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martedì 19 luglio 2016

SENZA EURO LA GERMANIA CROLLA E L’ITALIA VOLA



Theo Waigel è stato per dieci anni ministro delle finanze di Helmut Kohl. Il 21 giugno scorso ha rilasciato un’intervista a “T-Online”.

Questo è un frammento delle sue dichiarazioni. Intervistatore: «I sondaggi sull’uscita dalla Ue mostrano che se si chiedesse ai francesi e ad altri, vincerebbe chi vuole uscire, con uno scarto minimo. Secondo lei da dove viene questa disaffezione per l’Ue?». Theo Waigel: «Al grado di sviluppo della globalizzazione e dei mercati aperti cui siamo arrivati – che non è più reversibile – ci sono forze che si oppongono, sostenendo la necessità di ritornare ai confini e alle regolamentazioni nazionali, che prima funzionavano bene, per tornare ad appropriarsi delle proprie capacità decisionali». E cosa gli si può rispondere? Waigel: «Gli si può rispondere in modo del tutto chiaro quali svantaggi ne scaturirebbero. Se la Germania oggi uscisse dall’unione monetaria, allora avremmo immediatamente, il giorno dopo, un apprezzamento tra il 20% e il 30% del marco tedesco – che tornerebbe nuovamente in circolazione. Chiunque si può immaginare che cosa significherebbe per il nostro export, per il nostro mercato del lavoro, o per il nostro bilancio federale».
L’euro conviene alla Germania, ecco perché ci restiamo dentro. Va da sè che se il marco diventasse sconveniente, la lira diventerebbe conveniente per i mercati, per gli investitori e per i consumatori. Queste cose i commentatori nazionali non ve lo dicono. Queste notizie ai telegiornali non passano. Per chi lavora la stampa italiana? Per chi lavora la politica italiana? Per l’Italia o per Berlino? Se lavorasse per gli italiani, interviste come queste sarebbero in prima pagina su tutti i quotidiani, in luogo dello spettro dell’inflazione, e la gente inizierebbe a trarne le conclusioni. In Germania, invece, non si fanno problemi a dirlo con chiarezza. Anche perché hanno interessi opposti. Ci fu anche un pezzo dello “Spiegel Online”, che io riportai puntualmente sul blog, datato 13 giugno 2012 (ben 4 anni fa), che lo disse con altrettanta chiarezza:
«Con un’uscita dall’euro e un taglio netto dei debiti la crisi interna italiana finirebbe di colpo. La nostra invece inizierebbe proprio allora. Una gran parte del settore bancario europeo si troverebbe a collassare immediatamente. Il debito pubblico tedesco aumenterebbe massicciamente perché si dovrebbe ricapitalizzare il settore bancario e investire ancora centinaia di miliardi per le perdite dovute al sistema dei pagamenti target 2 intraeuropei. E chi crede che non vi saranno allora dei rifiuti tra i paesi europei, non s’immagina neanche cosa possa accadere durante una crisi economica così profonda. Un’uscita dall’euro da parte dell’Italia danneggerebbe probabilmente molto più noi che non l’Italia stessa e questo indebolisce indubbiamente la posizione della Germania nelle trattative. Non riesco ad immaginarmi che in Germania a parte alcuni professori di economia statali e in pensione qualcuno possa avere un Interesse a un crollo dell’euro».
 Fonte : Byoblu.com



venerdì 3 giugno 2016

L’Italia è il secondo paese Ue per numero di schiavi moderni






L’Italia è il secondo paese Ue per numero di schiavi moderni

FEDERICA VILLA
Secondo il report dell’Indice globale della schiavitù 2016, nel mondo ci sono 45,8 milioni di persone sfruttate. Oltre un milione si trovano in Europa e l’Italia ne conta 129.600, seconda solo alla Polonia. Il Paese con il numero più alto a livello mondiale è l’India

Bruxelles – La parola “schiavo” ricorda un mondo lontano, distante centinaia di anni dal 2016. Ma non è così. Lavoro forzato, sfruttamento sessuale e tratta di esseri umani sono ancora oggi parte della società. E rispondono al nome di “schiavitù moderna”. Secondol’Indice Globale della Schiavitù 2016, pubblicato il 31 maggio dalla Walk Free Foundation, nel mondo ci sono 45,8 milioni di persone schiavizzate, con un aumento del 28% rispetto al dato dell’ultimo report. Il risultato arriva dall’analisi di oltre 42mila interviste, in 53 lingue, condotte in 25 diversi Paesi. 
In Europa, il numero di schiavi si ferma a 1.234.400. Il vecchio continente si conferma così la regione con il minore sfruttamento di esseri umani. All’Italia spetta un ruolo di primo piano, ma in negativo: il nostro è il secondo Paese europeo, dopo  la Polonia, per numero effettivo di schiavi moderni (129.600 persone). La cifra è più di dieci volte superiore a quella della Francia, Paese che conta un numero di abitanti molto simile a quello italiano. Appena oltre i confini Ue, a superare Polonia e Italia c’è la Turchia, con 480.300 persone sfruttate.
Se si guarda invece alla percentuale di persone in condizione di schiavitù rispetto al numero di abitantila classifica cambia. Al primo posto c’è la Polonia, con lo 0,467% dei suoi abitanti sfruttati. Seguono Romania, Grecia, Repubblica Ceca e Bulgaria, tutte alle 0,404%. Dall’altra parte della classifica, le percentuali più basse vanno a Lussemburgo, Irlanda, Danimarca, Austria, Belgio, Spagna, Regno Unito, Francia e Germania (tutti con lo 0,018%). L’Italia, in questo caso, è a metà classifica con lo 0,211%. Peggio dei Paesi dell’Ue, appena al di là dei confini europei, la Macedonia (0,639%) e la Turchia (0,626%).
Per quanto riguarda le risposte dei governi al problema, la migliore è arrivata dai Paesi Bassi. Sono stati i primi (insieme al Regno Unito) a introdurre delle tecniche di misurazione nazionale per stimare il numero di schiavi sul territorio. E sono stati gli unici ad aggiudicarsi un rating A dal report. Male l’Italia con rating B che fa meglio solo di Estonia, Grecia e Lussembrugo (con rating C).
A livello mondiale, il Paese con il numero più alto di schiavi è l’India (18,35 milioni), seguita da Cina e Pakistan. Ma è in Corea del Nord che si registra la più alta percentuale di abitanti sfruttati rispetto alla popolazione: 4,37%. Al secondo e terzo posto, rispettivamente, Uzbekistan  Cambogia.L’Italia nella classifica globale risulta 44esima.
I Nuovi Schiavi del Lavoro
I nuovi schiavi


