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sabato 3 settembre 2016

Panico referendum, Stiglitz: italiani, se votate crolla l’euro




Joseph Stiglitz, già Premio Nobel per l’economia, dichiara che teme una catastrofe per l’Europa, in particolare per quanto riguarda l’Italia: se vincesse il No nel referendum, potrebbe seguirne il crollo dell’euro. Di conseguenza, invita Renzi a “rinunciare al referendum” disdicendo la consultazione popolare. Stiglitz non è un giurista, dice Aldo Giannuli, ma almeno potrebbe informarsi prima di aprir bocca. Il referendum? Non dipende dalla volontà di Renzi, ma dalla Costituzione: che prevede norme precise in caso di revisioni costituzionali. Referendum confermativo obbligatorio, se la riforma della Carta non è approvata dai 2/3 di ciascuna camera, oppure se ne facciano richiesta 500.000 elettori o il 20% dei parlamentari. «E non è scritto da nessuna parte che possa essere revocato, rinviato o anche solo sospeso», tantomeno dal presidente del Consiglio: «Si chiamerebbe colpo di Stato». Se desse retta a Stiglitz, Renzi «potrebbe essere arrestato per attentato alla Costituzione». Ad allarmare però non è l’ignoranza del Nobel americano, ma il pensiero retrostante: «Se c’è pericolo per gli assetti di potere esistenti, e in particolare quelli monetari, si sospendono le garanzie costituzionali e si toglie la parola all’elettorato».
Così, infatti, avevano già detto «quei due gioielli del pensiero democratico che rispondono ai nomi di Giorgio Napolitano e Mario Monti». Il popolo «non può esprimersi su cose così complesse per le quali non ha le conoscenze necessarie», perché queste cose «le devono decidere le élite, quelli che sanno». E la sovranità popolare sancita dalla Costituzione? «Be’, è un bell’ornamento che fa la sua figura, ma non è che ci dobbiamo proprio credere!». Per Giannuli, «qui sta venendo a galla il carattere elitario, oligarchico e antidemocratico dell’ideologia liberista, e non c’è più neppure il pudore di far finta di dirsi democratici». Certo, l’uscita di Stiglitz rivela il timore della vittoria del No, che ormai «inizia a diventare panico nei salotti buoni di politica e finanza». Renzi sa di rischiare grosso: in caso di vittoria del No, «a “dimetterlo” ci penserebbe il suo partito (e non penso all’inutile Bersani e al decorativo Cuperlo, ma ai ben più fattivi Franceschini, De Luca, Fassino, Rossi) che cercherebbe di mettere insieme i cocci e non trasformare la sconfitta referendaria in una irrimediabile débacle elettorale», scrive Giannuli.
La legislatura potrebbe anche continuare grazie a Mattarella, Franceschini e Berlusconi, che potrebbero dar vita ad un “governo di scopo”. E  il peggioramento della situazione economica, insieme a una «opportunissima bocciatura dell’Italicum da parte della Consulta» darebbero uno strepitoso alibi per farlo. Il “verdetto” della Corte Costituzionale è atteso per il 4 ottobre, ma i giudici potrebbero anche prendere tempo sospendere la decisione: «Se conferma l’Italicum, lo scontro sul referendum si radicalizzerebbe diventando l’ultima spiaggia contro il progetto di regime in atto. Se lo bocciasse, anche solo parzialmente, ci sarebbe un effetto di riflesso sul referendum, delegittimando il progetto renziano». Secondo Giannuli, Renzi «tradisce quella stessa paura che leggiamo nelle parole di Stigliz: non sappiamo se per un qualche sondaggio riservato, se per la previsione di una pronuncia sfavorevole della Corte o se per notizie che fanno temere un disastro bancario in ottobre, ma quello che si capisce è che Renzi cerca (invano, direi) di disinnescare la bomba, ritenendo più probabile la vittoria del No». Intanto, «ringraziamo Stiglitz per averci fornito questa ulteriore riprova sulla natura di questo referendum: uno scontro fra democrazia e oligarchia, senza mediazioni possibili: chi vincerà, chiunque esso sia, non farà prigionieri».


