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domenica 15 febbraio 2015

Ebola: storia di un virus inventato?

Di Nico Forconi - "La teoria del complotto"

"La mente scientifica non è tanto quella che fornisce le risposte giuste, quanto quella che pone le giuste domande." Claude Lévi-Strauss

PRINCIPALI FOCOLAI DI VIRUS EBOLA IN AFRICA E PRINCIPALI POZZI PETROLIFERI IN AFRICA
    Quando si tratta di raccontare una storia, una storia vera, una storia che ci riguarda da vicino, che sia essa bella o brutta, crudele o spensierata, quando si tratta di raccontare una storia, di provare a persuadere qualcuno con una storia di vita vissuta, saper padroneggiare l'arte della narrazione è una dote molto importante. Alcuni la possiedono per natura, altri devono applicarsi per tutta la loro vita per provare ad impararla e, ahimè, non è detto che ci riescano.
È anche per questo motivo che si utilizzano le immagini, perché quelle, ancor più delle parole, sono capaci di colpire dritto allo stomaco ed al cuore di chi le vede, sino a renderlo, paradossalmente, cieco.
Il potere incalcolabile dei media è tutto qui, non si tratta di persuadere l'individuo ma di descrivere e dare ad esso una percezione della realtà esterna, presentare al pubblico una lista di ciò intorno a cui avere un'opinione e discutere. L'assunto fondamentale dell'agenda-setting è che la comprensione che la gente ha di gran parte della realtà sociale è mutuata dai media che fanno vedere e percepire ciò che deve essere visto e deve essere percepito [1].

    Esiste un solo modo per "difendersi" dal mainstream: utilizzare tutti gli strumenti di cui si dispone per aumentare il più possibile la propria capacità narrativa, per esempio sostituire un termine che normalmente occuperebbe il posto nella frase che si vuole dire, con un altro la cui "essenza" o funzione va a sovrapporsi a quella del termine originario creando, così, immagini di forte carica espressiva. Proprio per questo nasce la metafora, per il suo infinito potere evocativo e comunicativo.

martedì 13 gennaio 2015

Per la Liberia, l’epidemia di Ebola è devastante come una guerra


Hanno tolto lo stato d’emergenza a fine dicembre, dicendo che il virus sta regredendo. Hanno, però, mantenuto lo stato d’assedio, perché in molte zone la risposta, dal punto di vista sanitario, è ancora instabile. Per la Liberia, l’epidemia di Ebola è devastante come una guerra. Uscito dieci anni fa da un decennio di guerra atroce, con 250mila morti, migliaia di sfollati e istituzioni e economia distrutte, il Paese rischia di ripiombare nel caos a causa del virus. L’allarme lo ha lanciato qualche mese fa il ministro dell’Informazione liberiano, Lewis Brown, responsabile anche della task force governativa che cerca di contrastare il morbo. Nel Paese il 60 per cento dei mercati è stato chiuso per evitare che l’epidemia si diffonda. Risultato: l’economia si è fermata. Brown lo ha spiegato con parole dure. “Gli ospedali lottano, ma anche gli alberghi e le imprese – ha detto -. Se le cose continuano cosi’, il costo della vita aumentera’. La gente e’ agitata. Il mondo non puo’ aspettare che la Liberia, la Sierra Leone e la Guinea ricadano in una guerra civile, che potrebbe essere il risultato di questa lentezza nella risposta alla lotta contro l’Ebola”.

lunedì 12 gennaio 2015

Ebola, già spenti i riflettori dei media sull’epidemia africana


Sono bastati tre giorni, e già l’emergenza ebola trova posto solo in trafiletti che annunciano una conferenza virtuale dell’Oms in programma per  fare il punto sui vaccini contro questo terribile virus. Ma i riflettori, quelli di prima pagina, si sono spenti di colpo dopo il sollievo per la guarigione del medico italiano di Emergency. Sarebbe pero’ a questo punto utile una piccola riflessione sul ruolo che gli organi di informazione hanno avuto su tutta la vicenda ebola fin dall’inizio e sulla scelta delle notizie da diffondere.
Fermo restando che l’interesse per cio’ che accade all’estero e’ inversamente proporzionale alla distanza (piu’ e’ lontano da noi meno ci interessa, eccezion fatta per gi stati uniti), sappiamo da tempo che le vicende africane,dai massacri, alle malattie, sono una eco lontana che arriva da un luogo dove tutto sembra primitivo, arcaico, lontanissimo dalla nostra quotidianità’. Uno spazio che non conosciamo e che spaventa per la sua crudezza e la vicinanza con la vita essenziale , quella che ha a che fare con la mera sopravvivenza.
Non sempre  pero’ si considera che parlare di Africa significa parlare di una  grande quantita’ di realta’ diverse. L’emergenza sanitaria ebola, ad esempio,  quella vera, riguarda tre paesi sui 17 che compongono l’Africa occidentale e i 54 che formano l’intero continente: Sierra Leone, Liberia e Guinea. Alcuni casi in Mali e Nigeria.