domenica 22 maggio 2016

Pazienti in punto di morte: "Vorrei non aver lavorato così tanto"


Un’infermiera rivela le 5 cose di cui tutti i pazienti si pentono poco prima di morire


L’articolo originale è stato scritto da Bronnie Ware, un’infermiera che per molti anni è stata responsabile delle persone che hanno scelto di morire in casa:


Per molti anni ho lavorato in cure palliative. I miei pazienti erano quelli che andavano a casa a morire. Abbiamo condiviso alcuni momenti speciali. Stavo con loro per le ultime 3-12 settimane di vita. La gente matura molto quando si scontra con la propria mortalità. 

Ho imparato a non sottovalutare la capacità di una persona di crescere. Alcuni cambiamenti sono stati fenomenali. Con ognuno di loro ho sperimentato una varietà di emozioni straordinaria. La speranza, il rifiuto, la paura, la rabbia, il rimorso, la negazione e, infine, l’accettazione. Tuttavia, ogni paziente ha trovato la pace prima di lasciarci.

Alla domanda su quali rimpianti avessero avuto o su qualsiasi altra cosa che avrebbero fatto in modo diverso, sono emersi alcuni argomenti costanti. 

sabato 7 maggio 2016

Hai più di 40 anni? Dovresti lavorare solo 3 giorni a settimana

Secondo gli scienziati dell’Università di Melbourne, le persone che hanno superato i quarant’anni dovrebbero lavorare tre giorni a settimana per poter dare il meglio di sé e, perché no, stancarsi meno


Chi ha più di 40 anni dovrebbe lavorare solo tre giorni a settimana (© dotshock | shutterstock.com)
Chi ha più di 40 anni dovrebbe lavorare solo tre giorni a settimana (© dotshock | shutterstock.com)
MELBOURNE – Pensate, lavorare solo tre giorni a settimana. E non si tratta di una misura anticrisi, ma di assicurare al contrario di dare il meglio di sé sul lavoro. Secondo un nuovo studio, infatti, per offrire migliori performance lavorative – sia fisiche che intellettuali – gli over 40 dovrebbero lavorare non più di 3 giorni su sette.
Lo dicono anche i test

domenica 26 aprile 2015

Troppi dipendenti pubblici? E’ una leggenda metropolitana

I dipendenti pubblici italiani? Sfaticati e inefficienti. Ma soprattutto: troppi. Quella dell’ipertrofia del pubblico impiego è una delle più tenaci leggende metropolitane sul sistema italiano. Resiste a ogni stagione politica, nonostante le evidenze che la smentiscono. Impietosi i dati forniti dall’Eurispes, che risalgono all’autunno 2014: insieme alla sola Germania, l’Italia è il paese europeo con il minor numero di dipendenti pubblici, in proporzione agli abitanti. Si calcola che bisognerebbe assumerne almeno 200.000, e subito, tra Comuni, scuole, ospedali. Ma i vari governi non sono mai di questo avviso: preferiscono tagliare, lasciando ovviamente inalterate le super-retribuzioni dei massimi dirigenti, cinghia di trasmissione dell’élite che da decenni continua a smantellare la struttura pubblica e la sua capacità di erogare servizi vitali per il cittadino. Ovvia, quindi, la scure di Renzi, che dietro al verbo “sburocratizzare” nasconde la volontà di colpire i lavoratori per tagliare ulteriormente il settore, già oggi tra i più “magri” d’Europa, con appena 58 impiegati ogni mille abitanti, contro i  i 94 della Francia, i 92 del Regno Unito e i 65 della Spagna.
Pura fantascienza, in Svezia, i 135 lavoratori pubblici ogni mille abitanti. Ci batte solo la “risparmiosa” Germania: il paese europeo che più di ogni altro ha compresso i salari e danneggiato i lavoratori annovera 54 dipendenti statali ogni mille Sportello pubblicocittadini, 4 meno dell’Italia. Secondo l’Eurispes, negli ultimi dieci anni il nostro paese ha visto diminuire i propri dipendenti pubblici del 4,7%, mentre tutti gli altri partner europei hanno assunto forza lavoro nel pubblico impiego: un incremento del 36,1% in Irlanda, del 29,6% in Spagna, del 12,8% in Belgio e del 9,5% nel Regno Unito. In Italia, gli stipendi del pubblico impiego pesano sul bilancio statale per l’equivalente dell’11,1% del Pil. Anche qui siamo il fanalino di coda: per i dipendenti pubblici la Danimarca spende il 19,2% del suo Pil, la Svezia e la Finlandia il 14,4% mentre Francia, Belgio e Spagna spendono, rispettivamente, il 13,4%, il 12,6% e l’11,9% del loro prodotto interno lordo. Altra bufala storica: la concentrazione del pubblico impiego al Sud: con 409.000 addetti, la Lombardia batte persino il Lazio, nonostante la selva di uffici della capitale. Segue la Campania, ma dopo Milano e Roma.