lunedì 4 luglio 2016

''LA UE, UNO STRUMENTO DEI FORTI PER SFRUTTARE I DEBOLI'' STRAORDINARIO ARTICOLO SCRITTO DA BORIS JOHNSON



Pubblichiamo integralmente l'articolo apparso in Gran Bretagna del leader del fronte del Brexit, Boris Johnson. E' la più lucida e spietata analisi della Ue delle profonde ragioni per abbandonarla al suo infausto destino, mai scritta.
Buona lettura.
"Alla conferenza del partito Tory dell’anno scorso ho attirato l’attenzione su di una statistica preoccupante sul modo in cui sta cambiando la nostra società. È la proporzione tra lo stipendio medio dei top manager del Ftse100 e quello del suo dipendente medio – ribadisco, medio – in azienda. Questa proporzione sembra in fase di esplosione a un ritmo straordinario, inspiegabile e francamente sospetto. Platone diceva che nessuno dovrebbe guadagnare più di cinque volte di chiunque altro.
Be’, Platone si sarebbe stupito dalla crescita della disuguaglianza aziendale odierna. Nel 1980 la proporzione era 1 a 25. Nel 1998 era salita a 47. Dopo 10 anni di Tony Blair e Peter Mandelson – e del loro atteggiamento “intensamente rilassato” nei confronti degli “schifosamente ricchi” – i massimi dirigenti delle grandi aziende britanniche guadagnavano 120 volte la retribuzione media dei dipendenti di basso livello.
Lo scorso anno la proporzione è arrivata a 130.
Quest’anno – stappando una bottiglia di champagne – i pezzi grossi hanno sfondato la barriera magica di 150. Il Ceo medio del Ftse100 si porta a casa 150 volte lo stipendio del suo dipendente medio – e in alcuni casi molto di più. Non usiamo mezzi termini: queste persone guadagnano così tanti più soldi degli altri nella stessa società, che volano su jet privati e costruiscono piscine sotterranee, mentre molti dei loro dipendenti non possono nemmeno permettersi di acquistare alcun tipo di casa.
C’è un signore là fuori che guadagna 810 volte la media dei suoi dipendenti. Cosa sta succedendo? È solo avidità, o favori reciproci dei comitati di remunerazione? Non c’è dubbio che ci racconteranno, come sempre, che questi sono “i prezzi di mercato”. Ma ho notato un’altra cosa di questi uomini del Ftse100 (e ho paura che siano quasi sempre uomini): che sono sempre felicissimi di sfilare per Downing Street e dichiarare la loro eterna devozione verso la Ue. Firmano entusiasticamente lettere ai giornali, spiegando come sia fondamentale che restiamo nella Ue. Credono che la Ue faccia bene al loro business.
Ma come, esattamente?
Il mercato unico è un microcosmo di bassa crescita. E’ cronicamente affetto da un elevato tasso di disoccupazione. I paesi della Ue sono gli ultimi della fila in quanto a crescita tra i paesi dell’Ocse; ed è incredibile che ci siano 27 paesi extracomunitari che hanno goduto di una crescita più veloce delle esportazioni di merci verso la Ue della Gran Bretagna, a partire dall’avvio del mercato unico nel 1992, mentre 20 Paesi hanno fatto meglio di noi nell’esportazione di servizi.
Far parte della Ue non è poi così conveniente per le aziende britanniche. Perciò che cosa piace della Ue a questi pezzi grossi? Sostanzialmente due cose. A loro piace l’immigrazione incontrollata, perché aiuta a mantenere bassi i salari dei lavori meno qualificati, e quindi aiuta a controllare i costi, e quindi ad assicurarsi che vi sia ancora più grasso da spartirsi per quelli che comandano. Un rifornimento costante di solerti lavoratori immigrati significa non doversi preoccupare più di tanto delle competenze o delle aspirazioni o della fiducia in sé stessi dei giovani che crescono nel loro paese.
E in quanto clienti di Learjets e frequentatori di salotti esclusivi, essi non sono solitamente esposti alle tipiche pressioni causate dall’immigrazione su larga scala, come quelle sull’intrattenimento, sulla scuola o sugli alloggi. Ma poi c’è una ragione ancor più sottile – il fatto che l’intero sistema di regole Ue è così lontano dai cittadini e opaco, che i pezzi grossi possono volgerlo a loro vantaggio al fine di mantenere le loro posizioni oligarchiche e, tenendo lontana la competizione, spingere la propria busta paga ancora più in alto.
Nel loro ottimo libro “Perché le Nazioni falliscono”, Daron Acemoglu e James A. Robinson spiegano come istituzioni politiche trasparenti siano essenziali per l’innovazione e la crescita economica. Distinguono tra le società “inclusive”, dove le persone si sentono coinvolte nelle loro democrazie ed economie, e società “esclusive”, dove il sistema è sempre più manipolato da una élite per proprio esclusivo vantaggio. L’Ue sta cominciando ad assumere alcune caratteristiche delle società “esclusive”. E’ dominata da un gruppo di pochi politici internazionali, lobbisti e affaristi.
Queste persone si conoscono a vicenda. Essendo parti di grandi aziende, possono permettersi di assumere qualcuno per seguire le complesse regole che vengono da Bruxelles. Possono fissare appuntamenti coi responsabili delle Commissioni. Possono perfino incontrarli alle conferenze o agli eventi – il più famoso di questi è Davos. In questo senso, hanno un immenso vantaggio rispetto alla maggioranza delle aziende del paese.
La maggior parte delle aziende (e in effetti la maggior parte degli inglesi) non hanno alcuna idea di chi lavori per la Commissione, o di come mettersi in contatto con queste persone, e non saprebbero distinguere i loro euro-parlamentari da dei marziani. Solo il 6% delle aziende britanniche in realtà esportano in Ue, e ciò nonostante il 100% di esse deve sottostare al 100% delle leggi Ue, che si tratti di aziende piccole o grandi – un peso normativo che costa circa 600 milioni di sterline alla settimana.
La scorsa settimana ho visitato la Reid Steel, un’azienda britannica di successo a Christchurch, nel Dorset. Esportano acciaio per costruire ponti in Sudan, alberghi alle Mauritius, hangar di aerei in Mongolia. L’unica cosa che li frena, dicono, sono le regole Ue – generate attraverso un incomprensibile processo che coinvolge i lobbisti di grosso calibro, le grosse multinazionali e i governi di paesi stranieri. Non vedono l’ora di uscire dall’Ue, e hanno ragione. Pensano che le altre nazioni Ue stringerebbero rapidamente nuovi trattati commerciali. E che le aziende britanniche, liberate dalle catene europee, finirebbero per esportare in Europa di più anziché meno di quanto facciano ora.
Naturalmente, i pezzi grossi del Ftse100 firmeranno per poter rimanere in Ue: a livello personale stanno diventando sempre più ricchi – sfruttando manodopera immigrata per le loro aziende e manipolando le regole Ue a vantaggio dei grandi attori, gli unici a poterle comprendere – mentre i meno fortunati hanno invece visto una diminuzione in termini reali delle loro retribuzioni. Questa è una delle ragioni per le quali la Ue ha una bassa innovazione, bassa produttività e bassa crescita. Se volete sostenere gli imprenditori, i faticatori, gli innovatori, i lavoratori, le imprese dinamiche e fiorenti dell’Inghilterra – allora votate per uscire dalla Ue il 23 giugno, e date a questi parassiti il calcio nel sedere che si meritano".

