Visualizzazione post con etichetta italia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta italia. Mostra tutti i post

sabato 3 settembre 2016

Panico referendum, Stiglitz: italiani, se votate crolla l’euro




Joseph Stiglitz, già Premio Nobel per l’economia, dichiara che teme una catastrofe per l’Europa, in particolare per quanto riguarda l’Italia: se vincesse il No nel referendum, potrebbe seguirne il crollo dell’euro. Di conseguenza, invita Renzi a “rinunciare al referendum” disdicendo la consultazione popolare. Stiglitz non è un giurista, dice Aldo Giannuli, ma almeno potrebbe informarsi prima di aprir bocca. Il referendum? Non dipende dalla volontà di Renzi, ma dalla Costituzione: che prevede norme precise in caso di revisioni costituzionali. Referendum confermativo obbligatorio, se la riforma della Carta non è approvata dai 2/3 di ciascuna camera, oppure se ne facciano richiesta 500.000 elettori o il 20% dei parlamentari. «E non è scritto da nessuna parte che possa essere revocato, rinviato o anche solo sospeso», tantomeno dal presidente del Consiglio: «Si chiamerebbe colpo di Stato». Se desse retta a Stiglitz, Renzi «potrebbe essere arrestato per attentato alla Costituzione». Ad allarmare però non è l’ignoranza del Nobel americano, ma il pensiero retrostante: «Se c’è pericolo per gli assetti di potere esistenti, e in particolare quelli monetari, si sospendono le garanzie costituzionali e si toglie la parola all’elettorato».
Così, infatti, avevano già detto «quei due gioielli del pensiero democratico che rispondono ai nomi di Giorgio Napolitano e Mario Monti». Il popolo «non può esprimersi su cose così complesse per le quali non ha le conoscenze necessarie», perché queste cose «le devono decidere le élite, quelli che sanno». E la sovranità popolare sancita dalla Costituzione? «Be’, è un bell’ornamento che fa la sua figura, ma non è che ci dobbiamo proprio credere!». Per Giannuli, «qui sta venendo a galla il carattere elitario, oligarchico e antidemocratico dell’ideologia liberista, e non c’è più neppure il pudore di far finta di dirsi democratici». Certo, l’uscita di Stiglitz rivela il timore della vittoria del No, che ormai «inizia a diventare panico nei salotti buoni di politica e finanza». Renzi sa di rischiare grosso: in caso di vittoria del No, «a “dimetterlo” ci penserebbe il suo partito (e non penso all’inutile Bersani e al decorativo Cuperlo, ma ai ben più fattivi Franceschini, De Luca, Fassino, Rossi) che cercherebbe di mettere insieme i cocci e non trasformare la sconfitta referendaria in una irrimediabile débacle elettorale», scrive Giannuli.
La legislatura potrebbe anche continuare grazie a Mattarella, Franceschini e Berlusconi, che potrebbero dar vita ad un “governo di scopo”. E  il peggioramento della situazione economica, insieme a una «opportunissima bocciatura dell’Italicum da parte della Consulta» darebbero uno strepitoso alibi per farlo. Il “verdetto” della Corte Costituzionale è atteso per il 4 ottobre, ma i giudici potrebbero anche prendere tempo sospendere la decisione: «Se conferma l’Italicum, lo scontro sul referendum si radicalizzerebbe diventando l’ultima spiaggia contro il progetto di regime in atto. Se lo bocciasse, anche solo parzialmente, ci sarebbe un effetto di riflesso sul referendum, delegittimando il progetto renziano». Secondo Giannuli, Renzi «tradisce quella stessa paura che leggiamo nelle parole di Stigliz: non sappiamo se per un qualche sondaggio riservato, se per la previsione di una pronuncia sfavorevole della Corte o se per notizie che fanno temere un disastro bancario in ottobre, ma quello che si capisce è che Renzi cerca (invano, direi) di disinnescare la bomba, ritenendo più probabile la vittoria del No». Intanto, «ringraziamo Stiglitz per averci fornito questa ulteriore riprova sulla natura di questo referendum: uno scontro fra democrazia e oligarchia, senza mediazioni possibili: chi vincerà, chiunque esso sia, non farà prigionieri».


martedì 19 luglio 2016

SENZA EURO LA GERMANIA CROLLA E L’ITALIA VOLA



Theo Waigel è stato per dieci anni ministro delle finanze di Helmut Kohl. Il 21 giugno scorso ha rilasciato un’intervista a “T-Online”.