giovedì 8 gennaio 2015

La super-banana di Bill Gates, che finge di aiutare l’Africa

L’ultima invenzione della Fondazione Bill e Belinda Gates è stata l’investimento di 15 milioni di dollari nello sviluppo di una banana transgenica con alto contenuto di vitamina A, vitamina E e ferro, con l’obiettivo di lottare contro la denutrizione in paesi africani come Uganda, Kenia, Tanzania, Ruanda, Congo, soprattutto diretto alla popolazione infantile. Stimano che possa evitare la morte di più di 700.000 bambini e che possa evitare che altri 300.000 perdano la vista. Questa ricerca la sta sviluppando la Università Tecnologica del Queensland attraverso il lavoro diretto dal professor James Dale, ed è già in fase di prova con esseri umani. Spiegato in questo modo, chiunque potrebbe pensare che è una buona iniziativa filantropica contro la fame. Nonostante ciò, ricordo la conversazione con un amico che fece un viaggio in luna di miele girando l’Etiopia. Quando mi raccontava il viaggio al suo ritorno gli chiesi come aveva mangiato, dato che era stato in uno dei paesi con l’indice più basso di nutrizione al mondo. La sua risposta fu chiara: la carta Visa funzionava perfettamente.
Non si tratta quindi di un deficit di vitamine e nutrienti che necessita urgentemente l’intervento di un angelo filantropico per aumentare la produzione di superalimenti. Si tratta di accesso al cibo. Si tratta di povertà e distribuzione della ricchezza. Però, Bill Gatesoltre le discussioni teoriche, cosa pensano i contadini africani? Gli ugandesi, ad esempio, pensano che le loro banane autoctone sono perfette e che è secoli che le coltivano e si alimentano di esse. «Questa banana Ogm è un insulto al nostro cibo, alla nostra cultura, a noi come nazione, e la condanniamo fermamente», disse Bridget Mugambe, membro dell’Alleanza per la Sovranità Alimentare in Africa (Afsa). Questa settimana, la sua piattaforma si è unita a più di 120 organizzazioni di tutto il mondo con l’obiettivo di inviare una carta aperta condannando la Superbanana e la ricerca finanziata da Gates. Allora, se gli africani non l’hanno chiesto, qual’è l’interesse nello sviluppare questa coltivazione transgenica?

venerdì 2 gennaio 2015

Sanità: Ebola, Emergency, il ministro e la medaglietta




sabato 29 novembre 2014

L'intervista che costò la vita a Gheddafi


Gheddafi sognava di creare una banca centrale Africana sganciata dall'occidente e dalla morsa del debito verso banchieri privati; era un nemico del "petrodollaro", e pur con prudenza - sapeva che se esagerava sarebbe stato fatto fuori - cercava di contrastare i piani mondialisti degli USA, che Gheddafi conosceva molto bene. In più occasioni ha dichiarato a chiare lettere che gli attentati dell'11 Settembre sono un false flag. Questa intervista è stata registrata poco prima che gli occidentali decidessero di "esportare la democrazia" (abbandonando al caos la Libia...)

Informatitalia

http://youtu.be/4zD4vo7QS1Y


LEGGI ANCHE: La contro-storia di Saddam e Gheddafi


sabato 22 novembre 2014

La barbarie dell'infibulazione: un orrore da cancellare

01 mutilazioni  genitali femminili2

Infibulazione, una pratica da condannare senza mezzi termini

di Mirna Cortese - popoffquotidiano.it

130 milioni di donne mutilate in tutto il mondo, a cui si aggiungono ogni anno 3 milioni di bambine (Immagini che possono urtare la sensibilità)