Articolo titolato nel testo originale - qui tradotto -  “L’Ue, uno strumento dei forti per sfruttare i deboli”. Ed è l'appello agli inglesi pubblicato anche sulla pagina Facebook dell'autore.
Boris Johnson attualmente è un parlamentare britannico eletto tra i conservatori. Johnson è stato anche sindaco di Londra fino a maggio 2016.
Fonte: www.ilnord.it


venerdì 17 giugno 2016

Euroscetticismo: un sondaggio ne svela i dati reali



Chiunque segue le vicende dell'Unione Europea sa che in Europa c'è un crescente euroscetticismo ma adesso grazie a uno studio fatto dal Pew Research Centre è possibile conoscere quanto sono euroscettiche le popolazioni dei singoli paesi UE.
Questo studio ha preso come campione 10 paesi dell'Unione Europea che sono Polonia,Ungheria, Italia, Svezia, Olanda, Germania, Spagna, Regno Unito, Francia e Grecia.
Mediamente in tutti questi paesi il 51% della popolazione è a favore della UE ma 42% vuole che alcuni poteri vengano ritornati ai singoli stati mentre solo il 19% vuole cedere più poteri alla UE e il 27% è contento dello status quo.
Ovviamente le cose cambiano se si esaminano i singoli stati.
Lo stato più euroscettico è la Grecia dove il 71% ha un'opinione negativa della UE contro il 27% che è a favore.
Questo ovviamente non deve sorprendere nessuno visto che le politiche economiche volute dalla troika hanno impoverito i greci di parecchio.
La vera sorpresa sta nel fatto che dopo la Grecia il paese più euroscettico non è la Gran Bretagna ma bensì la Francia dove il 61% della popolazione ha un'opinione negativa della UE contro il 38% che è a favore.
Lo studio non spiega perché i cugini d'oltralpe sono così euroscettici ma probabilmente i francesi hanno capito che l'euro e le politiche di austerità volute dalla Germania sono il principale motivo della stagnazione dell'economia francese.
Dopo la Francia il paese più euroscettico è la Gran Bretagna dove il 48% della popolazione ha un'opinione negativa della UE contro il 44% che è a favore.
Dopo la Gran Bretagna c'è la Spagna dove i contrari alla UE sono il 49% contro il 47% a favore, la Germania dove i contrari sono il 48% contro il 50% a favore, l'Olanda dove i contrari sono il 46% contro il 51%, la Svezia dove i contrari sono il 44% contro il 54% e l'Italia dove i contrari sono il 39% contro il 58%.
I più eurofili sono l'Ungheria dove il 61% è a favore della UE e la Polonia dove i favorevoli alla UE sono il 72%.
Qui sotto c'è il link di questo rapporto che consigliamo a tutti di leggere perché dà informazioni che non troverete in nessun telegiornale o talk show:
Tale sondaggio ha avuto ampia copertura da parte dei mezzi di informazione britannici e irlandesi ma è stato completamente censurato in Italia perché tale informazione sarebbe sgradita ai membri del governo Renzi.
Noi ovviamente non ci stiamo e per questo diamo questa notizia in esclusiva.
Autore: Giuseppe De Santis / Fonte: ilnord.it
Fonte: Ecplanet.com

lunedì 30 maggio 2016

The Indipendent: "Con l'euro Francia e Italia destinate al fallimento"


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''L'ITALIA E LA FRANCIA SONO STATI DESTINATI AL FALLIMENTO PER COLPA DELL'EURO NON C'E' ALTRO DA DIRE''' (THE INDIPENDENT)



LONDRA - "La crisi europea del debito, come avviene per certe malattie, si sta spostando dalla periferia al centro, e l'Italia e la Francia sono particolarmente vulnerabili". Lo afferma l'editorialista del quotidiano britannico The Independent Satyajit Das in un rilevante articolo in prima pagina, oggi.
"I due paesi sono rispettivamente la tredicesima e la nona potenza economica mondiale, con redditi pro capite di 34.500 e 40.400 dollari, hanno una forza lavoro qualificata, infrastrutture sviluppate, capitali economici e sociali, sono potenze agricole e industriali, con posizioni di forza nei prodotti tecnologici, nel lusso, nell'alimentazione e nella moda, sono importanti esportatori e mete turistiche", prosegue l'editoriale.
"Sono considerati, insomma, "troppo grandi per fallire". Tuttavia, entrambi i paesi hanno una crescita lenta, una disoccupazione diffusa, finanze pubbliche precarie e problemi strutturali. Hanno avuto difficolta' a riformarsi e sono alle prese con un ambiente politico sempre piu' ostile. Il debito reale italiano (comprendente quello pubblico, quello privato e quello delle imprese) ammonta al 259 per cento del prodotto interno lordo, il 55 per cento in piu' rispetto al 2007".
"Quello francese al 280 per cento del Pil, il 66 per cento in piu' dal 2007".
"In un contesto di bassa crescita e bassa inflazione, col debito che aumenta, una crisi finanziaria e' inevitabile".
"In Italia la spirale del debito, nonostante l'austerita' e l'avanzo primario, ha origine da una combinazione di debole attivita' economica e bassa inflazione per colpa della valuta unica europea, in Francia non e' in vista un surplus a breve termine".