martedì 24 marzo 2015

I VENTENNI ? MA CHE CREPINO DI FAME ! LA GERONTOCRAZIA DISTRUGGERA' IL MONDO

young-people-worse


FONTE: RT.COM

Il Regno Disunito ovvero, i giovani britannici istruiti che stanno peggio della generazione dei loro genitori 

La "forbice" dei guadagni salariati tra la generazione dei giovani Inglesi e quella dei loro genitori si va allargando dall'inizio della Crisi, per cui i giovani ventenni di oggi stanno soffrendo la peggiore stretta salariale di qualsivoglia gruppo di età, secondo uno studio recente molto approfondito.


Questi ventenni sono i meglio istruiti di tutti gli altri gruppi d'età secondo la London School of Economics, ma a dispetto di ciò, il grafico demografico registra il peggior crollo in impieghi a tempo pieno, il più grande tasso di disoccupazione e pure il peggior rateo di salario medio di qualsiasi altro gruppo d'età.
Conteggiando secondo il costo della vita reale il salario medio dei giovani adulti nel 2012-13 è stato di quasi un quinto più ridotto rispetto ai cinque anni precedenti.
I ricercatori della LSE centro per l'analisi della Emarginazione Sociale ha studiato la diseguaglianza nel RU dal 2007 al 2013, in pratica dall'inizio alle conseguenze perduranti della Crisi. Hanno scoperto che la Crisi e le sue conseguenze hanno influito diversamente sui vari gruppi d'età.

martedì 17 marzo 2015

La Faz: "In Germania 10 milioni di lavoratori part time senza futuro"


ALTRO CHE ''CRESCITA DELL'OCCUPAZIONE IN GERMANIA'' SCRIVE LA FAZ: ''10 MILIONI DI PART TIME SENZA PROSPETTIVE DI VITA''

BERLINO - La ripresa del mercato del lavoro tedesco e' soprattutto una ripresa del lavoro part-time, scrive il quotidiano "Frankfurter Allgemeine Zeitung". E questo sta a significare che la vera crescita degli occupati non c'è.

Nel solo periodo 2004-2013 il numero dei lavoratori impiegati meno di 35 ore alla settimana e' cresciuto di 2,4 milioni passando a un totale di oltre 10,7 milioni. Piu' di tre quarti dei posti di lavoro generati in questo periodo, quindi, sono attivita' part-time, la cui quota e' passata in questo lasso di tempo dal 24 al 28 per cento del totale. E gli stipendi di questi lavoratori non consentono loro nè di acquistare una casa, nè di mantenere dei figli. Si tratta di stipendi per la maggior parte inferiori ai 1.000 euro al mese, e per la rimanente parte inferiori a 600 euro al mese. Addirittura sotto la soglia di povertà.

Particolarmente interessante è il dato sulla diffusione dei cosiddetti part-time di lunga data: nel 2013, quasi 2,6 milioni di donne avevano una settimana lavorativa tra le 25 e le 35 ore: un aumento di piu' di un milione, o piu' del 50 per cento, rispetto al 2004.

mercoledì 11 marzo 2015

Kosovo: offerti anche 30mila euro a chi si unisce ai jihadisti dell’Isis




Il segretario della comunità islamica in Kosovo, Resul Rexhepi, ha dichiarato che alcuni emissari-reclutatori del califfato offrono ai giovani disoccupati kosovari cifre tra i 20.000€ ed i 30.000€ per recarsi a combattere la jihad in Siria e Iraq.

Secondo Rexhepi la povertà e la precarietà sono fattori determinanti che contribuiscono alla radicalizzazione dei giovani. Il salario medio in Kosovo non supera i 200 euro mensili e la disoccupazione è superiore al 50%




domenica 8 marzo 2015

Un'orda di giovani italiani disoccupati invade l'Europa in cerca di fortuna


Di staff Nocensura.com

*** Testimonianza molto interessante  di un connazionale che da 18 anni vive alle Canarie. ORDE di giovani italiani si stanno recando li, fuggendo dalla disoccupazione, per cercare lavoro. Sono moltissimi , e 9 su 10 torneranno in Italia con più problemi di prima. Sono cosi tanti da creare problemi, e molti spagnoli iniziano a non affittare agli italiani!!! ESATTAMENTE QUELLO CHE STA ACCADENDO ANCHE A LONDRA e in alcune zone della Germania ... STIAMO DIVENTANDO, ANZI, TORNANDO AD ESSERE UN PAESE DI IMMIGRAZIONE... gli italiani che se ne vanno dal 2013 sono più degli immigrati regolari che vengono in Italia!!! Ascoltate la testimonianza e meditate...