Oggi è la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e si avvicina il 25 novembre, dichiarata dall’Onu Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Sono passati anni, molte cose sono state fatte grazie all’impegno di organizzazioni femminili e femministe sempre in prima linea, tante altre aspettano risposte.
Tra queste una delle violenze più devastanti di cui, in molte parti del mondo, sono vittime le bambine e le adolescenti, le mutilazioni genitali femminili (Mgf) di cui la forma più nota è l’infibulazione.
Se ne parla troppo poco eppure stime Unicef riportano che nel mondo sono circa 130 milioni le donne che convivono con terribili mutilazioni genitali a cui si aggiungo ogni anno, in base agli attuali trend demografici, circa 3 milioni di bambine sotto i 15 anni, una su cinque vive in Egitto. Nei prossimi dieci anni, secondo l’Unicef, altri 30 milioni di bambine rischieranno di subire questa pratica.
Le mutilazioni dei genitali femminili sono praticate sopratutto su bambine tra i 4 e i 14 anni di età. Tuttavia, in alcuni paesi vengono operate bambine con meno di un anno di vita, come accade nel 44% dei casi in Eritrea e nel 29% dei casi nel Mali, o persino neonate di pochi giorni come accade Yemen. Complessivamente sono circa 29 i paesi, tra Africa e Medio Oriente, a seguire tali pratiche.
Escissione e cucitura della vulva
Le mutilazioni genitali femminili sono di diverso tipo ed includono pratiche tradizionali che vanno dall’incisione all’asportazione, parziale o totale dei genitali femminili esterni – clitoride e piccole labbra, parte delle grandi labbra – per poi procedere a cauterizzazione e cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere l’uscita di urina e sangue mestruale. E’ conosciuta, prendendo il termine dalla tradizione dell’antico Egitto, come infibulazione faraonica. Il più delle volte viene eseguita senza anestesia, con coltelli, lame di rasoio, vetri rotti o forbici. Situazioni a rischio che possono portare anche alla morte per le frequenti emorragie. Le conseguenze sono infezioni, cheloidi, tetano e addirittura infertilità, oltre a problemi nei rapporti sessuali e durante il parto.

venerdì 14 novembre 2014

Il confine europeo dove alcuni muoiono mentre altri giocano a golf

​Foto per gentile concessione di José Palazón
di Michael Bonvalot - vice.com

Melilla è una città sulla costa orientale del Marocco che appartiene alla Spagna fin dal quindicesimo secolo. Il Marocco non riconosce la sovranità spagnola sulla città e, come prevedibile, ciò ha dato vita a una situazione confusa che investe anche la questione dell'immigrazione.
La città di Melilla è circondata da tre recinzioni; una appartiene al Marocco, le altre due alla Spagna. Se un migrante riesce a scavalcarle tutte e tre non si trova comunque all'interno dell'​area di validità del trattato di Schengen, ma perlomeno si trova all'interno dei confini europei. Per questo, ogni giorno, in molti cercano di scavalcare queste recinzioni, spesso con risultati surreali—come nella foto che vedete qui sopra, scattata il mese scorso dall'attivista ​José Palazón su un campo da golf situato tra l'area Schengen e l'Africa. 
L'artista viennese Tanja Boukal è appena tornata da Melilla, dove è andata per fare ricerca e documentarsi sui campi profughi. L'ho chiamata e le ho chiesto di spiegarmi cosa sta succedendo in quella foto e più in generale a Melilla.
VICE: Cosa è successo esattamente il 15 ottobre, il giorno in cui è stata scattata quella famosa foto? 
​Tanja Boukal:  Alle 7.50 del mattino un gruppo di migranti ha cercato di scavalcare le recinzioni sul confine. Hanno scelto quell'orario perché sapevano che il cambio della guardia sarebbe avvenuto tra le 7.45 e le 8.00. Il posto dove hanno deciso di scavalcare si trova vicino al campo profughi di Melilla. E tra il campo profughi e la recinzione c'è, appunto, un campo da golf. La cosa più assurda è che il campo da golf è stato costruito con i fondi della comunità europea. È stato costruito per migliorare la qualità della vita degli abitanti di Melilla, mentre al di là della recinzione la gente muore. ​ 
​

lunedì 3 novembre 2014

Ebola, il grido d'allarme di 300 medici italiani

Di seguito riportiamo la lettera aperta al ministro su Ebola, promossa da un medico lombardo e sottoscritta da 300 colleghi. Stando a quanto riferisce Il Giornale, fino ad oggi non ha ottenuto risposta.