"Il vero problema e' la mancanza di competitivita' e alla base di questa mancanza c'e' l'euro. Prima degli interventi - tassi di interesse negativi e alleggerimento quantitativo - della Banca centrale europea, l'Italia e la Francia avevano una moneta sopravvalutata del 15-25 per cento senza la possibilita' di svalutarla, come avveniva quando c'erano la lira e il franco, per questo i governi sono ricorsi alla spesa pubblica finanziata col debito per mantenere l'attivita' economica e gli standard di vita".
"In assenza di un tasso di cambio favorevole, per colpa dell'euro, l'Italia e la Francia devono affrontare il difficile compito di ridurre i costi interni per recuperare competitivita': un processo brutale e non sempre di successo, anzi piuttosto di vasti e clamorosi insuccessi come dimostrano le esperienze di Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda".
"All'inizio dell'anno scorso, Yanis Varoufakis, all'epoca ministro greco delle Finanze, dichiaro' che l'euro era fragile come un castello di carte e che alti funzionari italiani la pensavano allo stesso modo ma non potevano dirlo perche' anche l'Italia e' a rischio di bancarotta".
"Il ministro italiano dell'Economia e delle finanze, Pier Carlo Padoan, replico' che il debito italiano e' sostenibile. La risposta - secondo questo duro editoriale pubblicato oggi dall'Indipendent - e' indicativa della negazione italiana e francese: mancano il riconoscimento della precarieta' della situazione e la volonta' di affrontare i problemi dell'euro e dell'incompatibilita' tra moneta unica e sovranita' nazionale. Il ribasso dei prezzi dell'energia, il calo degli interessi e il deprezzamento dell'euro non potranno celare questi problemi per sempre. Italia e Francia sono destinate a fallire, la crisi finanziaria potrebbe materializzarsi già in questo 2016, ma certamente avverrà nel 2017 alla fine del programma di stimoli della Bce".

Redazione Milano.

Fonte: ilnord.it


giovedì 18 giugno 2015

L'EURO NON E' UNA MONETA UNICA

Gli Stati hanno ancora la loro Sovranità Monetaria


La guerra per l'emissione di una moneta commemorativa su Waterloo, condotta senza esclusione di colpi tra il Belgio e la Francia, ci permette di domandarci qual è la reale natura dell'euro e se gli Stati che lo hanno adottato come moneta, abbiano davvero perduto la propria sovranità monetaria oppure non la stanno utilizzando.
I belgi non hanno potuto emettere una moneta commemorativa da 2 euro, ma hanno utilizzato la propria sovranità monetaria nazionale per emettere una moneta da collezione da 2,5 euro.
Infatti, secondo il TFUE, tutti i paesi dell'eurozona possono ancora coniare monete diverse da quelle valide in tutti i paesi dell'eurozona, che sono stabilite dalla BCE e che riguardano le monete da 1,2,5,10,20 e 50 centesimi, e le monete da 1 e 2 euro.
L'euro infatti non è una moneta unica, ma è la sommatoria di tante monete nazionali, tutte riconoscibili e diverse l'una dall'altra, che, per effetto della firma del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea, hanno la stessa unità di misura (un euro italiano = un euro tedesco) ed un rapporto di cambio fisso (un euro italiano avrà sempre lo stesso valore di un euro tedesco).
Le monete in euro italiane sono riconoscibili non solo per i disegni rappresentati su una delle facce (Dante, l'uomo vitruviano, ecc..), ma soprattutto per un simbolo "R+I", che corrisponde alle iniziali della Repubblica Italiana.

giovedì 16 aprile 2015

Favoriti titoli di stato svizzeri con un'interesse negativo. Brutto segnale per l'Euro?

Non occorre certo essere dei maghi della finanza per capire che l'eurozona è in crisi e che le cose peggiorano di giorno in giorno ma se qualcuno ancora avesse dei dubbi allora dovrebbe dare un'occhiata a una notizia che in Italia è stata completamente censurata perché dimostra che la situazione è veramente grave.
Alcuni giorni fa il governo svizzero ha venduto all'asta titoli di stato decennali per un valore di 232,51 milioni di franchi (circa 210 milioni di euro) e la cosa potrebbe sembrare normale se non fosse per il fatto che tali titoli sono stati collocati con un'interesse negativo del -0,055%, un evento che non ha precedenti nella storia della finanza mondiale.
Certo titoli a tasso di interesse negativo ne sono stati venduti tanti e l'ultimo paese a farlo è stata la Germania poche settimane fa, ma di solito si tratta di titoli a breve scadenza della durata di pochi mesi o 1-2 anni mentre in questo caso i titoli in questione hanno una durata di 10 anni e questo dimostra la disperazione degli investitori i quali sono pronti a pagare il governo svizzero per molto tempo perché prevedono una crisi di lunga durata nell'eurozona.

lunedì 6 aprile 2015

LE BANCHE E I POLITICI STANNO PRENDENDO IL TUO DENARO E LA TUA VITA

banche rubano futuro

Non è mai accaduto niente di simile nella storia del mondo. Sotto gli occhi di tutti, e a spese di tutti, i governi continuano a razziare ingenti ricchezze per arricchire i responsabili dei più efferati crimini e nefandezze economico-finanziarie.