Questo è un frammento delle sue dichiarazioni. Intervistatore: «I sondaggi sull’uscita dalla Ue mostrano che se si chiedesse ai francesi e ad altri, vincerebbe chi vuole uscire, con uno scarto minimo. Secondo lei da dove viene questa disaffezione per l’Ue?». Theo Waigel: «Al grado di sviluppo della globalizzazione e dei mercati aperti cui siamo arrivati – che non è più reversibile – ci sono forze che si oppongono, sostenendo la necessità di ritornare ai confini e alle regolamentazioni nazionali, che prima funzionavano bene, per tornare ad appropriarsi delle proprie capacità decisionali». E cosa gli si può rispondere? Waigel: «Gli si può rispondere in modo del tutto chiaro quali svantaggi ne scaturirebbero. Se la Germania oggi uscisse dall’unione monetaria, allora avremmo immediatamente, il giorno dopo, un apprezzamento tra il 20% e il 30% del marco tedesco – che tornerebbe nuovamente in circolazione. Chiunque si può immaginare che cosa significherebbe per il nostro export, per il nostro mercato del lavoro, o per il nostro bilancio federale».
L’euro conviene alla Germania, ecco perché ci restiamo dentro. Va da sè che se il marco diventasse sconveniente, la lira diventerebbe conveniente per i mercati, per gli investitori e per i consumatori. Queste cose i commentatori nazionali non ve lo dicono. Queste notizie ai telegiornali non passano. Per chi lavora la stampa italiana? Per chi lavora la politica italiana? Per l’Italia o per Berlino? Se lavorasse per gli italiani, interviste come queste sarebbero in prima pagina su tutti i quotidiani, in luogo dello spettro dell’inflazione, e la gente inizierebbe a trarne le conclusioni. In Germania, invece, non si fanno problemi a dirlo con chiarezza. Anche perché hanno interessi opposti. Ci fu anche un pezzo dello “Spiegel Online”, che io riportai puntualmente sul blog, datato 13 giugno 2012 (ben 4 anni fa), che lo disse con altrettanta chiarezza:
«Con un’uscita dall’euro e un taglio netto dei debiti la crisi interna italiana finirebbe di colpo. La nostra invece inizierebbe proprio allora. Una gran parte del settore bancario europeo si troverebbe a collassare immediatamente. Il debito pubblico tedesco aumenterebbe massicciamente perché si dovrebbe ricapitalizzare il settore bancario e investire ancora centinaia di miliardi per le perdite dovute al sistema dei pagamenti target 2 intraeuropei. E chi crede che non vi saranno allora dei rifiuti tra i paesi europei, non s’immagina neanche cosa possa accadere durante una crisi economica così profonda. Un’uscita dall’euro da parte dell’Italia danneggerebbe probabilmente molto più noi che non l’Italia stessa e questo indebolisce indubbiamente la posizione della Germania nelle trattative. Non riesco ad immaginarmi che in Germania a parte alcuni professori di economia statali e in pensione qualcuno possa avere un Interesse a un crollo dell’euro».
 Fonte : Byoblu.com