Pubblicazione di Cose che nessuno ti dirà di nocensura.com

Se non visualizzi il video clicca QUI


Staff Nocensura.com

Fonte nocensura



giovedì 5 marzo 2015

ECCO COME IL FISCO DISTRUGGE LE IMPRESE

Di Paolo Cardenà - Vincitori e vinti

Il caso di seguito descritto rappresenta la pressione fiscale complessiva subita da una piccola società con due soci, che ha realizzato, nell’esercizio 2012, un utile di appena 32000 euro. Una miseria, insomma. Eppure la pretesa del fisco è tale da richiedere alla società e ai soci il pagamento di circa 27 mila euro tra tasse e contributi, ossia quasi l’85% dell’utile realizzato.
In questi giorni, visto l’approssimarsi delle scadenze fiscali, sono molto impegnato con le dichiarazioni fiscali per il periodo di imposta 2012. Questo periodo, oltre ad essere sempre intenso di lavoro, ispira  numerose riflessioni e  altrettanti spunti  sullo stato di salute delle nostre imprese, sulla pretesa tributaria che patiscono, e sul futuro che ci attende. In una di queste, sono giunto alla conclusione che, in Italia, conviene non lavorare, non imprendere. Starsene beatamente a casa curando i propri interessi, i propri hobby, e magari darsi a qualche buona lettura, ripagherebbe molto di più che fare impresa. Sarebbe molto più utile, almeno nello spirito. Perlomeno, fino a quando non accadrà qualche shock di sistema, tale da riformare strutturalmente i meccanismi fiscali  al limite dell’incredibile, dell’immaginario e della sopraffazione. Mi riferisco alla sopraffazione che il fisco pratica nei confronti dei contribuenti e, nel caso specifico, di chi fa impresa.
Qualche giorno fa, mi è passata di mano una dichiarazione di un piccola società di capitali: una srl, con due soci che svolgono entrambi la propria opera all’interno della società.
La crisi, chiaramente, anche in questo caso,  non ha risparmiato l’impresa: i ricavi si sono contratti significativamente, e anche l’utile è stato spinto al ribasso. Tant’è che  il bilancio al 31/12/2012, presenta un utile prima delle imposte di appena 32000. Una miseria insomma, che non ripaga affatto il sacrificio sopportato dai due imprenditori, che si dedicano alla loro attività quasi 12 ore al giorno, immersi con impegno totale e dedizione in questo lavoro, trascurando i propri interessi, i propri affetti e le proprie passioni. Una storia di imprenditori onesti e laboriosi. Una storia come tante altre, in Italia.
In questo caso, nella determinazione delle imposte da pagare a carico della società in esame, nonostante l’esiguità dell’utile – certamente non sufficiente a  garantire la sussistenza degli imprenditori e delle rispettive famiglie-, la tassazione pretesa dal fisco in capo alla società è di oltre 15.000 euro. 15.593 euro, per l’esattezza. Di cui, 12.024 a titolo Ires, e 3569 per Irap. Quindi, la società subisce un carico tributario di oltre il 48%.

domenica 1 marzo 2015

Il pensionato Ciucci licenzia se stesso e si risarcisce per “mancato preavviso”




pietro ciucci, anasDi Giusi Brega  - lultimaribattuta.it

Pietro Ciucci è un caso di lavoratore veramente atipico: è presidente e amministratore di Anas, nonostante il fatto sia pensionato. Nel 2013 si è “autolicenziato” e si è lautamente risarcito perché lo ha fatto senza darsi il preavviso.

Nell’estate del 2013 l’attuale presidente e amministratore dell’Anas Pietro Ciucci decide, infatti, di non fare più il direttore generale. Così, invece di rassegnare banalmente le dimissioni come farebbe uno qualsiasi decide di autolicenziarsi (suona più o meno così: Pietro Ciucci “in adesione alla richiesta avanzata chiede di poter di poter risolvere consensualmente il lavoro” di Pietro Ciucci). Con una buonuscita di 1 milione 825.745,53 euro.
Così può finalmente godersi la meritata pensione. Peccato che poi resti comunque in Anas, come presidente e amministratore. Questo “autolicenziamento”, però, presenta risvolti incredibili. Perché, al di là della procedura anomala, risulta che il contratto si è risolto “senza preavviso”.
In questo modo, nel calcolo della buonuscita, ma guarda un po’, è stato inserito anche il criterio “dell’indennità di risoluzione senza preavviso”. Che vale 779.682,83 euro scivolati dalle casse pubbliche (è bene ricordarlo) di Anasnelle tasche privatissime dell’ex direttore Pietro Ciucci.

giovedì 26 febbraio 2015

Trenord: se treno ritarda macchinisti pagati di più! Scandaloso!