Prima c’era la TARP.  Come pretesto per arginare le turbolenze nel mercato azionario dopo il collasso di Lehman Brothers nel settembre 2008, il presidente George W. Bush approvò solo un mese dopo il Troubled Asset Relief ProgramIl piano permise al Tesoro degli Stati Uniti di assicurare $ 700 miliardi di dollari di “beni in difficoltà,” un eufemismo che in realtà significa coprire le nefandezze finanziarie commesse dalle grandi banche e dai grandi  speculatori di Wall Street. Poco dopo, il neo-eletto presidente Barack Obama appioppò alla sua nazione nel 2009 il Recovery and Reinvestment Act, un piano da $ 900.000.000.000, il più vasto programma finanziario del genere nell’intera storia americana.  Obama dichiarò:  “Quattrocentomila uomini e donne stanno per mettersi al lavoro per la ricostruzione delle nostre strade e dei nostri ponti fatiscenti, per la riparazione delle nostre dighe e i nostri argini instabili,  per portare la banda larga alle imprese e alle famiglie in quasi tutte le comunità degli Stati Uniti d’America, per ammodernare i nostri sistemi di trasporto di massa e per la costruzione di linee ferroviarie ad alta velocità in grado di migliorare gli spostamenti e il commercio in tutta la nostra nazione.

martedì 31 marzo 2015

L’euro sarà la vostra tomba, parola di Godley (era il 1992)

(Wynne Godley, “Su Maastricht e tutto il resto”, profetico intervento apparso sulla “London Review of Book” nel lontano 1992, l’8 marzo, ora riproposto dal blog “Vox Populi”. Economista e autore di svariati saggi, Godley è stato consulente del Tesoro britannico, poi docente del King’s College e direttore di dipartimento all’Università di Cambridge).
Molte persone in tutta Europa hanno improvvisamente realizzato di non sapere quasi nulla sul Trattato di Maastricht, mentre giustamente si rendono conto che questo trattato può fare una grande differenza nella loro vita. La loro legittima ansia ha portato Jacques Delors a dare l’indicazione che il punto di vista della gente comune in futuro dovrebbe essere consultato con più attenzione. Avrebbe potuto pensarci prima. Anche se sono favorevole a procedere verso un’integrazione politica in Europa, credo che il progetto di Maastricht presenti gravi carenze, e anche che il dibattito pubblico su di esso sia stato stranamente povero. Con un rifiuto danese, con la Francia che ci è andata vicino, e con l’esistenza stessa dello Sme messa in discussione dopo i saccheggi da parte dei mercati valutari, questo è un buon momento per fare il punto. L’idea centrale del Trattato di Maastricht è che i paesi della Ce dovrebbero muoversi verso una unione economica e monetaria, con una moneta unica gestita da una banca centrale indipendente. Ma come deve essere gestito il resto della politica economica?
Dato che il trattato non propone nessuna nuova istituzione oltre alla banca europea, i suoi sponsor devono supporre che non sia necessario nient’altro. Ma questo potrebbe essere corretto solo se le economie moderne fossero dei sistemi che si auto-Wynne Godleyregolano e che non hanno nessun bisogno di essere gestite. Sono giunto alla conclusione che una tale visione – che le economie siano organismi capaci di auto-regolazione che mai in nessun caso necessitano di una qualche forma di gestione – ha di fatto determinato il modo in cui il Trattato di Maastricht è stato costruito. Si tratta di una versione rozza ed estrema di quel punto di vista che da qualche tempo incarna la saggezza convenzionale dell’Europa(anche se non quella degli Stati Uniti o del Giappone), secondo la quale i governi sono incapaci di perseguire gli obiettivi tradizionali della politicaeconomica, come la crescita e la piena occupazione, e quindi non dovrebbero nemmeno provarci. Tutto ciò che si può legittimamente fare, secondo questo punto di vista, è controllare l’offerta di moneta e tenere il bilancio in pareggio.

venerdì 20 marzo 2015

L'Euro svalutato del 40% oggi vale meno della Lira nel cambio con il Dollaro!


ABBIAMO FATTO I CONTI (FONTE BANKITALIA): EURO PIU' SVALUTATO DELLA LIRA ITALIANA, SUL DOLLARO (E VEDRETE NEL 2016...)

1 gennaio 1999, una data che sarà ricordata negli annali della storia come l’inizio della distruzione del benessere in Europa. Cosa accadde quel giorno o, meglio, il 4, primo giorno lavorativo? Semplice, l’euro vide la sua luce sui mercati finanziari, anche se poi l’adozione pratica avvenne spalmata negli anni successivi.

Quel giorno, per acquistare un dollaro occorrevano 1.642.438 lire. Il rapporto euro lira era stato fissato ad 1 a 1.936,27 e quello dollaro euro a 1,178, che grossomodo corrisponde al rapporto lira dollaro.

Per quale motivo nacque l’euro? I tecnici illuminati, gli economisti à la carte ed i politici sulla cresta dell’onda spiegarono ai cittardini che serviva una moneta forte in grado di competere con il dollaro sui mercati internazionali e che la lira non aveva speranze di sopravvivere.

Gli italiani, pur di aderire alla moneta dei miracoli, pagarono l’eurotassa e accettarono tagli drammatici allo stato sociale ed al benessere per rientrare nei famosi parametri di Maastricht.

Ora, a distanza di 16 anni dall’avvio della moneta unica e dei relativi disastri che ha portato in tutta Europa, basti pensare al record di disoccupazione sia aggregata che giovanile ed al mostro della deflazione, che cosa è rimasto dell’idea iniziale della moneta forte in grado di “difendere” gli italiani dalla svalutazione rispetto al dollaro?

sabato 14 marzo 2015

L’Islanda ritira la candidatura per l’adesione alla Ue. "Euro? No grazie!"


Gunnar Bragi Sveinsson, ministro degli Esteri dell’Islanda, ha annunciato che il suo paese ritira la candidatura per l’adesione all’Unione Europea. Lo ha fatto in una nota inviata alla Lettonia (Paese che ha la presidenza di turno del Consiglio Ue). Nella missiva viene specificato che Reykjavik non ha intenzione di far ripartire i negoziati.