Egregio Sig Ministro,
come Lei ben sa la malattia da virus ebola è attualmente diffusa in alcuni stati africani dove, a detta dell’ONU, la situazione è completamente fuori controllo. Ciò significa che i dati epidemiologici relativi a diffusione geografica, numero di infetti e di decessi non sono attendibili e sono molto probabilmente sottostimati.

Lei ha detto che non bisogna creare allarmismi, quindi noi medici non dobbiamo allarmarci né diffondere allarmismo tra i nostri pazienti, ma poiché a detta dell’OMS si tratta della «emergenza sanitaria più grave e seria vista nei tempi moderni» Lei ha il dovere di allarmarsi e di predisporre tutte le misure possibili per salvaguardare la salute pubblica.

Le misure da Lei adottate sono le stesse degli altri paesi occidentali, cioè messa in allerta del personale degli aeroporti ed isolamento dei casi sospetti. L’isolamento degli infetti può essere efficace solo se tempestivo, quindi se effettuato prima che questi entrino in contatto con altre persone.
Il paziente zero e più recentemente Craig Spencer, negli Stati Uniti, stavano benissimo al momento dello sbarco, ed hanno gironzolato tranquillamente per diversi giorni prima della comparsa della febbre, riuscendo a contagiare altre persone. Questo dimostra che le misure in atto non garantiscono l’individuazione precoce degli infetti, neanche nei paesi che devono limitarsi a controllare porti ed aeroporti.

L’Italia ha, come ulteriore ed esclusivo fattore di rischio rispetto agli altri paesi, un massiccio flusso continuo di immigrati dall’Africa, ed ogni sbarco può rappresentare il cavallo di troia che innesca la tragedia.
Probabilmente non succederà nulla, ma sicuramente non possiamo escludere che il dramma si realizzi, a meno che tutta la questione non sia altro che una grossa bufala montata ad arte.

sabato 25 ottobre 2014

Vi siete mai chiesto cosa c'è dietro il vostro smartphone?

Di Matteo Vitiello - BuenoBuenoGood

Coltan e cassiterite. La maggiorparte di voi non sa neanche cosa siano, sebbene li abbiate ogni giorno tra le mani. Sono due minerali, utilizzati per costruire i componenti elettronici di cellulari e computer, che si estraggono nelle miniere del Congo. Sono i cosiddette “minerali conflittivi”, perché le mine dove si estraggono sono gestite dai membri del FDLR (Forces Démocratiques pour la Libération du Rwanda), riconosciuto come uno dei più violenti e sanguinari gruppi di combattenti africani.
In questo articolo vi presento come noi, comprando a fior di quattrini l’ultimo modello di iPhone o di qualsiasi altro smartphone o computer, finanziamo direttamente l’approvigionamento d’armi di questi guerriglieri, che vivono estorsionando, stuprando ed uccidendo giovani e giovanissimi che si fanno “minatori” per non morire di fame ed inseguire il sogno impossibile di costruirsi casa e famiglia.
Nel 2010, il direttore danese Frank Piasecki Poulsen ha girato un documentario fantastico dal titolo “Blood in the Mobile”, con l’obiettivo di far conoscere all’opinione pubblica mondiale da dove vengono e come sono estratte le materia prime dei nostri cellulari.
Guardando il documentario verrete a conoscenza del lato peggiore delle compagnie d’elettronica, che si pubblicizzano come scintillantemete “social”, responsabili e vicine ai bisogni delle persone. Nessuna di queste compagnie si salva, tutte colpevoli d’utilizzare minerali conflittivi, minerali che provengono dalle miniere di Bisiye, nel territorio di Walikale (regione di Kivu, Congo Orientale), il centro nevralgico dell’estrazione di coltan e cassiterite.
Non solo Poulsen è riuscito ad ottenere i permessi direttamente dai gruppi militari congolesi per farsi scortare fino a Bisiye (i portavoce delle Nazioni Unite si erano rifiutani di dargli il permesso di addentrarsi nella giungla, per paura d’essere complici del suo assassinio) ma è addirittura entrato in una di queste terribili miniere, che sarebbe meglio chiamare buchi, scavati fino ed oltre cento metri di profondità e dove ogni giorno muore qualcuno.
Paulsen ha portato la scottante questione direttamente ai piani alti della Nokia, che da sempre si vantablood_in_the_mobile-posterd’essere la compagnia leader mondiale nell’ambito della responsabilità sociale d’impresa. È tristemente divertente vedere come i direttori del colosso finlandese dei cellulari cerchino di evitare il confronto diretto davanti alle telecamere.
L’amministratore delegato della Nokia, la responsabile del controllo della catena d’approvvigionamento dei materiali utilizzati nella catena di montaggio dei cellulari ed il portavoce dell’ufficio responsabilità sociale della Nokia, intervistati da Poulsen, cercando pateticamente di minimizzare la propria responsabilità riguardo l’utilizzo di minerali conflittivi e, visibilmente imbarazzati, cercano di difendersi a suon di retorica e promesse del tipo “ci stiamo impegnando per fare luce sulla questione, il cammino è lungo e difficile e non dipende solo da noi”.