Incredibile !!! Invece di premiare la puntualità, premiano chi ritarda! Proprio così: il contratto prevede che se il treno ritarda il macchinista guadagni di più! FORSE ABBIAMO CAPITO PERCHE' MOLTI TRENI RITARDANO... CHE NE DITE?

Informatitalia

Trenord: se treno ritarda macchinisti pagati di più. Il paradosso contrattuale
Trenord, il contratto premia ritardi. E i macchinisti rallentano

Trenord: se treno ritarda macchinisti pagati di più. Il paradosso contrattuale. La denuncia anonima alla Gazzetta di Mantova di tre macchinisti ferrovieri di Trenord, oggi si chiamano agenti di condotta, ha alzato un polverone per la presenza di una trentina di “furbetti” che facendo ritardo a bella posta guadagnano di più.
Al netto della buona fede dei macchinisti, limpida fino a prova contraria, il punto sensibile sta nel paradosso di “contratti alla rovescia” che invece di incoraggiare la puntualità, incentivano i ritardi. Oggi che la parola d’ordine della gestione Trenord è la puntualità, non solo per la felicità dei pendolari, ma anche perle casse della società nata dal matrimonio tra Trenitalia e Ferrovie Nord Italia, il bubbone del contratto è esploso definitivamente.
Fino al 2011, sotto l’ombrello di Trenitalia, ogni ora di condotta alla guida del locomotore veniva pagata 10,10 euro. Nel contratto aziendale Trenord firmato il 22 giugno 2012, invece, la retribuzione è proporzionale al minutaggio: le prime due ore vengono pagate 6 euro ciascuna, la terza 9, la quarta 12 e così via.

martedì 3 febbraio 2015

Azienda svedese impianta microchip nelle mani dei dipendenti


Una società svedese ha impiantato ai suoi dipendenti un microchip nella mano,  consente loro di utilizzare fotocopiatrice, porte di sicurezza e anche pagare per il pranzo.

L’intenzione dell’azienda è impiantarlo a tutti i propri 700 dipendenti del proprio ufficio hi-tech di Stoccolma, nella parte posteriore delle loro mani.

I chip utilizzano l’identificazione a radiofrequenza (RFID) e sono delle stesse dimensioni di un chicco di riso.

Contengono informazioni di sicurezza personali che possono essere trasmesse su brevi distanze ad appositi ricevitori che poi attivano l’oggetto da utilizzare.

I Chip RFID si possono già trovare in carte ‘contactless’ – incluso il sistema Oyster che è utilizzato da oltre 10 milioni di persone per pagare il trasporto pubblico a Londra.
Sono simili ai chip impiantati negli animali domestici.

martedì 27 gennaio 2015

Migliaia di aziende agricole non riusciranno a pagare la stangata IMU


COLDIRETTI: MIGLIAIA DI AZIENDE AGRICOLE NON RIUSCIRANNO A PAGARE L'IMU, CHE SCADE LUNEDI' PROSSIMO (CURVA DI LAFFER)

"Migliaia di aziende agricole non riusciranno a rispettare la scadenza della prima rata dell'Imu", fissata per lunedi' prossimo dopo che la seconda sezione del Tar del Lazio ha deciso di non confermare la sospensiva del decreto che fissa il pagamento per le zone montane appunto entro il 26 gennaio. A lanciare l'allarme e' Coldiretti Emilia-Romagna sottolineando che una scadenza in tempi cosi' ravvicinati "viola il principio della collaborazione sancito dallo Statuto del Contribuente".

Inoltre, il problema di 'base' resta: "Far pagare l'Imu sui terreni in base all'altitudine in cui si trova il palazzo comunale introduce una inspiegabile disparita' di trattamento tra campi confinanti appartenenti addirittura allo stesso proprietario". L'applicazione del sistema altimetrico prevede che a pagare siano le aziende il cui palazzo comunale si trova sotto il 280 metri, anche se i terreni sono ad altezze superiori In Emilia-Romagna molti Comuni si trovano nel fondo valle e i terreni sono ad altitudini maggiori "e finiranno con il dover pagare l'Imu, mentre il loro vicino e' magari esentato perche' la casa del Comune si trova ad altezza superiore", tira dunque le somme Coldiretti.

mercoledì 7 gennaio 2015

La terra chiama. Ecco come avviare un’azienda agricola

Sempre più giovani decidono di tornare alla terra. La crisi che pesa, le prospettive sempre meno legate a carriere improbabili, la riscoperta di valori e tempi che non siano più “usa e getta”: tutto questo sta portando ad una nuova generazione di gente “con i piedi per terra”. Allora, ecco qualche consiglio per chi volesse raccogliere la sfida.