L’Islanda aveva fatto domanda di ingresso nell’Unione nel 2010, quando al potere c’erano i socialdemocratici. Tuttavia, con la vittoria alle elezioni del 2013 delle due formazioni euroscettiche, Partito dell’Indipendenza e Partito Progressista, la visione sulle politiche comunitarie è profondamente cambiata. Supportato da un grande consenso popolare, il governo ha deciso di rompere con le politiche di austerità degli anni precedenti. In particolare a pesare sulla svolta anti-europeista era stata la questione dell’indebitamento: una famiglia su dieci era in ritardo nei pagamenti dei mutui per la casa o nel rimborso dei prestiti immobiliari.
In ogni caso, non sono mancate anche le polemiche interne. Subito dopo la tornata elettorale, il premier, Sigmund David Gunnlaugsson, aveva promesso che il ritiro della candidatura sarebbe stato sottoposto ad un referendum popolare. Ma poi i due partiti di maggioranza hanno deciso di bypassarlo, raggiungendo un accordo su un progetto di legge. Ciò ha scatenato le proteste a Reykjavik, tanto che nel mese scorso le opposizioni sono scese in piazza per chiedere che venisse rispettato l’impegno precedentemente assunto dal governo.

L'ex cancelliere tedesco Schmidt ammette: "Le Grecia non doveva entrare neppure nell'UE"


L'EX CANCELLIERE TEDESCO SCHMIDT: ''LA GRECIA DEVE USCIRE DALL'EURO, E NON DOVEVA ENTRARE NEPPURE NELL'UNIONE EUROPEA''

LONDRA - Dopo Valery Giscard d'Estaing un altro europeista di peso si e' dichiarato a favore della fuoriuscita della Grecia dalla moneta unica.

In un'intervista rilasciata al tabloid Bild l'ex cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt ha dichiarato che la fuoriuscita della Grecia dall'euro non costerebbe nulla ai contribuenti tedeschi visto che i crediti miliardari finora accordati ad Atene "sono debiti sulla carta, che verrebbero cancellati sulla carta".

"Dai bilanci pubblici tedeschi finora non è stato pagato un centesimo", ha spiegato l'ex cancelliere, "abbiamo sottoscritto garanzie e fideiussioni" quindi se Atene non saldasse i propri debiti la Bundesbank dovrebbe registrare "forti perdite nei bilanci ma ciò non avrebbe conseguenze dirette sui contribuenti tedeschi".

A rischio, indiretto, sarebbe invece il sistema bancario, se la cosiddetta "Grexit" fosse gestita male visto che in quel caso anche rinomate banche potrebbero finire in seria difficoltà".

martedì 10 marzo 2015

Ecco come è nata la (assurda) regola del 3% tra debito e PIL



Vi proponiamo uno stralcio di "Presa Diretta" che intervista l'economista francese che su richiesta di Mitterand ha "inventato" la regola del 3% tra debito e PIL: una regola inutile, dannosa, che non ha nessun fondamento economico.... MA IN NOME DELLA QUALE è STATA IMPOSTA L'AUSTERITY A INTERE NAZIONI... ed in particolare ai 'PIIGS' di cui ci "onoriamo" di fare parte...
(PIIGS è acronimo di Portogallo-Irlanda-Italia-Grecia-Spagna... i cosiddetti "paesi periferici", danneggiati gravemente dalle politiche economiche europee, anziché scusarsi chi ci ha danneggiato, ci definisce beffardamente 'piigs' con evidenti riferimento a 'pigs', maiali, i porci dell'Europa... ma i porci sono LORO!


mercoledì 4 marzo 2015

L’ITALIA È IN RECESSIONE. MAI COSI MALE DAL 1995

italia in recessione

L’economia ha registrato un contrazione dello 0,4% tornando sotto i livelli del 2000: il governo stimava un -0,3%, mentre l’Ue prevedeva -0,5%. Il debito pubblico sale al 132,1% del Pil nonostante l’aumento della pressione fiscale.

L’Italia archivia il quarto anno consecutivo in recessione: nel 2014 il Pil è calato dello 0,4%, un dato tuttavia migliore rispetto a quelli recentemente rilasciati dalla Commissione europea, che ha aggiornato le previsioni economiche con il dossier invernale. Secondo gli economisti di Bruxelles, infatti, il Pil italiano del 2014 avrebbe messo a referto una diminuzione dello 0,5%, mentre il disavanzo si è attestato – come previsto – al 3% del Prodotto.  Per il Fondo monetario internazionale, la recessione – dopo il -1,3% del 2013 – si sarebbe dovuta attestare al -0,4% del 2014. Una previsione in linea con Ocse, Confindustria e Bankitalia.

Il governo, che nell’autunno scorso ha aggiornato il Documento di economia e finanza, metteva allora in conto una perdita di 0,3 punti di Prodotto. Alla luce dei dati pubblicati, l’Istat ha rilevato che l’economia italiana è tornata sotto i livelli del 2000.

venerdì 27 febbraio 2015

"Dall'Euro si può uscire". Parola di banchiere!


CLAMOROSO / GOVERNATORE BANCA DEL BELGIO E MEMBRO DIRETTIVO BCE: ''L'EURO NON E' DETTO CHE DURI, E SE NE PUO' USCIRE''

LONDRA - Dopo Valery Giscard d'Estaing anche un'altra figura di peso dell'estabishment europeo ha dei dubbi sulla sopravvivenza dell'euro. Pochi giorni fa Luc Coene in un'intervista rilasciata al quotidiano olandese The Telegraaf ha dichiarato che in teoria ogni paese potrebbe abbandonare l'euro senza problemi anche se al momento non sa chi potrebbe farlo.