giovedì 14 luglio 2016

FMI: LA RECESSIONE IN ITALIA DURERÀ VENT’ANNI




Nella sua relazione annuale relativa all’Italia – riportata dal Guardian –  il Fondo monetario internazionale prevede che il nostro paese ci metterà almeno vent’anni a tornare a livelli di Pil pre-crisi, e che questa ripresa lenta e dolorosa sarà esposta a ogni sorta di minacce,  derivanti sia dalla crisi bancaria interna che dalla situazione economica e politica globale.  Anche a detta di istituzioni mondialiste come il Fmi, dunque, queste sono le prospettive che ci attendono –  sempreché rimaniamo vincolati ad un cambio troppo forte per la nostra economia e a delle regole assurde di politica economica, naturalmente.  Potranno anche concederci la flebo degli aiuti pubblici alle banche,  ma se le politiche non cambiano i nodi arriveranno al pettine
di Larry Elliott, 11 luglio 2016
Secondo la relazione annuale del Fondo, la terza più grande economia della zona euro potrebbe non avere una ripresa fino alla metà del 2020.
Nel difficile clima finanziario del post-Brexit, il Fondo Monetario Internazionale ha segnalato la fragilità delle banche italiane, lanciando l’allarme sul fatto che la terza più grande economia della zona euro dovrà soffrire per quasi due decenni prima di poter cominciare a recuperare il terreno perduto dal crollo finanziario del 2008.
Questo lunedì le banche italiane hanno subito pesanti perdite, quando l’Unione europea insisteva che il governo di centro-sinistra di Matteo Renzi deve rispettare le regole sugli aiuti di Stato, regole che limitano la possibilità di Roma di fornire aiuto alle banche gravate dai crediti in sofferenza (NPLs) causati dalla stagnazione dell’economia.
Il FMI ha detto che l’Italia si sta “riprendendo gradualmente da una profonda e prolungata recessione“, ma ha anche detto che il processo di ripresa probabilmente sarà “lungo e soggetto a rischi”. Ai sensi del suo Article IV – che prevede un controllo annuale sulla salute economica e finanziaria dei paesi membri – il FMI ha sottolineato che l’Italia rimane vulnerabile ad un insieme di rischi e minacce che potrebbero provocare effetti a catena sul resto dell’Europa e del mondo.
Il FMI prevede che l’economia italiana non tornerà ai livelli pre-2007 prima della metà degli anni 2020. Durante questo periodo di lenta ripresa, il paese avrà una crescita relativamente più modesta rispetto ad altri paesi della zona euro, mentre le sue banche continueranno ad essere fortemente esposte agli shock.
I rischi hanno origine nei ritardi nell’affrontare la qualità degli attivi del sistema bancario, nella accresciuta volatilità sui mercati finanziari mondiali – sia per il Brexit, che per il rallentamento del commercio mondiale che pesa sulle esportazioni, che per l’afflusso dei rifugiati e le minacce alla sicurezza che potrebbero complicare ulteriormente gli interventi di politica economica” si dice nel report del Fondo monetario internazionale.
Se i rischi dovessero materializzarsi, le ricadute regionali e globali potrebbero essere significative, dato il peso sistemico dell’Italia.
Il voto della Gran Bretagna per l’uscita dall’Unione Europea ha portato l’attenzione degli investitori sui problemi del settore bancario italiano, nel timore che le rinnovate turbolenze nella zona euro porteranno ad una minore crescita, a una nuova ondata di fallimenti, e a un aumento delle sofferenze. Unicredit, la più grande banca italiana, dal 23 giugno ha perso un terzo del suo valore, e lunedì le sue azioni hanno subito un calo di quasi il 4%.
Il FMI ha dichiarato: “Con l’economia in recessione, i crediti in sofferenza sembrano stabilizzarsi a circa il 18% dei prestiti, uno dei livelli più alti della zona euro.” Questi crediti inesigibili, ha aggiunto, hanno fatto sì che i margini di profitto delle banche italiane siano stati tra i più bassi in Europa e hanno anche alterato la loro capacità di concedere prestiti.
Gli istituti di credito italiani hanno lottato per mesi per scaricare € 360 miliardi di sofferenze – circa un terzo del totale della zona euro. Questi sono cresciuti costantemente dall’inizio della crisi finanziaria globale nove anni fa, con il Pil italiano che ha subito un calo del 10%.
Il FMI ha detto che le banche italiane avevano aumentato la loro raccolta nel corso del 2015 per incrementare la ripresa finanziaria, ma i loro coefficienti patrimoniali erano ancora al di sotto della media della zona euro. Ha rilevato che, nonostante ulteriori misure imposte su alcune banche specifiche, le preoccupazioni per le sofferenze e la scarsa redditività in un periodo di bassi tassi di interesse quest’anno hanno sottoposto le banche italiane “a una intensa pressione del mercato, con perdite di oltre il 40% del loro valore di mercato“.
Il rapporto ha evidenziato altre debolezze, tra cui la bassa produttività e la scarsa crescita degli investimenti, un tasso di disoccupazione dell’11%, e un debito pubblico salito al 133% del PIL, che limita le possibilità di governo di Renzi di usare i tagli della pressione fiscale o l’aumento della spesa pubblica per stimolare la crescita.
L’Italia è in trattative con la Commissione europea per consentire il sostegno pubblico ai suoi istituti di credito più deboli, tra cui Monte dei Paschi di Siena. Gli aiuti di Stato alle banche sono consentiti dalla normativa dell’Unione Europea solo in casi eccezionali, di “gravi turbamenti” dell’economia.
Roma ha cercato di fare pressioni durante l’ondata di vendite che ha colpito  il settore bancario dopo il Brexit, con Ignazio Visco, governatore della banca centrale d’Italia, che ha sottolineando come il governo italiano non possa escludere l’aiuto dello Stato. Ma questa idea è stata accolta freddamente a Bruxelles; il leader dei ministri delle Finanze della zona euro ha detto che i problemi delle banche italiane non sono ancora abbastanza gravi da consentire a Renzi di ignorare le regole sugli aiuti di Stato.
Solo in circostanze eccezionali un governo dell’Unione europea può fornire sostegno pubblico a una singola impresa o a un settore dell’economia, nel timore che i salvataggi sarebbero utilizzati per falsare la concorrenza. Il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha detto di non vedere alcuna “crisi acuta“: “Ci sono questioni di crediti in sofferenza delle banche italiane, ma non è un problema nuovo,” ha detto. “Le regole sono chiare e rigorose“.
Vi sono tuttavia dei segnali che l’Italia potrebbe andare a un confronto con l’Unione europea, in quanto il ministro delle finanze del paese, Pier Carlo Padoan, ha dichiarato che Roma avrebbe salvaguardato gli interessi dei risparmiatori. Entro la fine dell’anno il governo si trova ad affrontare un referendum molto combattuto sulle riforme costituzionali, dal quale dipende il destino politico di Renzi, che vuole dunque evitare l’ira dei piccoli investitori.