sabato 18 ottobre 2014

Africa, bambini costretti a spaccare le pietre 10 ore al giorno



Scrive Elisa Fangareggi, di Time4life International:
Un mese fa: “Elisa, vieni in Benin con me” mi chiede Roberta Copelli di Buona Nascita,“No Robbi,devo lavorare in Siria,lo sai,non mi occupo di Africa,ci sono tante associazioni che ci lavorano,io non servirei a nulla”.Roberta insiste.“C'è qualcosa che devo farti vedere,dove nessuno arriva,certe cose non si possono raccontare,io da un anno non penso ad altro,fidati di me,seguimi e capirai”.Scendiamo dal fuoristrada dopo ore trascorse sulle strade sterrate africane.La schiena è a pezzi.Siamo avvolte da un rumore assordante di martelli e da una polvere grigia che ci entra in bocca nel naso.Ci si apre uno scenario talmente agghiacciante da chiedersi se ciò che vediamo sia vero o se sia un incubo.Mi sento come se avessi una spugna nella gola,non riesco a parlare,a respirare,a mandare giù la saliva,sento ogni muscolo paralizzato,quasi non riesco a muovermi.Roberta mi osserva,provo le stesse sensazioni che ha provato lei un anno fa."Capisci ora?" Mi chiede.Io sono così allucinata che non saprei dire nemmeno il mio nome.
Bambini,bambini piccoli seduti a terra,bianchi di polvere,sguardo perso nel vuoto,con in mezzo alle gambe una grossa pietra,da frantumare con un martello.Pietre,pietre da spaccare,sotto il sole cocente,almeno dieci ore al giorno.Dita che si fratturano,schegge che arrivano ovunque,tosse,e pietre,nient'altro che pietre.
Roberta mi spiega che si tratta di bambini che dal primo giorno di vita sono messi sulle stuoie vicino alle mamme che rompono le pietre,appena imparano a camminare si occupano di portare le pietre da rompere ai fratellini.A tre anni già sono abili nel maneggiare il martello e non conosceranno altro per il resto della loro vita.Se mai si ammaleranno nessuno potrà occuparsi di loro,la somma che guadagnano di 8 dollari al mese è a malapena sufficiente per acquistare del riso.Non c'è giorno di riposo,nè malattia, nè pausa, nè silenzio, nè pietà.La mortalità è pari al 30% nei primi cinque anni di vita.Questo non è sfruttamento del lavoro minorile.È riduzione in schiavitù di bambini,che conoscono solo pietre e un pugno di riso.Guardo Gabrielle,ha il naso che cola,ma non importa,nessuno si occuperà di lei,ha solo tre anni,rompe le pietre senza nemmeno guardarle,il suo sguardo è perso,la maglietta troppo corta per la sua età e la pancia è gonfia per la denutrizione. Toc toc ,continua imperterrita a lavorare.Quello deve fare,nient'altro.Vorrei prenderla,abbracciarla,portarla via da lì,darle da mangiare,vestirla,amarla,invece ora,mentre scrivo,starà ancora rompendo pietre.Roberta ascolta la storia di Mouro,un ragazzino di soli otto anni,racconta piangendo,senza smettere di martellare.Era fortunato lui,perché poteva andare a scuola e lavorare soltanto al pomeriggio,gli piaceva tanto imparare,ma purtroppo,essendo morto suo papà,è stato costretto lui a occuparsi della famiglia.Toc toc, spacca le pietre e piange, le lacrime lavano via la polvere bianca dal suo viso.Spiega che a volte se non è troppo stanco,come altri ragazzini,segue le lezioni della scuola di nascosto,attraverso una grata di cemento che separa l'aula.Non vorrebbe spaccare le pietre tutta la vita,ma sa che non potrà far altro.Toc toc.Roberta mi si avvicina.Sa che non reggo,sa che sto per crollare.Provo a parlare.Non esce fiato dalla mia gola “Stai zitta e respira profondamente”.La vista mi si offusca,potrei svenire da un momento all'altro.Devo riuscire a fare un video per farlo vedere a casa,provo,ma la voce si rompe ogni volta.Dopo dieci tentativi riesco a pronunciare qualche parola senza scoppiare in lacrime.Piccoli schiavi,che con 15 euro al mese potrebbero andare a scuola e mangiare ogni giorno.Mi chiedo come un essere umano possa consentire e come si possa tacere tutto questo.Mi vergogno di essere una persona,di essere di fronte a loro,di far parte di una società in cui è possibile rendere schiavo un bambino,distruggere la sua vita,la sua speranza,il suo futuro,per comprare dei sassi a un prezzo stracciato,da utilizzare nelle costruzioni edili.Se ciò è possibile è colpa di ognuno di noi.Al ritorno nessuno parla.Mi ritrovo a guardare il video più volte,per essere sicura che ciò esiste davvero.Non dormo.Lo sguardo di Gabriel che incrocia il mio per un secondo mi trafigge come un pugnale.Solo all'alba riesco ad addormentarmi per sfinimento.Dopo mezz’ora mi sveglio,nei primi secondi penso si sia solo trattato di un incubo.Pian piano la mia mente realizza che invece no,forse è reale,afferro il telefono,riguardo i video,non è un incubo,è tutto vero.Io e gli altri del gruppo ci lanciamo sguardi senza parlare.Non serve.Tutti abbiamo lo stesso tormento dentro.Tutti vogliamo tirarli via da li,mandarli a scuola,e assicurare loro un pasto completo.Guardate Gabriel una,dieci,cento volte.Vi prego guardatela ogni mattina quando vi svegliate.Gabriel,la piccola spaccapietre,è mia figlia,è vostra figlia,è nostra figlia.



