato). Dunque, il farmacoellaOne, potrebbe essere ottenuto senza prescrizione medica all'interno dell'Unione europea. Il farmaco è un contraccettivo di emergenza usato per prevenire le gravidanze indesiderate se assunto entro cinque giorni da un rapporto sessuale non protetto, e agisce impedendo o ritardando l'ovulazione. , ma è più efficace se assunto entro le 24 ore. Eliminando la necessità di prescrizione per il farmaco, secondo l'Ema "si dovrebbe accelerare l'accesso delle donne al prodotto e quindi aumentare la sua efficacia". Sulla base della valutazione delle informazioni disponibili, il CHMP ha rilevato che l'ulipristal acetato può essere utilizzato in modo sicuro ed efficace senza prescrizione medica. La pillola dei 5 giorni dopo è stata autorizzata nell'Unione Europea nel 2009 e il suo profilo di sicurezza è paragonabile a contraccettivi di emergenza contenenti levonorgestrel, che sono i contraccettivi di emergenza più utilizzati di frequente in Europa.


Fonte: caffeinamagazine.it



sabato 22 novembre 2014

La barbarie dell'infibulazione: un orrore da cancellare

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Infibulazione, una pratica da condannare senza mezzi termini

di Mirna Cortese - popoffquotidiano.it

130 milioni di donne mutilate in tutto il mondo, a cui si aggiungono ogni anno 3 milioni di bambine (Immagini che possono urtare la sensibilità)

Oggi è la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e si avvicina il 25 novembre, dichiarata dall’Onu Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Sono passati anni, molte cose sono state fatte grazie all’impegno di organizzazioni femminili e femministe sempre in prima linea, tante altre aspettano risposte.
Tra queste una delle violenze più devastanti di cui, in molte parti del mondo, sono vittime le bambine e le adolescenti, le mutilazioni genitali femminili (Mgf) di cui la forma più nota è l’infibulazione.
Se ne parla troppo poco eppure stime Unicef riportano che nel mondo sono circa 130 milioni le donne che convivono con terribili mutilazioni genitali a cui si aggiungo ogni anno, in base agli attuali trend demografici, circa 3 milioni di bambine sotto i 15 anni, una su cinque vive in Egitto. Nei prossimi dieci anni, secondo l’Unicef, altri 30 milioni di bambine rischieranno di subire questa pratica.
Le mutilazioni dei genitali femminili sono praticate sopratutto su bambine tra i 4 e i 14 anni di età. Tuttavia, in alcuni paesi vengono operate bambine con meno di un anno di vita, come accade nel 44% dei casi in Eritrea e nel 29% dei casi nel Mali, o persino neonate di pochi giorni come accade Yemen. Complessivamente sono circa 29 i paesi, tra Africa e Medio Oriente, a seguire tali pratiche.
Escissione e cucitura della vulva
Le mutilazioni genitali femminili sono di diverso tipo ed includono pratiche tradizionali che vanno dall’incisione all’asportazione, parziale o totale dei genitali femminili esterni – clitoride e piccole labbra, parte delle grandi labbra – per poi procedere a cauterizzazione e cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere l’uscita di urina e sangue mestruale. E’ conosciuta, prendendo il termine dalla tradizione dell’antico Egitto, come infibulazione faraonica. Il più delle volte viene eseguita senza anestesia, con coltelli, lame di rasoio, vetri rotti o forbici. Situazioni a rischio che possono portare anche alla morte per le frequenti emorragie. Le conseguenze sono infezioni, cheloidi, tetano e addirittura infertilità, oltre a problemi nei rapporti sessuali e durante il parto.

mercoledì 18 giugno 2014

Lo Stato paga buoni per baby-sitter e asilo e nessuno lo sa

Ebbene si: non si tratta di una bufala. Le mamme italiane hanno DIRITTO ad un buono di 300 euro mensili, una somma che di questi tempi farebbe comodo a tante famiglie, ma quasi nessuno ha usufruito della somma perché le famiglie non sanno di avere questo diritto e non lo hanno esercitato! Per questi sussidi - che sono stati introdotti dalla Fornero - il governo ha stanziato 20 milioni di euro, che sono rimasti nelle casse dello stato...