martedì 12 luglio 2016

Padroni stranieri per l’Italia, un paese creato per obbedire



L’inefficienza e la corruzione del sistema-Italia derivano dalla collocazione subalterna e asservita dell’Italia nella gerarchia delle potenze, quindi non è possibile curarle dall’interno dell’Italia, con mezzi politici o giudiziari o di altro genere. Promesse di questo genere sono pertanto mendaci o sciocche.

 Il dibattito politico e culturale resta sterile e impotente proprio perché non tematizza questa condizione giuridica internazionale di sudditanza dell’Italia, compresi i trattati e i protocolli riservati che sanciscono questa sua condizione, nonché il rapporto tra tale sua condizione da un lato e la sua decadenza dall’altro. L’Italia, dall’alto medioevo in poi, non è mai stata indipendente (tolta Venezia e qualche altra città), ma è stata assoggettata a potenze e interessi esterni; questa sua posizione è stata consolidata dai secoli, è divenuta uno dei principi cardine del diritto internazionale; i suoi governanti sono sostanzialmente al servizio di questi interessi e potenze: ottengono e mantengono la poltrona in quanto obbediscono un padrone esterno, e in cambio possono fare i loro comodi all’interno a spese dei cittadini (del resto, lo Stato unitario italiano nasce per interesse e intervento di Londra e Parigi).