Fonte: http://www.youtube.com/watch?v=k_pIikcLFeU


venerdì 17 ottobre 2014

Con la scusa di ebola i Marines si installano tra petrolio, oro e diamanti

Si scrive Ebola, ma si legge Business. Metalli preziosi, materie prime, terre rare. Grazie allo stato d’emergenza proclamato per la temutissima epidemia – in realtà assai meno letale delle altre patologie di massa che straziano l’Africa – gli Stati Uniti installano in Liberia, al crocevia delle maggiori ricchezze del continente nero, la nuova task force di Africom, il comando speciale delle forze armate statunitensi creato per contendere alla Cina il controllo sulle grandi risorse africane. Nulla di ciò, ovviamente, traspare dalla retorica di Obama, secondo cui i 3.000 soldati agli ordini del generale Darryl Williams, collegati con un centro logistico in Senegal e pronti a vigilare con funzioni di «comando e controllo» sugli ospedali da campo, dimostrano che solo l’America ha «la capacità e volontà di mobilitare il mondo contro i terroristi dell’Isis», di «chiamare a raccolta il mondo contro l’aggressione russa», oltre che di «contenere e debellare l’epidemia di Ebola», definita «senza precedenti», visto che «si sta diffondendo in maniera esponenziale in Africa occidentale».
Anche se la possibilità che l’ebola si propaghi negli Stati Uniti è estremamente bassa, scrive Manlio Dinucci sul “Manifesto”, in un articolo Obamaripreso da “Contropiano”, in Africa occidentale l’epidemia avrebbe già provocato la morte di «oltre 2.400 uomini, donne e bambini». Evento certamente tragico ma comunque limitato, osserva Dinucci, se lo si rapporta al fatto che l’Africa occidentale ha circa 350 milioni di abitanti e l’intera regione subsahariana quasi 950 milioni. «Ogni anno muore per l’Aids nella regione oltre un milione di adulti e bambini», senza contare che «la malaria provoca ogni anno oltre 600.000 morti, per la maggior parte tra i bambini africani», e inoltre «nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale la diarrea uccide ogni anno circa 600.000 bambini, oltre 1.600 al giorno, di età inferiore ai 5 anni». Sono “malattie della povertà”, dovute alla sottoalimentazione e alla malnutrizione, alla mancanza di acqua potabile, alle cattive condizioni igienico-sanitarie in cui vive la popolazione povera, che (secondo i dati della stessa Banca Mondiale) costituisce il 70% di quella totale, di cui il 49% si trova in condizioni di povertà estrema.

giovedì 16 ottobre 2014

Ebola, un'operazione sotto copertura in un mondo ipnotizzato - di Jon Rappaport

Traduzione dell'articolo Ebola: covert op in a hypnotized world pubblicato giorno 2 agosto 2014, 

Mostrate un germe alla gente e dite loro cos'è e cosa fa, e la gente ci crede. In realtà non ne sanno niente. Ma ci credono.