Inoltre Coene ha ammesso che la sfiducia dei cittadini verso l'euro e' stata causata dal modo sbagliato in cui e' stato gestita la moneta unica anche se ha ammesso che adesso tutti hanno imparato la lezione cosi' da evitare di ripetere questi errori in futuro.

Queste dichiarazioni potrebbero essere scontate se non fosse per il fatto che Luc Coene non e' un signore qualunque, ma il governatore della banca centrale del Belgio e siede anche nel consiglio direttivo della BCE.

giovedì 26 febbraio 2015

"IN 15 ANNI L'EUROPA SI E' RIDOTTA A ROTTAME ARRUGGINITO"


L'ANALISI DI LUCA CAMPOLONGO / IN 15 ANNI L'EUROPA SI E' RIDOTTA A ROTTAME ARRUGGINITO, CHI VUOLE ANCORA L'EURO E' PAZZO

2015 Odissea nell’eurozona. Non si tratta di un sequel del capolavoro di Kubrick, ma di quello che aspetta i cittadini “baciati dalla fortuna” di usare l’euro come moneta di scambio.

Cinque delle sette nazioni con il maggior tasso di disoccupazione del vecchio continente aderiscono alla moneta unica, e questo è già sintomatico di quanto questo progetto sia fallimentare.  Se a questo sommiamo che l’intera eurozona è in deflazione, il quadro si fa quanto mai desolante.

Il calo dei prezzi, difatti, è l’ultima arma rimasta alle aziende per cercare di vendere i  propri prodotti a clienti ormai impoveriti e sfiduciati. Questo significa, però, anche taglio della produzione e blocco degli investimenti (a cosa serve produrre se non ho nessuno che compra?) e quindi aumento della disoccupazione. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che con la nuova flessibilità sul mercato del lavoro, le aziende potrebbero assumere nuovi lavoratori, magari a stipendi più bassi. Il punto rimane quello: se la gente non compra, le aziende non assumono, anche se lo stipendio fosse un decimo di quello attuale.

Deflazione significa anche perdita di valore per gli investimenti, soprattutto quelli in immobili, compiuti dalle famiglie, le quali si trovano con un appartamento che vale, oggi, circa un 10% in meno di quanto valesse prima della crisi ed un mutuo, al contrario, che è più caro, anche se a tasso fisso. Non ci credete? Facciamo questo esempio: inflazione 2%, interesse sul mutuo 3%= costo effettivo 1%; inflazione -1%, interesse sul mutuo 3%= costo effettivo 4%. Quindi, oltre ad essere più poveri, la maggior parte degli italiani e di coloro che hanno acquistato beni finanziandosi, si trovano a sostenere costi maggiori.

venerdì 13 febbraio 2015

UE, LA GERMANIA NON RISPETTA REGOLE. E FA SOLDI SULLA CRISI

germania non rispetta regole euro

Considerata come la principale responsabile degli squilibri nella bilancia dei pagamenti tra i Paesi dell’Eurozona, la Germania viola da ben 8 anni le regole europee esportando più del consentito. Regole pensate proprio per evitare forti squilibri. Inoltre i tedeschi hanno di che guadagnare anche dalla deflazione che avvolge l’Eurozona. E il centro studi di Confindustria lancia l’allarme: “Senza inversione di tendenza sarà eutanasia da euro”.

Nel 2014 il saldo delle partite correnti (la differenza tra quanto un Paese esporta e importa in beni e servizi) tedesco è risultato superiore al 7% del Prodotto interno lordo. È dal 2002 che la Germania produce un saldo delle partite correnti positivo (quindi esporta più di quanto importa) ma è da otto anni consecutivi che lo fa violando le regole europee che prevedono che non si possa generare un saldo positivo superiore al 6% del Pil nella media di tre anni.

sabato 31 gennaio 2015

LA GRECIA CACCIA LA TROIKA DA ATENE!



LA GRECIA ROVESCIA IL TAVOLO IN FACCIA AL PRESIDENTE DELL'EUROGRUPPO: LA TROIKA NON DEVE METTERE PIU' PIEDE AD ATENE!


ATENE - La Grecia rovescia il tavolo con l'Europa e lo fa davanti al presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem volato ad Atene a proporre le condizioni di Bruxelles, tutte rigettate.
Il nuovo Governo non vuole ne' un'estensione del programma di aiuti e ne' il ritorno della Troika Ue-Bce-Fmi per concludere l'attuale piano, due mosse che secondo la Ue avrebbero dato a tutti il tempo di parlare del futuro.
Ma Alexis Tsipras e il suo ministro delle Finanze Yanis Varoufakis vogliono voltare pagina subito, e sono disposti a tutto, anche ad assumersi il rischio di arrivare alle prossime scadenze sui titoli senza gli aiuti internazionali.
Lo scontro e' dunque altissimo, e la Germania chiude anche oggi la porta a qualunque negoziato sul debito: non ci faremo ricattare, ha detto il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble.
La riunione tra Dijsselbloem e Varoufakis e' tesa fin da subito, e si conclude con una breve conferenza stampa nella quale i due si guardano a fatica. E nemmeno ci provano a nascondere l'aperto conflitto: "Non ho alcuna intenzione di collaborare con i funzionari della Troika per l'estensione del programma di salvataggio" in scadenza a fine febbraio, ha detto il ministro.