Ahi serva Italia! I rari tentativi di ribellione e di difesa di interessi nazionali sono stati repressi con ogni mezzo, compreso l’omicidio (vedi il caso di Enrico Mattei) e il downrating (vedi il caso Berlusconi). Questa condizione millenaria diasservimento allo straniero, in particolare il fatto che i governanti italiani rispondono a interessi stranieri piuttosto che a interessi nazionali (tolti quelli forti, cioè la Chiesa e le mafie), impedisce il nascere di una coscienza nazionale, di una visione politica di lungo termine e di una classe politica con adeguata competenza: avendo la funzione di trasferire risorse dagli italiani a potentati stranieri, la classe dirigente italiana necessariamente è composta di ladri professionali con mentalità di ladri e compari tra loro. Infatti è connotata, complessivamente, da incapacità, nepotismo, corruzione, abuso, servilismo. Il suo orizzonte operativo è di breve o brevissimo termine. Non si cura di programmare. Vive e ruba alla giornata. Ogni governo fantoccio è un governo di ladri.
La popolazione percepisce queste caratteristiche del potere, e si adegua, ricorrendo all’arrangiarsi, al clientelismo, all’evasione fiscale, etc. Da qui derivano il basso senso civico e la sfiducia verso le leggi e la loro abituale trasgressione, da parte delle istituzioni prima ancora che dei cittadini. Il pesce puzza dalla testa. La decadenza di un siffatto sistema-paese è geneticamente predeterminata. Gli esempi di scelte eseguite da governi e presidenti italiani su ordine straniero e contro gli interessi nazionali sono abbondanti e macroscopici. Ne citerò alcuni che mi paiono particolarmente significativi:
- L’adesione a tre successivi sistemi di blocco dei tassi di cambio, di cui l’ultimo si chiama “euro”, tutti molto dannosi per l’Italia e molto vantaggiosi per i paesi del Nord Europa; i primi due sono già saltati dopo aver cagionato disastri. Tutti ci hanno inflitto deindustrializzazione e indebitamento, apportando per contro sviluppo e attivo commerciale ai paesi forti. Tutti hanno aumentato il divario rispetto a questi paesi, sotto la promessa di ridurlo.
- L’accettazione di scelte europee in materie monetarie, bancarie e fiscali che consentono ai paesi forti di violare le regole a cui invece deve sottostare l’Italia – vedi il sistema bancario tedesco, cui è concesso di usare leve multiple di quelle italiane e di ricevere aiuti di Stato – congiuntamente al fatto che all’economia italiana viene negato l’uso di strumenti finanziari che invece sono disponibili ai paesi forti dell’Ue, i quali quindi possono fare shopping e concorrenza sleale nei confronti dell’Italia, lo si sente!
- La partecipazione alla guerra contro la Libia, imposta via Quirinale a Berlusconi poco dopo la conclusione di un trattato di pace vantaggioso per l’Italia, e voluta nell’interesse di Regno Unito e Francia, a danno dall’Italia, che, per effetto dellaguerra, ha perso quote di risorse petrolifere a favore di quei due paesi, e inoltre si ritrova l’Isis a soli 80 km e un flusso disastroso di migranti.
- L’imposizione, sempre via Quirinale, come premier di Monti, che ha irrimediabilmente spezzato le gambe all’economia nazionale soprattutto dove competitiva con quella tedesca, e ha trasferito decine di miliardi spremuti dagli italiani mediante tasse folli per assicurare a banchieri tedeschi e francesi i profitti delle loro speculazioni criminali in Spagna e Grecia.
- La demenziale adozione del principio di pareggio di bilancio in periodo di recessione, che automaticamente determina la rarefazione monetaria (perché per realizzare un avanzo primario il governo estrae dal paese più soldi di quanti ne reimmetta, svuotandolo di liquidità), quindi insolvenze, licenziamenti, morie aziendali e avvitamento recessivo.
- La irragionevole adozione del bail-in, cioè del principio che, se una banca va male (di solito perché i suoi gestori hanno mangiato), anziché farla salvare dalla banca centrale a costo zero e punire i colpevoli, le perdite si scaricheranno su azionisti, obbligazionisti e risparmiatori – principio che mina alla base la fiducia nelle banche stesse e le rende tutte più deboli, perché adesso chi vuole investire nel capitale azionario di una banca o nelle sue obbligazioni sa che rischia di più, e richiederà tassi più alti.
Queste cose non sono novità dell’Europa Unita, ma la prosecuzione del trattamento già riservato all’Italia a Versailles nel 1919. Alla conferenza di Versailles, che definiva i nuovi assetti alla fine della Prima Guerra Mondiale spartendo tra i vincitori territori e colonie dei vinti, il premier francese Georges Clemenceau, soffrendo di prostatite e vedendo il premier italiano, Vittorio Emanuele Orlando, piangere spesso e a dirotto, disse: «Ah, magari potessi urinare così copiosamente come Orlando piange!». Perché Orlando piangeva tanto? Perché il governo italiano, nel 1915, aveva deciso di partecipare alla guerra, che sarebbe costata un alto prezzo di morti, feriti e spese, allo scopo, sancito dal Trattato di Londra del medesimo anno, di far salire di grado l’Italia, di farla equiparare alle nazioni di prima classe; ma, al contrario, l’Italia fu trattata male daUsa, Gran Bretagna e Francia in termini di dazi per le sue esportazioni, e fu esclusa dalla spartizione delle colonie tedesche e dei territori tolti all’Impero Ottomano, cioè fu esclusa da importanti fonti di materie prime nonché sbocchi per la sua sovrappopolazione, e rimase una paese di seconda classe.
Anzi, divenne un paese di terza classe, perché gli Usa, usciti dalla Grande Guerra come grandi creditori dell’Europa, in quel dopoguerra assunsero l’egemonia mondiale, spingendo nella seconda classe le vecchie potenze europee, e in terza il Belapaese. La Seconda Guerra Mondiale, col successivo piano Marshall e con l’europeismo, ha radicalizzato questa scomoda posizione di sub-subalternità di questo paese, che deve piegarsi agli interessi di due livelli di paesi padroni, e restare militarmente occupato dagli Usa anche dopo la fine della minaccia “comunista”. All’interno dell’Italia, ancora più sottomessi e sfruttati sono Veneti e Lombardi, che devono cedere buona parte del loro reddito per sostenere il meridione e Roma. Emigrare è quindi la scelta razionale più adatta per chi può farlo.
Ps: l’Italia attuale non è una colonia: non ne ha le caratteristiche giuridiche e funzionali perché nessuna potenza straniera si assume la responsabilità di governarla direttamente né manda coloni. Essa è bensì oggetto di imperialismo, che impone governi fantocci e politiche di suo vantaggio, mantenendola inefficiente come sistema-paese. Per funzionare, un paese strutturalmente inefficiente come l’Italia (Meridione inguaribilmente arretrato, mentalità parassitaria, burocrazia e partitocrazia marce, livello scientifico e culturale basso, popolazione vecchia) avrebbe bisogno di quello che aveva prima dell’Euro e prima del 1981, ossia di molta liquidità e molti investimenti pubblici a basso costo: è come un motore vecchio che brucia molto olio: bisogna rabboccarlo continuamente, altrimenti grippa.
(Marco Della Luna, “Italia, subalternità e corruzione”, dal blog di Della Luna del 20 febbraio 2016).