La massiccia campagna per far credere alla gente che il virus Ebola possa copire in ogni momento, dopo il più piccolo contatto, ha avuto un discreto successo.

Le persone stanno riuscendo da sole ad innalzare il livello d'isteria, e così si impediscono di considerare bene la situazione in Liberia, Sierra Leone, e nella Repubblica di Guinea, tre nazioni africane nelle quali la povertà e la malattia sono la base della vita quotidiana per un'enorme numero di persone.

La struttura di comando in queste aree ha un solo principio: non risolvere il problema umano.

Non potabilizzare le scorte d'acqua contaminate, non restituire la terra rubata alla gente in modo che possano coltivare il proprio cibo e finalmente conquistare un salutare stato nutrizionale, non risolvere il problema del sovraffollamento, non provvedere al mantenimento di condizioni igieniche di base, non rafforzare il sistema immunitario delle persone in modo che possano sconfiggere i germi, non permettere alla gente di prender eil potere — perché in tal caso si sbarazzerebbero dei colossi locali e internazionali delle multinazionali che stanno risucchiando le risorse di quella terra.

venerdì 12 settembre 2014

Uganda, macabri riti: 900 bambini sacrificati per propiziare la fortuna.

di Emanuela Di Pasqua - lettera43.it
Un bimbo morto in cambio successo, soldi, salute. È quanto accade in Uganda, Paese africano dove - secondo le stime di Jubilee Campaign, charity che si occupa di tutela dei minori - il macabro rituale ha già coinvolto 900 bambini. Un recente reportage investigativo della Bbc nello stato africano ha rivelato che il numero delle piccole vittime di sacrifici umani sta aumentando rapidamente e la polizia fa ben poco per risalire ai colpevoli e ancora meno per proteggere le potenziali vittime.
SUPERSTIZIONE E PAURA. Negli ultimi tempi, sono stati ritrovati molti corpi orrendamente mutilati a causa della preoccupante ascesa di chi crede nel potere del sacrificio umano. La paura serpeggia tra la popolazione, i genitori e gli insegnanti cercano di non perdere mai d’occhio i piccoli e lungo le strade si moltiplicano i manifesti che segnalano i pericoli legati a questi riti. In alcune missioni, agli alunni viene insegnata una canzone dal titolo esplicativo: «Guariamo la nostra nazione. Finiamola con i sacrifici di bambini».
Ma il fenomeno non avrebbe nulla a che fare con antiche credenze tradizionali: sacrificare la vita di un bambino è un rito che porterebbe semplicemente salute e denaro a chi lo commissiona: trova terreno fertile nella superstizione, nella povertà e nella mancanza di cultura, ma si diffonde anche tra presunti uomini d’affari o imprenditori locali.

sabato 12 aprile 2014

Ebola: sintomi, diagnosi e tutto ciò che devi sapere sul terribile virus incurabile

Intervista con il dott. Armand Sprecher. 18/09/2007 (ma ancora molto attuale; tratta da Medici senza frontiere)

Armand Sprecher è un medico di MSF specializzato in febbri emorragiche come l'Ebola e il Marburg. Attualmente sta lavorando con MSF contro l'epidemia di Ebola in corso nella provincia del Kasai Occidentale, nella Repubblica Democratica del Congo. In questa intervista descrive la febbre emorragica Ebola e le misure che vengono prese per controllare l'epidemia. 

Che cos'è l'Ebola?
L'Ebola è stata scoperta nel 1976, in Zaire e in Sudan. È una malattia virale. Durante gli ultimi 30 anni sono state registrate epidemie periodiche di Ebola e del suo cugino Marburg in Africa centrale. MSF è intervenuta per rispondere a queste epidemie in Gabon, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Congo-Brazzaville, Sudan e Angola.