di Giovanni Fez 

Ad accompagnarci in questo viaggio è Maria Letizia Gardoni, delegata nazionale Coldiretti Giovani Impresa. E’ a lei che abbiamo chiesto di fornire suggerimenti e consigli per chi voglia oggi pensare il proprio futuro legato alla terra.
Quali i presupposti e quali i primi passi?
«Per far nascere una impresa è prima di tutto prioritario avere un’idea intorno alla quale sviluppare un progetto senza fermarsi alla semplice visione bucolica. E senza accontentarsi delle ipotesi più tradizionali, ma considerando l’ampio spettro di opportunità offerte dal settore che, grazie allo strumento della multifunzionalità, ha esteso le sue competenze dalla produzione alla trasformazione e vendita di prodotti alimentari, dalla manifattura agricola fino all’offerta di servizi alle scuole come le fattorie didattiche, ma anche alle pubbliche amministrazioni per la cura del verde. E’ consigliabile, inoltre, confrontarsi con chi ha già fatto esperienze simili, visitando direttamente le aziende in Italia e in Europa; questo contribuisce a focalizzare l’idea e ad individuare le migliori soluzioni. Dopo aver verificato la tenuta dell’idea e averla trasferita in un progetto concreto con la collaborazione di esperti, vanno individuate le opportunità concrete che ci sono sul mercato in termini di località, aziende e professionalità. Non è raro trovare occasioni di acquisto soprattutto nelle aree interne o di montagna dove l’attività di coltivazione e di allevamento è più difficile, ma si possono cogliere opportunità per il turismo rurale. Inoltre occorre verificare le alternative dell’acquisto, dell’affitto o della semplice gestione aziendale considerato che sono molti gli agricoltori anziani che non hanno intenzione di cedere la propria azienda, ma sarebbero disponibili a collaborazioni. Verificare le eventuali ipotesi di dismissioni di terreni pubblici da parte delle autorità pubbliche. Successivamente, una volta individuato il fabbisogno finanziario complessivo, soprattutto per i giovani sotto i 40 anni di età, occorre appurare l’esistenza di agevolazioni per lo specifico progetto considerato. Le agevolazioni per la maggioranza sono di natura comunitaria e vengono erogate attraverso le regioni con la consulenza dei centri Caa avviati anche dalla Coldiretti. Per l’acquisto della terra alcune banche offrono condizioni specifiche anche grazie ad accordi con il Consorzio fidi Creditagri Italia, promosso dalla Coldiretti per la ricerca delle migliori condizioni di accesso al credito e che ha già garantito circa 300 milioni di euro di investimenti proprio a favore dei giovani agricoltori.  Dal punto di vista burocratico sono tre i passaggi fondamentali: apertura di una Partita Iva presso l’Agenzia delle Entrate, iscrizione al Registro delle imprese, sezione speciale Agricoltura, presso la competente Camera di Commercio e iscrizione e dichiarazione presso l’Inps. Una formazione di base in campo agricolo è importante, ma non decisiva anche perché sono numerosi i corsi di formazione professionale organizzati a livello regionale per acquisire competenze e avere la qualifica di imprenditore agricolo dal punto di vista fiscale».

lunedì 5 gennaio 2015

Ecco i 5 paesi dove trasferirsi costa meno o rende di più

Ecco i 5 paesi dove trasferirsi costa meno o rende di più.
La classifica dei Paesi migliori per espatriare per quanto riguarda costo della vita e possibilità di carriera

Da tempo ormai gli italiani sono tornati ad essere popolo di migranti soprattutto a causa della crisi economica e occupazionale del Paese, ma quali sono le mete dove in  assoluto risulta più conveniente emigrare o almeno rende di più? Secondo l’Expat Index, l’indice dei Paesi migliori per espatriare calcolato in base ad sondaggio tra gli immigrati all’estero, sono cinque: Ecuador, Thailandia, Cina, Norvegia e Olanda. Molto dipende però da cosa si cerca all’estero quando si lascia il proprio Paese e quindi dalla disponibilità di tempo e soldi. Se quindi per molti pensionati il tutto si riduce al lato economico connesso al risparmio per poter vivere meglio, per i giovani è più importante la carriera e il lavoro. Ecco che Ecuador e Thailandia vanno bene per il costo della vita, Cina e Norvegia per il lavoro e la carriera, mentre l’Olanda per la disponibilità di tempo libero.
Per quanto riguarda l’Ecuador certamente trasferirsi in Sudamerica non è semplice ma ben l’85% degli intervistati dà una valutazione economica positiva del Paese. Lo stato in effetti è il ritiro preferito dai pensionati Usa che preferiscono vivere da signori lontano da casa. Nel Paese in effetti un’abitazione costa meno della media europea e americana, e in generale il 94% di quelli che vi si sono trasferiti ritiene quello che guadagna sufficiente al proprio futuro, mentre il 47% incassa “anche più di quello che gli servirebbe” per le spese quotidiane.

sabato 3 gennaio 2015

L’unica soluzione per i giovani è quella di emigrare.Ecco i paesi dove vale la pena andare

LA FINE DELLE PARTITE IVA !!! TASSATE ALL'INVEROSIMILE... 

VERGOGNA!!!

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paesi emigrareCon la crisi e l’attuale casta politica,l’unica soluzione per i giovani in cerca di lavoro è quella di emigrare.Ecco i 10 paesi dove vale la pena andare.