venerdì 3 giugno 2016

L’Italia è il secondo paese Ue per numero di schiavi moderni






L’Italia è il secondo paese Ue per numero di schiavi moderni

FEDERICA VILLA
Secondo il report dell’Indice globale della schiavitù 2016, nel mondo ci sono 45,8 milioni di persone sfruttate. Oltre un milione si trovano in Europa e l’Italia ne conta 129.600, seconda solo alla Polonia. Il Paese con il numero più alto a livello mondiale è l’India

Bruxelles – La parola “schiavo” ricorda un mondo lontano, distante centinaia di anni dal 2016. Ma non è così. Lavoro forzato, sfruttamento sessuale e tratta di esseri umani sono ancora oggi parte della società. E rispondono al nome di “schiavitù moderna”. Secondol’Indice Globale della Schiavitù 2016, pubblicato il 31 maggio dalla Walk Free Foundation, nel mondo ci sono 45,8 milioni di persone schiavizzate, con un aumento del 28% rispetto al dato dell’ultimo report. Il risultato arriva dall’analisi di oltre 42mila interviste, in 53 lingue, condotte in 25 diversi Paesi. 
In Europa, il numero di schiavi si ferma a 1.234.400. Il vecchio continente si conferma così la regione con il minore sfruttamento di esseri umani. All’Italia spetta un ruolo di primo piano, ma in negativo: il nostro è il secondo Paese europeo, dopo  la Polonia, per numero effettivo di schiavi moderni (129.600 persone). La cifra è più di dieci volte superiore a quella della Francia, Paese che conta un numero di abitanti molto simile a quello italiano. Appena oltre i confini Ue, a superare Polonia e Italia c’è la Turchia, con 480.300 persone sfruttate.
Se si guarda invece alla percentuale di persone in condizione di schiavitù rispetto al numero di abitantila classifica cambia. Al primo posto c’è la Polonia, con lo 0,467% dei suoi abitanti sfruttati. Seguono Romania, Grecia, Repubblica Ceca e Bulgaria, tutte alle 0,404%. Dall’altra parte della classifica, le percentuali più basse vanno a Lussemburgo, Irlanda, Danimarca, Austria, Belgio, Spagna, Regno Unito, Francia e Germania (tutti con lo 0,018%). L’Italia, in questo caso, è a metà classifica con lo 0,211%. Peggio dei Paesi dell’Ue, appena al di là dei confini europei, la Macedonia (0,639%) e la Turchia (0,626%).
Per quanto riguarda le risposte dei governi al problema, la migliore è arrivata dai Paesi Bassi. Sono stati i primi (insieme al Regno Unito) a introdurre delle tecniche di misurazione nazionale per stimare il numero di schiavi sul territorio. E sono stati gli unici ad aggiudicarsi un rating A dal report. Male l’Italia con rating B che fa meglio solo di Estonia, Grecia e Lussembrugo (con rating C).
A livello mondiale, il Paese con il numero più alto di schiavi è l’India (18,35 milioni), seguita da Cina e Pakistan. Ma è in Corea del Nord che si registra la più alta percentuale di abitanti sfruttati rispetto alla popolazione: 4,37%. Al secondo e terzo posto, rispettivamente, Uzbekistan  Cambogia.L’Italia nella classifica globale risulta 44esima.
I Nuovi Schiavi del Lavoro
I nuovi schiavi