Quali sono le origini della malattia?
Probabilmente all'origine il virus era nei pipistrelli, da lì si è spostato nelle grandi scimmie e poi negli uomini. Si trasmette tra gli uomini attraverso il contatto coi fluidi corporei (sangue, vomito, diarrea…), che, punto importante, può avvenire durante la cura dei malati. Questo significa che durante un'epidemia di Ebola il virus tende a diffondersi anche al personale sanitario e ai familiari dei pazienti. 

Quali sono i sintomi?
La malattia è come un'influenza. Inizia con febbre, mal di testa, dolori ai muscoli, poi le persone iniziano a vomitare e ad avere la diarrea. Successivamente, nel corso della malattia, possono iniziare a sanguinare (nel vomito, nella diarrea, dal naso e dalle gengive). Fino al 90% delle persone colpite dall'Ebola moriranno, a seconda del ceppo del virus.

Quanto sono importanti queste febbri emorragiche in termini di salute pubblica?
Nella storia dell'Ebola e del Marburg ci sono stati circa 2mila morti accertate, meno di quelle provocate dalla malaria in un giorno. Forse questa malattia ha un impatto minore in termine di salute pubblica di un paese, ma è molto significativa a causa del rischio estremo che rappresenta per la popolazione colpita. 

Esiste una cura per l'Ebola?
Non esiste né un antidoto, né una cura per questa malattia, di conseguenza le cure che possiamo fornire sono solo di supporto e palliative. La maggior parte dei nostri sforzi sono indirizzati a controllare l'epidemia, tramite l'identificazione dei malati e il loro isolamento dal resto della popolazione. Questo è quanto stiamo facendo in questo momento nella provincia del Kasai Occidentale.

Fonte: medicisenzafrontiere.it

Ebola: trasmissione, sintomi, diagnosi, trattamento e prevenzione del terribile virus killer
da Meteoweb.eu
EBOLA 1L’Ebola, che causa una febbre emorragica grave e spesso fatale per l’uomo e per i primati, è un virus a Rna, appartenente alla famiglia dei Filoviridae, genere Filovirus, dalla caratteristica forma allungata, la cui storia è legata a doppio nodo all’Africa, tanto che i nomi che segnano la diffusione del virus sembrano un tour del “Continente nero”. Il primo ceppo di virus che in questi giorni sta facendo tremare il mondo, venne identificato nel 1976 nellaRepubblica Democratica del Congo (che allora si chiamava Zaire): il nome Ebola, infatti, è quello di una valle dove scoppiò un focolaio in un ospedale missionario. Nello stesso anno, venne isolato il secondo ceppo, il Sudan, chiamato così perché, proprio in questo Paese, si presentò per la prima volta. Attualmente si conoscono cinque diversi tipi di virus Ebola: Bundibugyo, Costa d’Avorio, Reston, Sudan e Zaire. Il libro fondamentale, che descrive l’andamento dell’infezione, i suoi effetti devastanti, la velocità con cui uccide e l’impotenza dell’uomo è “Area di contagio” di Richard Preston, scritto quando si verificarono i primi casi nell’ex Zaire, nel 1976. Qui si leggono descrizioni spaventose : “i cadaveri di Ebola sono pieni di sangue, le viscere si disfano, i corpi alla fine risultano liquefatti…”.

EBOLA 3
TRASMISSIONE: Il virus Ebola si trasmette all’uomo attraverso lo stretto contatto con il sangue, le secrezioni, gli organi o gli altri fluidi di animali infetti. L’infezione è stata riscontrata in Africa in diversi mammiferi, tra cui scimpanzè, gorilla, pipistrelli della frutta, vari tipi di scimmie, antilopi di foresta e istrici, trovati morti o malati nella foresta pluviale. Il virus Ebola, dopo lo stretto contatto animale/uomo, si propaga nelle comunità umane e poi, adattandosi, si diffonde attraverso la trasmissione interumana, risultante da uno stretto contatto con sangue, secrezioni, organi o altri fluidi corporei tra persone infette. Durante le cerimonie funebri di persone decedute ed infettate dal virus, lo stesso contatto diretto con il corpo del defunto (pensiamo alla diffusa tradizione del lavaggio del corpo del morto nei villaggi rurali) può svolgere un ruolo importante nella trasmissione del virus Ebola. Anche la trasmissione attraverso lo sperma infetto, durante un rapporto sessuale, può verificarsi fino ad un periodo di 7 settimane dopo la guarigione clinica del soggetto che ha superato la malattia. Il contagio si può verificare tra operatori sanitari, medici ed infermieri, durante il trattamento di pazienti affetti, con una mortalità molto elevata.
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