Se conoscete qualcuno che possiede i requisiti, fategli presente questa importante possibilità!
ECCO CHI HA DIRITTO AL BONUS:
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I buoni lavoro sono stati introdotti l'anno scorso con la legge Fornero: stanziati 20 milioni di euro ma senza pubblicità è stato un flop
Buoni lavoro definiti fantasma perché nessuno conosce. La tanto chiacchierata legge Fornero l’anno scorso aveva introdotto un buono mensile del valore di 300 euro per correre in soccorso alle neomamme italiane. Si sa, i nonni sono quegli ammortizzatori sociali che spesso e volentieri danno una grossa mano in famiglia, ma chi non dispone di questa enorme risorsa e fortuna? Ecco appunto il bonus.
Troppo bello per essere vero? Così pare. Il bonus dell’anno scorso infatti è stato un flop. Non servono molti giri di parole e dati alla mano è davvero innegabile: le domande per ricevere il voucher sono state 3.762. La legge Fornero numero 92 del 2013, prevedeva un aiuto alle neomamme che sceglievano di tornare presto al lavoro: rinunciando all’assegno dell’Inps, tornando sul luogo di lavoro, potevano ricevere dei buoni lavoro per pagare l’asilo o la baby-sitter del valore di 300 euro al mese per sei mesi.
1.800 euro insomma che, non solo di questi tempi, sono una buona cifra. Si pensi che erano stati stanziati 20 milioni di euro e le richieste ne hanno consumato poco più del 37%. Fin qui davvero qualcosa non quadra: insomma una mamma che torna al lavoro, ha anche la possibilità di avere un aiuto economico e non lo sfrutta? Dov’è l’intoppo? Una parola che fa rabbrividire: burocrazia. L’iter per approdare alla richiesta questa volta pare davvero tragicomica.

sabato 8 marzo 2014

La vera storia della festa della donna: il falso storico dell’incendio e la controversa scelta della mimosa

MIMOSA COPAgli inizi del Novecento, le donne reclamavano il diritto al suffragio universale. Durante il VII Congresso della II Internazionale Socialista di Stoccarda, tenutasi nel 1907, venne discussa anche la questione legata al diritto di voto femminile. Il 26 e 27 agosto dello stesso anno, venne indetta la 1°Conferenza internazionale delle donne socialiste, in cui Clara Zetkin, delegata tedesca e 
esponente maxista, fu eletta segretaria del movimento. Le origini di quella che impropriamente viene definita “festa” sono controverse e spesso, ad un fondo di verità, si aggiungono mix fantasiosi. Si parla quasi universalmente dell’incendio presunto che sarebbe divampato a New York nel 1908 nei locali dell’industria tessile “Cotton”, dove 129 operaie protestavano sui propri turni lavorativi quotidiani massacranti. L’8 marzo il proprietario della fabbrica, un certoMr Johnson, bloccò tutte le porte per impedire loro di uscire. Divampò un incendio che provocò la morte di tutte le donne rimaste intrappolate all’interno. In realtà un incendio si ebbe, ma non in quella data.
MIMOSA 1La verità è depositata nel Museum of the city of New York, che custodisce un’imponente serie di foto che documentano fatti e avvenimenti che devastarono la città. In questi archivi non ci sono tracce dell’incendio della Cotton ma sono presenti immagini sconvolgenti riguardanti un altro incendio, divampato il 25 marzo 1911 alla “Triangle Shirtwaist Company”, una fabbrica di camicie ubicata negli ultimi 3 piani di un edificio di Washington Place in cui 500 donne comprese tra i 15 e i 25 anni ed un centinaio di uomini lavoravano in condizioni di totale sfruttamento 60 ore a settimana, oltre agli straordinari imposti dal proprietario. Le donne poi, erano strettamente sorvegliate da personale esterno, gli ingressi erano chiusi a chiave per impedire loro anche di assentarsi per una semplice pausa e tutti i lavoratori,maschi e femmine, erano privi di diritti e di norme che tutelassero la loro sicurezza. Alle 16:40 del venerdì 25 marzo 1911 scoppiò un incendio all’ottavo piano, che raggiunse da lì a poco anhe il nono ed il decimo. Alcune donne, nel tentativo disperato di salvarsi la vita, fuggirono sulla scala anticendio che crollò sotto il loro peso, così come l’ascensore che si schiantò. Alcune rimasero arse dalle fiamme al decimo piano, dove si erano rifugiate con la speranza di stare al sicuro, mentre 146 si lanciarono nel vuoto, sfracellandosi. Quest’avvenimento è stato descritto in un articolo del Corriere della Sera dell’8 marzo 2004 dal giornalista Gian Antonio Stella e può essere una delle possibili cause reali della ricorrenza celebrata in tutto il mondo.
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