lunedì 30 maggio 2016

The Indipendent: "Con l'euro Francia e Italia destinate al fallimento"


x

''L'ITALIA E LA FRANCIA SONO STATI DESTINATI AL FALLIMENTO PER COLPA DELL'EURO NON C'E' ALTRO DA DIRE''' (THE INDIPENDENT)



LONDRA - "La crisi europea del debito, come avviene per certe malattie, si sta spostando dalla periferia al centro, e l'Italia e la Francia sono particolarmente vulnerabili". Lo afferma l'editorialista del quotidiano britannico The Independent Satyajit Das in un rilevante articolo in prima pagina, oggi.
"I due paesi sono rispettivamente la tredicesima e la nona potenza economica mondiale, con redditi pro capite di 34.500 e 40.400 dollari, hanno una forza lavoro qualificata, infrastrutture sviluppate, capitali economici e sociali, sono potenze agricole e industriali, con posizioni di forza nei prodotti tecnologici, nel lusso, nell'alimentazione e nella moda, sono importanti esportatori e mete turistiche", prosegue l'editoriale.
"Sono considerati, insomma, "troppo grandi per fallire". Tuttavia, entrambi i paesi hanno una crescita lenta, una disoccupazione diffusa, finanze pubbliche precarie e problemi strutturali. Hanno avuto difficolta' a riformarsi e sono alle prese con un ambiente politico sempre piu' ostile. Il debito reale italiano (comprendente quello pubblico, quello privato e quello delle imprese) ammonta al 259 per cento del prodotto interno lordo, il 55 per cento in piu' rispetto al 2007".
"Quello francese al 280 per cento del Pil, il 66 per cento in piu' dal 2007".
"In un contesto di bassa crescita e bassa inflazione, col debito che aumenta, una crisi finanziaria e' inevitabile".
"In Italia la spirale del debito, nonostante l'austerita' e l'avanzo primario, ha origine da una combinazione di debole attivita' economica e bassa inflazione per colpa della valuta unica europea, in Francia non e' in vista un surplus a breve termine".

"Il vero problema e' la mancanza di competitivita' e alla base di questa mancanza c'e' l'euro. Prima degli interventi - tassi di interesse negativi e alleggerimento quantitativo - della Banca centrale europea, l'Italia e la Francia avevano una moneta sopravvalutata del 15-25 per cento senza la possibilita' di svalutarla, come avveniva quando c'erano la lira e il franco, per questo i governi sono ricorsi alla spesa pubblica finanziata col debito per mantenere l'attivita' economica e gli standard di vita".
"In assenza di un tasso di cambio favorevole, per colpa dell'euro, l'Italia e la Francia devono affrontare il difficile compito di ridurre i costi interni per recuperare competitivita': un processo brutale e non sempre di successo, anzi piuttosto di vasti e clamorosi insuccessi come dimostrano le esperienze di Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda".
"All'inizio dell'anno scorso, Yanis Varoufakis, all'epoca ministro greco delle Finanze, dichiaro' che l'euro era fragile come un castello di carte e che alti funzionari italiani la pensavano allo stesso modo ma non potevano dirlo perche' anche l'Italia e' a rischio di bancarotta".
"Il ministro italiano dell'Economia e delle finanze, Pier Carlo Padoan, replico' che il debito italiano e' sostenibile. La risposta - secondo questo duro editoriale pubblicato oggi dall'Indipendent - e' indicativa della negazione italiana e francese: mancano il riconoscimento della precarieta' della situazione e la volonta' di affrontare i problemi dell'euro e dell'incompatibilita' tra moneta unica e sovranita' nazionale. Il ribasso dei prezzi dell'energia, il calo degli interessi e il deprezzamento dell'euro non potranno celare questi problemi per sempre. Italia e Francia sono destinate a fallire, la crisi finanziaria potrebbe materializzarsi già in questo 2016, ma certamente avverrà nel 2017 alla fine del programma di stimoli della Bce".

Redazione Milano.

Fonte: ilnord.it


loading...
loading...