lunedì 26 gennaio 2015

La vera rivoluzione: stampare euro per cancellare il debito


Di Marcello Foa - blog.ilgiornale.it

Mettiamola in questi termini: la Bce stampa più moneta per permettere alle Banche centrali nazionali di comprare titoli di Stato, ovvero debito pubblico, con lo scopo dichiarato di rilanciare l’economia (crescita del Pil) e lo scopo effettivo immediato di sgravare i bilanci delle banche private.
In termini economici, il Quantitative Easing è un’aberrazione in quanto viola le leggi di mercato basate sulla domanda e sull’offerta. Un’aberrazione che però lascia intatta la vera catena che imprigiona le asfittiche economie occidentali: quella del debito.
Mi spiego: se la Ue e la Bce e la volessero davvero rilanciare l’economia, dovrebbero avere il coraggio di andare fino in fondo ovvero non di stampare moneta per comprare debito ma di stampare moneta per CANCELLARE IL DEBITO, accompagnando questo passo da misure altrettanto rivoluzionarie e benefiche come la simultanea riduzione delle imposte sia sulle imprese che sulle persone fisiche e magari varando investimenti infrastrutturali.
Pensateci bene: oggi l’Italia è già in avanzo primario ovvero lo Stato spende meno di quanto incassa, ma il debito pubblico continua a salire perché la spesa pubblica è gravata dagli interessi sul debito. Detto in altro termini: l’Italia è in una spirale da cui difficilmente uscirà, per quanti sforzi faccia. Ma questo né la Ue, né la Bce, né il Fmi lo ammetteranno mai; anzi, continuano ad alimentare la retorica delle riforme ovviamente strutturali.
Logica vorrebbe, invece, che l’aberrazione del Quantitative easing venisse usata non per continuare ad alimentare il circolo vizioso del debito, ma per spezzarlo con una misura una tantum, eccezionale, irripetibile ma straordinariamente virtuosa. Chiamiamolo Il giubileo del debito.

Tsipras e la sinistra al soldo della finanza


Di Diego Fusaro

Tsipras: la sinistra che sta con l’euro; la sinistra che sta col capitale e con i padroni; la sinistra che ha tradito Marx e i lavoratori. Con una sinistra così, non vi è più bisogno della destra. È la sinistra che vuole abbattere l’austerità mantenendo l’euro: cioè abbattere l’effetto lasciando la causa, ciò che è impossibile “per la contradizion che nol consente”.

La domanda da porsi, allora, è una sola: stupidità o tradimento? Propendo per la seconda risposta: tradimento. Tradimento di una sinistra passata armi e bagagli dalla lotta contro il capitale alla lotta per il capitale, dal monoclassismo universalista proletario al bombardamento universalista imperialistico in nome dei diritti umani, dalla lotta per i diritti sociali alla lotta per il matrimonio gay come non plus ultra dell’emancipazione possibile. Dalla falce e il martello all’arcobaleno: non v’è null’altro da aggiungere, temo.

Tutto questo farebbe ridere, se non facesse piangere. È una tragedia storica di portata epocale. Il quadro a cui, nell’immaginario comune, sempre più si dovrebbe abbinare l’idea della sinistra (Tsipras in testa!) non è più Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, bensì L’urlo di Edvard Munch: dove, tuttavia, il volto trasfigurato dal dolore e immortalato nell’atto di gridare scompostamente è quello di Antonio Gramsci, ucciso una seconda volta, dopo il carcere fascista, dalle stesse forze politiche che hanno tradito il suo messaggio e disonorato la sua memoria.

mercoledì 21 gennaio 2015

Giannuli: disfare l’euro e subito, prima che ci crolli addosso

Le elezioni greche si avvicinano e i mercati finanziari tremano: vincerà Tsipras? E che farà dopo? L’euro reggerà? E poi, Grecia a parte, come la mettiamo con il petrolio in picchiata? E il leggendario “quantitative easing” di Draghi ci sarà e quanto sarà consistente? Procediamo con ordine: che Tsipras vinca in Grecia è probabile (e, per quel che mi riguarda, auspicabilissimo) ma non è sicuro: dobbiamo vedere che campagna terroristica scateneranno per condizionare gli elettori greci e di quale efficacia sarà. Anche per questo, fa bene Tsipras a non parlare ora di uscita della Grecia dall’Eurozona, preferendo limitarsi al tema della rinegoziazione degli accordi; diversamente farebbe un favore agli avversari. Ma, se dovesse vincere, non credo che avrebbe molte scelte: o subite i diktat di Berlino via Troika e tradire il mandato elettorale, o far saltare il tavolo e andare dritto in rotta di collisione. Se dovesse vincere, il mandato dell’elettorato sarebbe inequivoco: portare fuori la Grecia dalla spirale in cui sta sprofondando. E questo non si fa mantenendo l’attuale regime di austerity, su questa strada c’è solo il suicidio.
Quindi, la Grecia non può permettersi di pagare questi interessi sul debito e, tantomeno, di pagare un debito ormai non restituibile. Ma questo significa dichiarare default: è compatibile con l’appartenenza all’euro? Non ci sono precedenti, pereuro-suicidiocui non sappiamo come il default di un componente possa riflettersi sulla moneta comune e neppure se il paese fallito possa continuare a far parte del patto monetario e a quali condizioni; però ci pare scarsamente realistico che tutto possa restare come prima, dopo il default di uno dei paesi membri, anche se piccolo come la Grecia. La Bce potrebbe continuare a fornire allo Stato greco le banconote per il circolante necessario? Se ciò non fosse, Atene sarebbe costretta a battere moneta in proprio, anche solo in forma di moneta provvisoria o di buoni rimborsabili o altro, perché diversamente non avrebbe di che pagare gli stipendi statali e le pensioni e, più in generale, l’intera economia del paese si paralizzerebbe. E a quel punto, la scelta spetterebbe alla Bce: o continuare a fornire in qualche modo la propria moneta alla Grecia o accettare la sua uscita dal patto e aprire la crisi della moneta e del suo stesso patto istitutivo, che non prevede l’uscita di nessuno.
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