di Checchino Antonini
«No, se non fosse stato
pestato non sarebbe morto», dice quasi in fondo alla sua arringa Fabio
Anselmo, avvocato ferrarese che, dopo il caso Aldrovandi, è diventato un
punto di riferimento per vari casi di malapolizia. A cominciare
dall'omicidio di Stefano Cucchi morto dopo «un calvario» inimmaginabile.
Cinque giorni e mezzo tra una guardina dei carabinieri, un sotterraneo
del tribunale di Roma, Regina Coeli, il pronto soccorso del
Fatebenefratelli e, infine, il repartino penitenziario del Pertini.
Trentuno anni, geometra, vita difficile. Nulla che giustifichi la
tortura. «Perché sappiamo che è morto per la tortura, per il dolore
illecito, per uno sfinimento progressivo, per la solitudine. Anche se
quella lettera al Ceis, un solo giorno prima della morte, dice che non
voleva morire».
Ha parlato più di cinque ore Fabio Anselmo prima di chiedere alla Corte
«l'unico rispetto, una sentenza aderente ai fatti». Ossia qualcosa di
sostanzialmente diverso dai capi di imputazione ipotizzati dai pm Barba e
Loy per sei medici, tre infermieri e tre agenti penitenziari sulla base
di una ricostruzione pressoché puntuale dei fatti ma negata dalla
perizia degli stessi pm. Lo sforzo dei periti, secondo Anselmo, è stato
quello di inventare una morte per "inanizione". Una morte per fame,
derubricando un caso di tortura in un "banale" caso di malasanità. Ma
sarebbe una morte impossibile: l'inanizione per la letteratura medica
interviene solo dopo 21 giorni. Un contrasto che Anselmo ha smontato
minuziosamente chiedendo ripetutamente scusa ai giurati popolari per il
tempo che li costringeva a concentrarsi su materie difficili.