Molti giovani italiani sono costretti a cercare migliori opportunità di vita e di lavoro all’estero. Ma come scegliere il paese di destinazione? Ecco la classifica dei più interessanti per reddito pro capite, prospettive di crescita, facilità di fare business e accettazione degli immigrati. Non mancano le sorprese.
In merito a ciò, Nicola Persico e Giuseppe Russo hanno condotto una ricerca, pubblicata su LaVoce.info, in cui, analizzano 4 parametri e impostano una classifica dei posti nei quali “vale la pena” emigrare.
I parametri considerati sono:
1)Il Pil pro capite del paese di destinazione(indica se il paese è in crescita e quindi offre opportunità di lavoro)

sabato 27 dicembre 2014

Contratti di lavoro, ecco le cinque novità che potrebbero riguardare tutti

Come cambia il lavoro con l'approvazione del Jobs Act? Ecco in cinque punti le principali modifiche apportate dal Governo con questa riforma:
1- Per i nuovi assunti, contratto a tutele crescenti ma niente reintegro
Le tutele crescenti sono l'ossatura del nuovo contratto di lavoro a tempo indeterminato. Quando il decreto legislativo sarà in vigore, tra un mese, chi verrà assunto (per la prima volta o perché cambia lavoro) con il contratto a tutele crescenti non avrà più le protezioni sui licenziamenti previste dall'articolo 18 dello Statuto. Il diritto al reintegro nel posto di lavoro scatterà solo per i licenziamenti discriminatori e per quelli disciplinari, se il giudice accerterà che il fatto contestato non sussiste. Altrimenti ci sarà un indennizzo da 4 a 24 mensilità.
2- Oltre i 15 addetti, salta l'articolo 18
Il nuovo contratto a tutele crescenti vale per tutte le assunzioni. Non ci saranno quindi più differenze in base alle dimensioni dell'azienda (ora le regole cambiano superata la sogli dei 15 dipendenti). Anzi, le imprese che supereranno il limite dei 15 grazie ai lavoratori a tutele crescenti, non saranno più soggette ad applicare l’articolo 18 dello Statuto (né sui vecchi né sui nuovi assunti). Le aziende saranno pertanto incentivate a crescere (anche perché oltrepassando la soglia dei 15, potranno in certi casi veder scendere l’indennizzo cui hanno diritto i licenziati).

martedì 16 dicembre 2014

Giulia Innocenzi per favore ci rispondi?

Giulia Innocenzi e Michele Santoro 
A cura di nocensura.com

Sono passati 7 giorni da quando abbiamo chiesto a Giulia Innocenzi e alla redazione di Anno Uno di spiegare pubblicamente per quale motivo hanno liquidato la combattiva sindacalista dell'ATAC (l'azienda dei trasporti di Roma) che avrebbe dovuto partecipare ad altre 6 puntate della trasmissione. 

Micaela Quintavalle è la leader di un sindacato autonomo, denominato "Cambia Menti M410" organizzato da lavoratori, al di fuori delle sigle sindacali confederali e gli altri sindacati "tradizionali", che un numero crescente di lavoratori considerano troppo subalterni al governo e alle aziende (questo in tutti i settori, non nello specifico di ATAC)

Il sindacato di Micaela Quintavalle ha rapidamente conquistato e sta conquistando sempre più consensi, sia tra i lavoratori di ATAC che tra i cittadini che usano il trasporto pubblico, e in decine di città italiane i lavoratori del trasporto pubblico vogliono replicare questo modello. C'è anche chi vorrebbe che il sindacato estendesse il proprio raggio d'azione a tutte le categorie, cosa di cui ci sarebbe un gran bisogno.

OVVIAMENTE questo fa paura a tutti:

  • Hanno paura i sindacati tradizionali, le cui belle parole e slogan inconcludenti ormai fanno breccia su un numero sempre più esiguo di lavoratori; l'ascesa del sindacato Cambia Menti rischia di oscurare e "ridurre a icona" i sindacati che da sempre dominano la scena, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
    Ovviamente i sindacati non hanno responsabilità dirette della cattiva gestione dell'azienda, che ha debiti per oltre 1 miliardo di euro, e che rischia il fallimento, oltre al fatto che il servizio offerto è inadeguato per una città come Roma e ci sono molti altri problemi. Ma anche i sindacati hanno responsabilità indirette, non essendosi opposti in modo determinato come avrebbero potuto fare.
  • Ha paura l'azienda: che si trova alle prese con un sindacato più combattivo e intransigente degli altri interlocutori. Un sindacato condotto da persone determinate, ma sopratutto autonome, slegato dalle dinamiche politiche, quindi pronte a non fare sconti a nessuno.
  • Ha paura la politica, che fino ad oggi ha gestito ATAC portando l'azienda al dissesto mentre qualcuno si arricchiva; ricordiamo le varie "parentopoli"... inoltre il Comune si trova a dover fare i conti con un sindacato determinato a tutelare lavoratori e cittadini che usufruiscono del servizio di trasporto pubblico, e che troppo spesso a Roma sono "umiliati", come ripete sempre il blog anti-degrado Roma fa schifo.
  • Ha paura chi ha LUCRATO con il malaffare, mentre l'azienda sprofondava nei debiti: ricordiamo lo scandalo dei biglietti emessi a nero, i cui proventi finivano nelle tasche di un "cerchio magico"... inizialmente sembrava l'ammanco fosse di 70 milioni di euro - cifra di tutto rispetto - ma in seguito, NONOSTANTE I MEDIA ABBIANO CONFERITO POCO RISALTO ALLA QUESTIONE, SEMBRA CHE SIANO STATI SOTTRATTI ADDIRITTURA 80 MILIONI ALL'ANNO, CIFRE DA CAPOGIRO!!! Se poi consideriamo che le ruberie avvenivano anche in altri modi, per esempio facendo acquistare all'azienda le pastiglie dei freni delle metropolitane a più di 6.000€ ciascuno, quando il valore di mercato è di 4 volte inferiore, e chissà cos'altro, si capisce bene la natura del debito aziendale... oltretutto il servizio di trasporto pubblico è inadeguato alle necessità di una città come Roma; ci sono solo 2 linee di metro (più la Linea C che sta partendo, anche se la tratta è limitata e non sono attive fermate fondamentali come San Giovanni e Colosseo) e questo spinge i romani a muoversi in auto, congestionando il traffico e inquinando la città. UN SINDACATO COMBATTIVO FA PAURA ANCHE AL MALAFFARE!
L'immagine su Facebook la trovi QUI

TORNANDO ALL'ESCLUSIONE DI MICAELA QUINTAVALLE DA ANNO UNO, del caso ne avevamo parlato una settimana fa con questo articolo; abbiamo anche lanciato una petizione, che in questo momento ha raccolto più di 580 firme, che non sono pochissime e che ci auguriamo possano aumentare: firmate per favore, aiutateci a sollevare il caso e ad ottenere spiegazioni dalla redazione di Anno Uno.

Bastano pochi secondi per firmare, fatelo! http://www.change.org/p/anno-uno-giulia-innocenzi-chiarimenti-pubblici-sulla-censura-della-sindacalista-micaela-quintavalle questa petizione non propone niente di utopico o irrealizzabile, e ci auguriamo che Giulia Innocenzi ci risponda.

Se ignorerà questa petizione e non fornirà una spiegazione, che in casi come questo è un atto dovuto, un gesto di rispetto nei confronti della Quintavalle, dei sostenitori del sindacato Cambia Menti, dei telespettatori di Anno Uno e di tutti gli italiani.

In un contesto come quello sopra descritto, considerando la posizione dell'Italia nella classifica della libertà dei media, l'esclusione immotivata di Micaela Quintavalle, fa pensare alla CENSURA. 

Micaela solleva questioni importanti, scomode, che non riguardano solo i quasi 12.000 dipendenti di ATAC (11.882 secondo Wikipedia) e le loro famiglie, ma anche tutti i cittadini che ogni giorno usufruiscono del trasporto pubblico romano, e indirettamente tutti i romani e tutta Italia. Oltretutto è una Donna molto carina - oltre che intelligente - e questo per i mass media, come sappiamo per i media è un aspetto molto importante.

Ecco il video dell'intervento di Micaela Quintavalle ad Announo, rivolto al sindaco di Roma Ignazio Marino, presente in studio. "Sono molto arrabbiata con il sindaco, era un anno che tentavo di parlare con Lei, finalmente (...)"


http://youtu.be/DjSschzUR5o

Nota: Nel video Giulia Innocenzi si rivolge a Micaela con tono confidenziale: "ormai sei la nostra autista ufficiale", e se la "santorina" aveva preventivato di ospitare Micaela Quintavalle in trasmissione per ulteriori 6 puntate oltre a quella del video sopra, evidentemente la riteneva idonea, e che avesse dei validi argomenti. Come mai improvvisamente ha deciso di escluderla? Ha subito pressioni? Qualcuno le ha "consigliato" di escluderla? Qualcuno temeva che dare visibilità ad un sindacato VERO e combattivo avrebbe "scaldato" gli animi e la voglia di farsi sentire dei lavoratori italiani? E magari che il sindacato Cambia Menti si rinforzi grazie alla visibilità mediatica?

Anche gli SMS che una collaboratrice di Anno Uno ha inviato a Micaela (vedi il post di facebook incorporato alla fine dell'articolo) da una parte evidenziano affetto nei confronti di Micaela, e dall'altra non forniscono alcuna spiegazione in merito alla sua esclusione.

Giulia, per favore, chiarisci pubblicamente i motivi che hanno portato all'esclusione di Micaela... la tua trasmissione pur non parlando di temi come il signoraggio bancario, la natura del debito pubblico e del sistema monetario - come del resto tutte le trasmissioni televisive - spesso affronta temi interessanti, come il dibattito sulla legalizzazione della cannabis - per citarne uno - il dibattito, pur incentrato sul dualismo destra-sinistra, potrebbe essere molto interessante, se desse spazio a persone come Micaela Quintavalle, che rappresenta l'Italia "quella vera", i lavoratori.


Staff nocensura.com


PS: AIUTATECI AD OTTENERE SPIEGAZIONI! AIUTATECI, DATECI UNA MANO FIRMANDO LA PETIZIONE SU CHANGE E CHIEDENDO A GIULIA INNOCENZI, TRAMITE LA SUA PAGINA FACEBOOK DI RISPONDERCI! Grazie di cuore!






Fonte: nocensura.com



"Licenziata per il cancro; chiedo di tornare a lavorare"



Accogliendo l'invito di un lettore, segnaliamo la seguente toccante petizione su change:

"Il mio nome è Patrizia e sono stata licenziata da una società chimica americana che produce polipropilene e opera all'interno del petrolchimico dell'area industriale di Brindisi..." 

Leggi tutto su change


PS: Con l'eliminazione dell'articolo 18, licenziamenti arbitrari potranno divenire la normalità!


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